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D.L. 14/2017

DASPO urbano: divieto valido anche senza convalida
Un cittadino viene condannato per aver violato il DASPO urbano impostogli dal Questore per un periodo inferiore a un anno. La difesa impugna la condanna sostenendo che la misura fosse radicalmente nulla perché mancava la convalida del giudice per le indagini preliminari. La Corte di Cassazione respinge l'istanza e dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che la legge vigente all'epoca del fatto imponeva il vaglio del giudice esclusivamente per i divieti più severi, compresi tra dodici mesi e due anni, emessi a carico di soggetti già condannati per reati contro la persona o il patrimonio. Per il divieto semplice fino a dodici mesi, invece, il provvedimento del Questore è immediatamente esecutivo senza richiedere alcuna ratifica giudiziaria. Di conseguenza, l'imputato deve scontare la pena e pagare le spese processuali.
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DASPO urbano violato: basta la presenza nell’area per la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a quattro mesi di arresto per aver violato il DASPO urbano. L'imputato, già sanzionato per aver svolto l'attività di parcheggiatore abusivo, aveva ricevuto dal Questore il divieto di accedere ad alcune piazze della città. Le forze dell'ordine lo hanno sorpreso a trattenersi nell'area vietata, facendo scattare la condanna penale. I giudici hanno confermato la legittimità della misura preventiva: la reiterazione dell'attività di parcheggiatore abusivo integra un rischio concreto di commissione di reati. Inoltre, il reato scatta per la sola presenza fisica nel luogo interdetto, senza che sia necessario compiere ulteriori azioni.
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Violazione del Daspo urbano: dal ricorso alla sanzione
La Corte d'appello confermava la condanna a tre mesi di arresto per un'imputata responsabile del reato di violazione del Daspo urbano. La donna aveva contestato la legittimità del divieto emesso dal Questore e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Davanti alla Corte di Cassazione, la difesa ha riproposto le stesse argomentazioni già respinte dai giudici territoriali, chiedendo una nuova valutazione dei fatti. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente l'impugnazione, dichiarandola inammissibile. Il provvedimento del Questore risultava privo di vizi e pienamente giustificato. Inoltre, i giudici di merito avevano motivato il rigetto delle attenuanti evidenziando precisi elementi negativi della condotta. Di conseguenza, l'imputata perde il giudizio e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese del processo.
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Parcheggiatore abusivo: condanna anche senza incasso effettivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale inflitta a due individui per l'attività di parcheggiatore abusivo nei pressi di un piazzale cittadino. I soggetti indirizzavano gli automobilisti verso gli stalli liberi, agevolavano le manovre e chiedevano somme di denaro, dopo essere già stati sanzionati in via amministrativa definitiva. Uno di loro violava inoltre il divieto di accesso alle aree urbane imposto dal Questore. I giudici hanno chiarito che il reato scatta anche senza la prova dell'effettiva consegna di denaro da parte degli automobilisti. La Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando le pene dell'arresto e dell'ammenda e condannando entrambi al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Daspo urbano: il rischio ipotetico non basta per la condanna
Il Questore emette un provvedimento di Daspo urbano contro un presunto parcheggiatore abusivo, vietandogli l'accesso a specifiche aree comunali. I giudici di merito condannano l'uomo per la trasgressione del divieto. L'imputato presenta ricorso, contestando l'assoluta mancanza di motivazione sul reale pericolo per la pubblica sicurezza. La Corte di Cassazione accoglie l'impugnazione e annulla la condanna con rinvio. La Suprema Corte stabilisce che il Daspo urbano esige una motivazione rigorosa su un pericolo concreto e attuale per la collettività. Non bastano ipotesi astratte, congetture o il generico timore di liti con gli automobilisti per limitare la libertà di movimento dei cittadini.
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Il divieto di accesso ad aree urbane richiede pericolo concreto
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino accusato di aver violato il divieto di accesso ad aree urbane emesso dal Questore, a causa dello svolgimento dell'attività di parcheggiatore abusivo. I giudici di merito avevano condannato l'imputato ritenendo sufficiente la reiterazione delle condotte e il semplice viavai di automobili nella zona. La Suprema Corte ha invece accolto il ricorso difensivo, chiarendo che l'ordine questorile è legittimo soltanto se supportato da una motivazione rigorosa sulla concreta pericolosità sociale del soggetto. Il mero svolgimento di un'attività abusiva o la presenza di traffico veicolare non dimostrano un effettivo rischio per la sicurezza collettiva. La Cassazione ha quindi annullato la condanna con rinvio alla Corte di appello per una nuova valutazione.
