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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Sezione Prima Penale

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Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Revoca della detenzione domiciliare: l’avvocato va rinominato
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti del Condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata notifica dell'avviso di udienza ai suoi difensori di fiducia, nominati nella precedente fase di concessione della misura, e la conseguente nomina di un difensore d'ufficio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la nomina del difensore di fiducia per la concessione di una misura alternativa non estende i suoi effetti al procedimento di revoca. Quest'ultimo costituisce infatti un procedimento autonomo ed eventuale. Di conseguenza, la notifica al difensore d'ufficio è legittima e non sussiste alcuna nullità.
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Permesso premio: no al rigetto automatico se cambia la legge
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di permesso premio avanzata da un detenuto per reati ostativi, applicando le nuove e più stringenti regole introdotte dal D.L. 162/2022 senza valutarne la documentazione o concedere un termine per integrarla. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che, sebbene il nuovo regime sia applicabile in virtù del principio del tempus regit actum, il giudice non può liquidare la domanda come inammissibile. Il Tribunale avrebbe dovuto esaminare i documenti già prodotti, concedere un termine per adeguarsi ai nuovi oneri di allegazione e attivare i propri poteri istruttori d'ufficio. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Notifica tardiva dell’udienza: la Cassazione annulla la revoca
Il Condannato ha impugnato l'ordinanza della Corte d'Appello che revocava la sospensione condizionale della pena. La difesa ha eccepito la nullità assoluta del provvedimento poiché la notifica dell'udienza è avvenuta il giorno successivo alla celebrazione della stessa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la notifica tardiva dell'udienza impedisce la partecipazione del condannato al procedimento di esecuzione. Questo vizio viola l'obbligo di preavviso di almeno dieci giorni previsto dalla legge e determina una nullità generale e assoluta, insanabile e rilevabile d'ufficio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento impugnato e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio, garantendo il diritto di difesa.
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Opposizione all’indulto: tra benefici e reati di mafia
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso del Procuratore Generale contro la concessione del beneficio dell'indulto a un condannato, precedentemente accordato dalla Corte di appello di Catanzaro. Il Procuratore sosteneva che il condannato non avesse diritto al beneficio a causa di una successiva condanna per associazione mafiosa. La Suprema Corte non è entrata nel merito della questione, ma ha stabilito che il ricorso deve essere qualificato come opposizione all'indulto ai sensi dell'articolo 667 del codice di procedura penale. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato la trasmissione degli atti alla Corte di appello di Catanzaro, affinché decida in sede di opposizione garantendo il pieno contraddittorio tra le parti.
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Rideterminazione della pena: nessun taglio con sanzione già minima
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena di sei anni di reclusione per l'acquisto di oltre quindici chili di cocaina, invocando una pronuncia della Corte Costituzionale che ha ridotto il minimo edittale per le droghe pesanti da otto a sei anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, al momento della consumazione del reato nel 2006, la legge applicabile prevedeva già il minimo edittale di sei anni di reclusione. Di conseguenza, la successiva decisione della Corte Costituzionale non poteva produrre alcun effetto favorevole sulla sanzione già inflitta, in quanto calcolata su una cornice sanzionatoria identica. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Medesimo disegno criminoso: bisogno di soldi o piano unico?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne passate in giudicato. Il ricorrente sosteneva che i furti e i reati contro il patrimonio commessi in un arco di diciotto anni fossero legati dal medesimo disegno criminoso, in quanto finalizzati a reperire denaro per il sostentamento familiare. La Suprema Corte ha confermato la decisione del giudice dell'esecuzione: il semplice bisogno di denaro o il fine di lucro rappresenta solo un movente comune e non dimostra l'esistenza di un programma delinquenziale unico e pianificato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca definitiva e verifica crediti: ex proprietario escluso
Un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ha contestato la validità dello stato passivo, lamentando la mancata convocazione all'udienza di accertamento dei debiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, una volta che la misura ablatoria è diventata irrevocabile, si realizza una confisca definitiva e verifica crediti in cui il precedente proprietario perde la qualifica di parte necessaria. Lo Stato subentra infatti nella titolarità esclusiva dei beni. Inoltre, l'omesso parere del Pubblico Ministero costituisce una nullità che solo quest'ultimo può eccepire, escludendo qualsiasi interesse del privato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Cessazione della permanenza del reato: armi o associazione?
