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Art. 679 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 679 Codice di Procedura Penale

Espulsione dello straniero confermata dopo la pena per omicidio
La Corte di Cassazione ha confermato l'espulsione dello straniero condannato per l'omicidio della moglie al termine dell'espiazione di dodici anni di reclusione. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto ancora attuale la pericolosità sociale del condannato perché l'uomo si era reso irreperibile per anni dopo la scarcerazione, non aveva mostrato alcun ripensamento critico per il delitto e viveva senza permesso di soggiorno né un lavoro lecito. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che i benefici carcerari non bastano a dimostrare un reale recupero se mancano segni di evoluzione della personalità. Inoltre, la totale assenza di mezzi di sostentamento e di documenti di soggiorno crea un pericolo concreto di reiterazione del crimine.
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Carcere esemplare, ma pericolosità sociale e libertà vigilata
Il Tribunale di sorveglianza ha disposto tre anni di misura di sicurezza per un condannato per associazione mafiosa. Il soggetto ha presentato ricorso in Cassazione evidenziando che il giudice della prevenzione aveva in precedenza escluso la sua pericolosità grazie alla condotta carceraria impeccabile e al tempo trascorso dai fatti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Il tema di pericolosità sociale e libertà vigilata richiede un apprezzamento autonomo da parte del magistrato di sorveglianza. Il comportamento regolare in cella e il decorso degli anni non bastano a escludere il rischio di recidiva. Il condannato, infatti, aveva già riallacciato i legami con il crimine organizzato dopo una lunghissima detenzione passata e non ha dimostrato una reale dissociazione dalla consorteria mafiosa né una concreta prospettiva di sostentamento lecito.
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Revoca della misura di sicurezza tra lavoro e vincoli mafiosi
Un condannato per associazione mafiosa ed estorsione ha chiesto la revoca della misura di sicurezza della libertà vigilata prima della scadenza biennale. Il richiedente ha evidenziato un regolare lavoro, l'assenza di nuove denunce e la partecipazione ai percorsi carcerari. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando la persistenza della pericolosità sociale, confermata da sanzioni disciplinari in carcere, lettere scambiate con esponenti della criminalità e il mancato distacco dall'ambiente mafioso originario. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la revoca della misura di sicurezza esige fatti nuovi, certi e univoci in grado di escludere del tutto il pericolo di recidiva.
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Fungibilità delle misure di sicurezza: stop allo scomputo
Un uomo condannato ha richiesto di scomputare 195 giorni da una nuova misura restrittiva, la libertà controllata. Il richiedente sosteneva di aver già scontato ingiustamente quel periodo sotto il regime della libertà vigilata. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il diniego dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la fungibilità delle misure di sicurezza non detentive non è prevista dalla legge. Tale istituto riguarda esclusivamente il carcere o le misure cautelari detentive. Inoltre, la libertà vigilata serve a neutralizzare una pericolosità sociale attuale, la quale non può essere cancellata o compensata da restrizioni subite in passato.
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Misura di sicurezza in REMS: confermata per pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato la misura di sicurezza in REMS della durata di un anno a carico di una donna ritenuta socialmente pericolosa. La vicenda trae origine dalle gravi minacce commesse dalla donna contro la propria famiglia e dal successivo fallimento dei percorsi terapeutici territoriali, segnati da violazioni delle prescrizioni ed irreperibilità. La difesa chiedeva la sostituzione del ricovero con la libertà vigilata sulla base di perizie cliniche favorevoli. I giudici hanno stabilito che i recenti miglioramenti non smentiscono la persistente pericolosità sociale. I precedenti fallimenti delle misure meno restrittive giustificano pienamente la custodia nella struttura sanitaria protetta. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Misura di sicurezza casa di lavoro: ricorso respinto e sanzione
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la dichiarazione di abitualità nel reato per un condannato, imponendogli la misura di sicurezza casa di lavoro per la durata di un anno. Il soggetto ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando irregolarità nell'avvio del procedimento e la presenza di un altro giudizio penale pendente. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le segnalazioni della polizia giudiziaria sollecitano legittimamente i poteri d'ufficio del giudice e che la pendenza di altri processi non impedisce l'applicazione della misura di sicurezza casa di lavoro per i fatti già accertati in modo irrevocabile.