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Divieto di accesso alle aree urbane: basta la sola presenza
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una cittadina accusata di aver violato il divieto di fare rientro in città per due anni e il divieto di accesso alle aree urbane imposto dal Questore. Le forze dell'ordine hanno rintracciato la donna nel territorio vietato. La difesa ha sostenuto che l'imputata si trovasse lì solo per generici motivi personali e familiari e che non stesse compiendo attività finalizzate al lucro. I giudici hanno respinto queste obiezioni, ricordando che la legge punisce il dato oggettivo della presenza non autorizzata nel perimetro interdetto, rendendo irrilevante lo svolgimento di affari o il conseguimento di profitti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Violazione del daspo urbano: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un parcheggiatore non autorizzato per la reiterata violazione del daspo urbano. Il Questore aveva vietato all'uomo l'accesso all'area cittadina a causa della sua pericolosità sociale, confermata da precedenti per truffa e dall'uso di una giacca riflettente per ingannare gli automobilisti. La difesa chiedeva la disapplicazione dell'ordine questorile sostenendo l'assenza di un pericolo concreto. I giudici supremi hanno respinto la richiesta dichiarando inammissibile il ricorso, poiché il controllo di legittimità ha confermato la piena validità del provvedimento dell'autorità di pubblica sicurezza. Il ricorrente deve pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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DASPO urbano tra urgenza della misura e tutela difensiva
Un cittadino riceve un aggravamento del DASPO urbano con divieto triennale di accesso ai locali ed obbligo di presentazione periodica alla polizia. La difesa impugna la misura sostenendo la violazione del termine di quarantotto ore per la convalida del giudice e la mancata ostensione degli atti a seguito di istanza scritta. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il termine difensivo decorre dall'effettivo deposito del provvedimento in cancelleria e non dalla decisione in camera di consiglio, garantendo il rispetto delle quarantotto ore. Inoltre, data l'urgenza tipica delle misure di prevenzione, l'interessato deve esercitare il diritto di accesso recandosi direttamente di persona presso gli uffici competenti, non bastando una generica richiesta telematica. La misura resta pienamente valida ed esecutiva, con condanna del ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione del DASPO: i farmaci non cancellano la condanna
Un tifoso ha subito una condanna per la violazione del DASPO a causa della mancata presentazione presso gli uffici di polizia durante diverse partite di calcio. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione giustificando le proprie assenze con l'assunzione di farmaci sedativi e sostenendo l'assenza di un pericolo concreto per l'ordine pubblico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato ha natura di pericolo astratto e non richiede un disordine effettivo per perfezionarsi. Inoltre, la difesa non ha fornito prove cliniche idonee a dimostrare un'assoluta impossibilità fisica a comparire. Il tifoso deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione del divieto di accesso: basta entrare senza pericolo
Un cittadino ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per violazione del divieto di accesso emesso dal Questore. La difesa sosteneva l'assenza di un pericolo concreto e attuale per l'ordine pubblico al momento del fatto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che il reato punisce la trasgressione del comando amministrativo. Il pericolo per la sicurezza deve sussistere all'origine, quando l'autorità adotta la misura di prevenzione. Nel processo penale conta unicamente l'avvenuto ingresso nell'area interdetta e la conoscibilità del provvedimento. Non occorre accertare nuove condotte aggressive o un rinnovato pericolo. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva e il pagamento delle spese processuali.
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Divieto urbano e parcheggio abusivo: stop alla condanna
I giudici di merito hanno condannato un cittadino a quattro mesi di arresto per aver violato il divieto di accesso in un'area urbana comunale mentre svolgeva l'attività di parcheggiatore abusivo nel febbraio 2019. L'uomo ha proposto ricorso denunciando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rilevato che la contravvenzione contestata si è estinta per il decorso del tempo prima della pronuncia di secondo grado. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato la prescrizione del reato e hanno annullato la condanna senza rinvio.