Il Condannato, condannato per associazione di stampo mafioso e traffico di stupefacenti, ha richiesto tramite incidente di esecuzione la retrodatazione della cessazione della permanenza del reato al 2009, anno del suo primo arresto per detenzione di armi. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'istanza, ritenendola una mera riproposizione di una questione già decisa nel 2020, che aveva fissato la cessazione al 2011 (data dell'arresto per il reato associativo). La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, stabilendo che la precedente decisione non era frutto di un errore materiale ma di una scelta consapevole basata sulle prove. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: no allo sconto per chi sceglie la vita criminale
Il Condannato ha richiesto al Tribunale l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare diverse condanne definitive per ricettazione, spaccio di droga e violazione della legge sulle armi. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, non riscontrando un progetto unitario iniziale. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valorizzazione della vicinanza temporale e dell'omogeneità dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice scelta di vivere di espedienti criminali (programma di vita delinquenziale) non equivale al medesimo disegno criminoso richiesto per il reato continuato. La diversità dei contesti di tempo, di luogo e la differente natura dei reati escludono l'unificazione della pena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio negato: buona condotta non basta per uscire
Il Tribunale di sorveglianza nega a un detenuto la concessione di un permesso premio, ritenendo prematuro l'avvio di trattamenti esterni e non provata la recisione dei legami con la criminalità organizzata. Il detenuto ricorre in Cassazione, sostenendo che la precedente concessione della liberazione anticipata dimostrasse la regolarità della sua condotta. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che non esiste alcun automatismo tra la liberazione anticipata e il permesso premio. Il giudice di sorveglianza deve valutare autonomamente la pericolosità sociale e l'idoneità del percorso rieducativo del condannato, senza essere vincolato da precedenti benefici. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Spazio minimo vitale in carcere: no al risarcimento ripetuto
Il Detenuto ha richiesto un indennizzo per aver espiato la pena in condizioni di sovraffollamento carcerario a Padova. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda perché identica a una precedente già respinta. Il ricorrente ha impugnato la decisione sostenendo che una successiva sentenza delle Sezioni Unite costituisse un elemento di novità idoneo a superare il blocco della decisione precedente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la pronuncia delle Sezioni Unite non ha introdotto criteri nuovi sul calcolo dello spazio minimo vitale in carcere, ma ha solo confermato l'orientamento consolidato che esclude i letti a castello dal computo. Di conseguenza, in assenza di reali novità, opera la preclusione del giudicato esecutivo.
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Laurea in carcere: negato il premio di rendimento dal giudice
Un detenuto ha richiesto al Magistrato di sorveglianza il pagamento del premio di rendimento per aver conseguito la laurea durante la carcerazione. Il Magistrato ha dichiarato il non luogo a provvedere per incompetenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che il Magistrato di sorveglianza non ha competenza diretta sulla concessione del premio di rendimento, trattandosi di un'attività puramente amministrativa della direzione carceraria. Inoltre, non sussisteva un grave e attuale pregiudizio ai diritti del detenuto idoneo a giustificare l'intervento del giudice di sorveglianza, poiché le istanze amministrative erano ancora in fase di valutazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione di domicilio: la residenza non basta per la notifica
L'Imputata ha proposto un incidente di esecuzione sostenendo che la notifica della sua condanna fosse nulla. Durante l'identificazione, aveva riferito di risiedere in un campo nomadi, ma aveva espressamente rifiutato di eleggere o dichiarare un domicilio. Di conseguenza, la notifica era stata effettuata al suo difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice indicazione della residenza non equivale a una valida dichiarazione di domicilio. Quest'ultima richiede infatti un atto di volontà consapevole e formale, non una semplice comunicazione di un dato di fatto. Poiché l'interessata aveva rifiutato l'invito a scegliere un domicilio, la notifica al difensore d'ufficio è legittima. L'Imputata è stata condannata a pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Prescrizione della pena: perché l’indulto blocca il tempo
Il Condannato, beneficiario di un indulto poi revocato a causa di una nuova condanna, ha chiesto l'estinzione della pena originaria di tre anni di reclusione per decorso del termine decennale. Tuttavia, la nuova condanna ha successivamente perso il carattere di irrevocabilità a seguito della restituzione nel termine per proporre appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la prescrizione della pena non decorre se la sanzione non è concretamente eseguibile. Poiché il venir meno dell'irrevocabilità della seconda sentenza ha congelato la revoca dell'indulto, la pena originaria è tornata a non essere eseguibile. Di conseguenza, il termine di prescrizione della pena non ha mai iniziato a decorrere, impedendo l'estinzione della condanna.