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Misura di sicurezza: ricovero o cura libera? Decide il Tribunale
Un imputato prosciolto per vizio totale di mente subisce l'applicazione di una misura di sicurezza residenziale presso una struttura specializzata. L'uomo impugna la decisione davanti al Tribunale di sorveglianza per ottenere una misura non residenziale, ossia l'obbligo di frequentare il Centro di salute mentale. Il Tribunale dichiara inammissibile l'appello ritenendo competente il Magistrato di sorveglianza sulle sole modalità esecutive. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del difensore. I giudici supremi stabiliscono che la contestazione riguarda la tipologia e i presupposti della misura e non la sua mera esecuzione. La competenza spetta quindi al Tribunale di sorveglianza, che dovrà riesaminare il caso nel merito.
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Sorveglianza speciale: detenzione e attualità del pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di tre anni a carico di un soggetto con una lunga scia di precedenti penali violenti. L'interessato sosteneva che il periodo trascorso in detenzione domiciliare avesse interrotto la propria pericolosità sociale e lamentava la mancata valutazione del proprio percorso recente. I giudici hanno chiarito che la fine della detenzione impone una verifica rigorosa e attuale della condotta. Il mero decorso della pena senza sanzioni disciplinari non dimostra una reale riabilitazione se mancano prove di un autentico ravvedimento. Nel caso specifico, le violazioni delle prescrizioni, la guida in stato di ebbrezza e le frequentazioni con pregiudicati hanno dimostrato la piena attualità del rischio criminale.
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Pericolosità sociale: illegittima la misura senza perizia
Il Tribunale di sorveglianza disponeva l'applicazione della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto assolto per vizio di mente. Il giudice confermava la pericolosità sociale valorizzando la mancata collaborazione con i servizi per le dipendenze, ma ometteva di attendere gli esiti degli accertamenti psichiatrici precedentemente disposti. La difesa presentava ricorso per cassazione deducendo il vizio di motivazione e la carenza istruttoria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudizio di pericolosità sociale richiede una valutazione attuale, rigorosa e completa della personalità e delle patologie dell'interessato.
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Pericolosità sociale e libertà: la Cassazione annulla la misura
Un uomo condannato contestava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata al termine della pena. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura basandosi esclusivamente sulla mancata presentazione del soggetto agli appuntamenti con i servizi sociali. L'interessato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione degli elementi favorevoli, come il lungo tempo trascorso dai fatti, la condotta corretta e le proprie condizioni di salute psichica. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato il provvedimento impugnato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'accertamento della pericolosità sociale richiede un'analisi complessiva e attuale della persona, senza limitarsi a un singolo comportamento omissivo non contestualizzato.
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Competenza del magistrato di sorveglianza e cambio di residenza
La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto negativo di competenza tra due uffici giudiziari in merito all'applicazione di una misura di sicurezza nei confronti di un condannato. La Procura aveva chiesto di valutare la pericolosità sociale del soggetto mentre questi risiedeva nel primo circondario. Successivamente, l'uomo si era trasferito presso una comunità situata nel territorio del secondo giudice. Entrambi i magistrati avevano declinato la propria competenza. La Suprema Corte ha chiarito che la competenza del magistrato di sorveglianza si radica in modo definitivo al momento della presentazione della richiesta iniziale. Gli spostamenti o i cambi di residenza successivi non modificano l'ufficio competente. Di conseguenza, il primo giudice deve trattare il fascicolo.