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Daspo urbano in un locale: la Cassazione rigetta il ricorso
Un uomo coinvolto in una rissa all'interno di un bar ha subito un Daspo urbano emesso dal Questore, con l'obbligo di presentarsi alla polizia il sabato sera per sei mesi. Il Giudice per le indagini preliminari ha convalidato la misura. L'interessato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il giudice non avesse valutato altre misure cautelari pendenti e la proporzionalità della durata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la difesa non ha allegato i documenti richiesti al fascicolo di convalida. Inoltre, quando una misura viene irrogata nella durata minima di legge, non occorre una motivazione specifica se non vi sono contestazioni puntuali. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Convalida DASPO: Termini violati ma misura valida? La Cassazione decide
Un tifoso riceve un DASPO (divieto di partecipare a eventi sportivi e obbligo di firma) dopo disordini tra tifoserie. Contesta la tardiva richiesta di convalida del provvedimento da parte del Pubblico Ministero. La Cassazione ha rigettato il ricorso del tifoso. Ha chiarito che la misura di prevenzione non perde efficacia se il Pubblico Ministero chiede la convalida oltre le 48 ore, purché il Giudice per le Indagini Preliminari (G.I.P.) convalidi il provvedimento entro il termine complessivo di 96 ore dalla notifica iniziale. Il rispetto del termine complessivo di 96 ore è cruciale per la validità della convalida DASPO.
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Violazione del divieto di accesso: condanna ferma e multa
Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per la violazione del divieto di accesso stabilito dal Questore per motivi di sicurezza urbana. La difesa sosteneva che il provvedimento fosse privo di motivazione adeguata e richiedeva inoltre la concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'ordine di divieto del Questore era ampiamente motivato dai rischi per l'ordine pubblico. Inoltre, l'esclusione delle attenuanti generiche risulta corretta a causa dei precedenti penali e delle ripetute infrazioni commesse dal condannato. L'imputato deve quindi pagare le spese processuali e la sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Violazione del Daspo urbano: confermata la condanna in Cassazione
Un cittadino è stato condannato per l'esercizio dell'attività di parcheggiatore abusivo e per la violazione del Daspo urbano, per essersi trattenuto in un'area da cui il Questore lo aveva allontanato per dodici mesi. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo la mancata traduzione del provvedimento amministrativo e sostenendo di non aver svolto la condotta contestata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La censura sulla legittimità dell'ordine questorile non era stata sollevata in appello, violando il principio devolutivo, e difettava di autosufficienza per mancata allegazione dell'atto. Le contestazioni sui reati costituiscono una mera riproposizione di difese già valutate dai giudici di merito. Il ricorrente perde il giudizio ed è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Divieto di accesso DACUR: valido anche senza convalida
Un cittadino ha impugnato la condanna penale subita per aver violato il divieto di accesso DACUR imposto dal Questore per dodici mesi in alcune vie cittadine. La difesa sosteneva che il provvedimento fosse inefficace per mancanza della convalida del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il divieto di accesso DACUR ordinario, previsto per condotte reiterate, non richiede alcuna preventiva convalida giudiziaria per essere valido. Tale controllo del giudice serve solo nelle ipotesi più gravi riguardanti soggetti già condannati per reati specifici. Di conseguenza, la violazione del divieto costituisce reato ed il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Daspo urbano e decoro: vendere calamite non è reato
Un venditore ambulante è stato condannato per aver violato il divieto di accesso a una piazza monumentale, dove vendeva calamite ai turisti senza autorizzazione. Il Questore aveva emesso la misura preventiva contestando la lesione del decoro cittadino. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che il Daspo urbano richiede un concreto pericolo di commissione di reati e non una generica violazione del decoro urbano. La semplice vendita abusiva priva di minacce o molestie non giustifica la sanzione penale.
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Povertà e pena pecuniaria sostitutiva: la Cassazione
La Corte di appello confermava la condanna a sei mesi e venti giorni di arresto per Il Condannato, negando la conversione del carcere in sanzione economica a causa delle sue condizioni di povertà. Il difensore ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la mancata applicazione della pena pecuniaria sostitutiva. La Suprema Corte ha accolto il ricorso in conformità alla decisione delle Sezioni Unite: le difficoltà economiche non giustificano il rigetto della richiesta, ma incidono unicamente sul calcolo dell'importo giornaliero da versare. I giudici di legittimità hanno quindi annullato la sentenza impugnata, disponendo un nuovo giudizio.
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Parcheggiatore abusivo: condanna penale anche senza denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un parcheggiatore abusivo colto a indirizzare le auto vicino al capolinea dei bus urbani. L'uomo aveva violato il divieto di accesso alle aree pubbliche imposto dal Questore tramite DASPO urbano. La difesa sosteneva l'assenza di reato poiché l'imputato non aveva ricevuto denaro dagli automobilisti e contestava la legittimità del divieto questorile. I giudici hanno chiarito che il reato di parcheggiatore abusivo scatta anche senza compenso economico se il soggetto è già stato sanzionato in precedenza. Inoltre, le contestazioni contro il provvedimento del Questore spettano al giudice amministrativo e non a quello penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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