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Misure alternative alla detenzione: sì all’irreperibile
Il Tribunale di sorveglianza aveva dichiarato inammissibile, senza udienza (de plano), la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata dal difensore di un condannato irreperibile, motivando con la mancanza della dichiarazione di domicilio e l'incompatibilità dello stato di irreperibilità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'obbligo di dichiarare il domicilio non si applica ai soggetti irreperibili o latitanti. Inoltre, la valutazione sulla compatibilità tra l'irreperibilità e la concessione delle misure alternative alla detenzione richiede un accertamento complesso che non può essere deciso d'ufficio senza garanzie difensive, ma impone la fissazione di un'udienza in contraddittorio. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Espulsione dello straniero: convivenza non provata e rimpatrio
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato il decreto di espulsione dello straniero detenuto con pena residua inferiore a due anni. Il cittadino straniero ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di convivere in Italia con il fratello e la cognata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché il ricorrente si è limitato ad affermazioni generiche sulla convivenza, senza fornire prove concrete del rapporto che avrebbe potuto impedire l'allontanamento. Di conseguenza, l'espulsione dello straniero è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Sospensione condizionale della pena: risarcire tardi non salva
Il Tribunale ha revocato il beneficio della sospensione condizionale della pena a un soggetto condannato, poiché non ha risarcito il danno di 900 euro alla parte civile entro il termine di cinque mesi stabilito dalla sentenza. Il condannato ha fatto ricorso sostenendo di aver successivamente pagato a rate l'importo concordato con il creditore e di trovarsi in condizioni economiche disagiate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il mancato adempimento dell'obbligo risarcitorio entro il termine perentorio comporta la revoca automatica del beneficio. Eventuali accordi o pagamenti tardivi successivi alla scadenza sono irrilevanti, a meno che non venga dimostrata una tempestiva e assoluta impossibilità oggettiva di adempiere, circostanza non provata nel caso di specie. Il condannato perde il beneficio e deve pagare le spese processuali.
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Difensore non cassazionista: il ricorso fallisce e costa caro
Il Tribunale di Taranto revocava la sospensione condizionale della pena inflitta a un cittadino. Il difensore del condannato presentava opposizione contro tale provvedimento, ma l'atto veniva qualificato come ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha rilevato che l'atto era stato firmato da un difensore non cassazionista, privo dell'iscrizione all'albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Per questo motivo, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Conflitto di competenza: no a sconti per condanne definitive
Il Condannato, dopo una sentenza di patteggiamento irrevocabile nel 2021, ha richiesto la sostituzione della pena detentiva con i lavori di pubblica utilità. Sia il Giudice per le indagini preliminari sia il Tribunale di sorveglianza hanno dichiarato inammissibile la richiesta. La difesa ha quindi sollevato un presunto conflitto di competenza davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato insussistente il conflitto di competenza. I giudici hanno chiarito che le nuove pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia si applicano solo ai procedimenti non ancora definitivi al momento dell'entrata in vigore della riforma. Di conseguenza, gli atti sono stati restituiti al Giudice per le indagini preliminari di Milano, confermando l'inammissibilità della richiesta del Condannato.
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Principio della domanda: nullo il giudizio non richiesto
Il Condannato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione della continuazione per tre reati specifici di furto, evasione e rapina. Tuttavia, il giudice ha commesso un errore e ha deciso su fatti diversi e non richiesti, applicando d'ufficio la continuazione per vecchi reati di furto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che nel procedimento di esecuzione opera il rigido principio della domanda. Il giudice non può decidere di propria iniziativa su fatti diversi da quelli indicati dalle parti, a pena di nullità insanabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione e ha ordinato un nuovo giudizio.
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