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Libertà vigilata e mafia: la Cassazione nega la revoca
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata dopo l'espiazione della pena detentiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della libertà vigilata richiede la verifica attuale della pericolosità sociale del soggetto al momento dell'esecuzione della misura. Nel caso specifico, la pericolosità è stata ritenuta persistente a causa dei gravi precedenti per associazione mafiosa, dell'assenza di segni di rieducazione durante la detenzione e del rientro del soggetto nello stesso contesto criminale d'origine. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Libertà vigilata: negato il cambio casa, decide il Tribunale
Un uomo sottoposto alla misura della libertà vigilata, dopo aver ottenuto la liberazione condizionale, ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione a trasferire il proprio domicilio da Roma alla Sicilia per convivere con la compagna. Il giudice ha respinto la richiesta poiché la compagna conviveva con soggetti legati a un comitato locale e il padre di lei era un ex brigatista con relazioni qualificate con ambienti terroristici. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha stabilito che i provvedimenti del Magistrato di sorveglianza riguardanti le prescrizioni della libertà vigilata non si impugnano direttamente in Cassazione, ma tramite appello davanti al Tribunale di sorveglianza. Pertanto, la Corte ha riqualificato il ricorso in appello e ha trasmesso gli atti al Tribunale competente.
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Revoca libertà vigilata: passato criminale blocca lo stop anticipato
Un condannato ha richiesto l'interruzione anticipata della sua misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, confermando la decisione dei giudici precedenti. La Corte ha stabilito che per la revoca anticipata della libertà vigilata non basta dimostrare di non aver commesso nuovi reati dopo la scarcerazione. Il grave passato criminale e i lunghi periodi di latitanza sono elementi negativi che prevalgono, indicando una persistente pericolosità sociale. Il semplice trascorrere del tempo non è sufficiente a dimostrare un reale cambiamento e a giustificare la fine del controllo.
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Misure di sicurezza: guida alla pericolosità sociale
La Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, ha affrontato il tema della legittimità delle Misure di sicurezza applicate a soggetti ritenuti socialmente pericolosi. Il provvedimento chiarisce che la valutazione della pericolosità non può essere presunta, ma deve basarsi su elementi concreti e attuali. La decisione sottolinea l'importanza del giudizio di riesame per garantire che la libertà individuale non sia compressa oltre il tempo strettamente necessario alla prevenzione di nuovi reati.
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Pericolosità sociale: i criteri per la valutazione
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza relativa alla misura della libertà vigilata. Il ricorrente contestava la mancata analisi della condotta post-delittuosa e della risalenza dei fatti. La Suprema Corte ha stabilito che il giudizio sulla pericolosità sociale non può essere generico, ma deve fondarsi su un accertamento in concreto che consideri tutti i parametri dell'articolo 133 del codice penale, spiegando dettagliatamente come e perché il pericolo sia variato nel tempo.
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Pericolosità sociale: quando la misura prosegue
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga della misura di sicurezza della libertà vigilata per un individuo con patologie psichiatriche, nonostante una perizia clinica favorevole. Il cuore della decisione risiede nella valutazione della pericolosità sociale: il giudice non è vincolato esclusivamente ai sintomi clinici attuali, ma deve considerare la consapevolezza del soggetto rispetto alla propria malattia. Nel caso di specie, la scarsa consapevolezza della patologia e il rischio di interruzione della terapia farmacologica fuori dalla struttura residenziale hanno giustificato il mantenimento della misura per prevenire la recidiva.
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Pericolosità sociale: criteri per la libertà vigilata
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per un soggetto precedentemente detenuto in regime di 41-bis. Il fulcro della decisione risiede nell'accertamento della pericolosità sociale, che non deriva da un automatismo legislativo ma da una valutazione concreta. I giudici hanno rilevato che il ruolo di vertice in un clan mafioso ancora operativo e l'assenza di dissociazione dimostrano l'attualità del rischio di recidiva.
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Libertà vigilata: criteri per la revoca della misura
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso per la revoca anticipata della libertà vigilata presentato da un soggetto condannato per gravi reati associativi. La decisione ribadisce che la pericolosità sociale deve essere valutata in modo attuale e che la revoca richiede prove certe di un'evoluzione positiva della personalità del reo, non bastando il mero decorso del tempo o l'assenza di nuove denunce.
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Pericolosità sociale: annullata condanna dopo detenzione
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per violazione della sorveglianza speciale. La decisione si fonda sull'intervento della Corte Costituzionale che ha reso obbligatoria la rivalutazione della pericolosità sociale di un soggetto dopo qualsiasi periodo di detenzione, a prescindere dalla sua durata. Senza tale verifica, la misura di prevenzione è inefficace e, di conseguenza, la sua violazione non costituisce reato.
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