LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 629 Codice Penale — Sezione Prima Penale

Pagina 2 di 18

Altri anni per Art. 629 Codice Penale

Rideterminazione pena: l’errore di calcolo non basta in esecuzione
Un Lavoratore, condannato a otto anni di reclusione, ha chiesto la **rideterminazione pena** sostenendo un errore nel calcolo delle aggravanti. La Corte d'Appello ha respinto la sua richiesta. La Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che un errore nel calcolo della pena può essere contestato in sede di esecuzione solo se la pena non è prevista dalla legge o supera i limiti legali. Un semplice errore di calcolo deve essere impugnato con i mezzi ordinari contro la sentenza di condanna. Il ricorso del Lavoratore è stato dichiarato inammissibile e lui è stato condannato a pagare le spese e una somma alla Cassa delle Ammende.
Continua »
Liberazione anticipata negata tra denunce e sanzioni
Un detenuto richiede il beneficio dello sconto di pena per il periodo tra il 2015 e il 2021. Il Tribunale di Sorveglianza nega la misura a causa di un richiamo disciplinare in carcere e di diverse denunce per evasione e stupefacenti. Il ricorrente impugna la decisione sostenendo la mancanza di condanne definitive e la regolare condotta tenuta durante i domiciliari. La Corte di Cassazione respinge l'impugnazione e conferma il rigetto della richiesta di liberazione anticipata. I giudici evidenziano che le nuove denunce e le violazioni carcerarie dimostrano il mancato percorso rieducativo, potendo incidere negativamente anche sulla valutazione di semestri precedenti o successivi.
Continua »
Collaborazione con la giustizia: niente permessi al boss
Un detenuto condannato per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti ed estorsione ha richiesto un permesso premio. Egli ha sostenuto l'impossibilita' di una utile collaborazione con la giustizia, evidenziando le sue parziali assoluzioni per i reati legati alle armi e alla latitanza del capo. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza. I giudici hanno evidenziato che la sua posizione di rilievo nell'organizzazione gli consente di rivelare dettagli preziosi sui canali della droga e sulle estorsioni. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali. L'assoluzione per singoli episodi non elimina le conoscenze acquisite nel clan, mantenendo intatta la possibilita' di collaborare.
Continua »
Reato continuato in fase esecutiva: confini e unione pene
Un condannato per associazione mafiosa ed estorsioni ha chiesto il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva per unificare diverse condanne definitive. La Corte di Appello ha accolto l'istanza per i delitti commessi in un comune, ma l'ha respinta per un'estorsione avvenuta in una città limitrofa, ritenendo non provata la preventiva programmazione del crimine al momento dell'ingresso nel clan. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata. I giudici di merito hanno ignorato le prove documentali prodotte dalla difesa che dimostravano come l'influenza territoriale dell'organizzazione criminale includesse sin dall'origine anche la seconda area. Il giudice dell'esecuzione deve verificare l'effettivo piano unitario senza automatismi e riesaminare tutti gli atti.
Continua »
Continuazione in sede esecutiva e reati d’impulso: la Cassazione
Un uomo condannato per vari reati ha chiesto l'unificazione delle pene mediante la continuazione in sede esecutiva per quindici sentenze irrevocabili. Il Giudice dell'esecuzione ha escluso dal beneficio un'estorsione commessa nel 2009. Tale condotta nasceva dalla reazione improvvisa della vittima di una truffa, la quale aveva minacciato di denunciare i fatti ai Carabinieri. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'esistenza di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'estorsione estemporanea e reattiva non rientra nella preventiva programmazione dei reati. Il giudice dell'esecuzione non è vincolato dalle pronunce precedenti su fatti diversi e deve solo motivare in modo adeguato il proprio diniego.
Continua »
Estorsione di lieve entità: modesto importo ma pena confermata
Un uomo acquista uno scooter rubato e chiede 400 euro al proprietario, un anziano di settant'anni affetto da problemi di salute, per restituirglielo. Condannato in via definitiva per ricettazione ed estorsione, il responsabile chiede al giudice dell'esecuzione una riduzione della pena. La richiesta si fonda su una pronuncia della Corte Costituzionale che consente uno sconto per l'estorsione di lieve entità. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici evidenziano che la valutazione sulla misura della pena non dipende soltanto dal modesto valore economico preteso. Occorre infatti considerare la particolare vulnerabilità della vittima e la pericolosità del condannato. Di conseguenza, l'estorsione di lieve entità viene esclusa e la pena originaria rimane pienamente confermata.
Continua »
Deformazione dell’aspetto della persona: confermata la pena
Il Lavoratore condannato per il reato di deformazione dell'aspetto della persona ha chiesto al Giudice dell'esecuzione la riduzione della pena. La richiesta derivava dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 83/2025, che ha introdotto l'attenuante della lieve entità per questo delitto. La Corte di Appello ha ridotto solo la pena accessoria, negando lo sconto sulla pena principale a causa della violenza dell'aggressione e delle gravissime lesioni oculari permanenti causate alla vittima. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'illegalità della pena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la violenza del fatto e la gravità dei danni escludono la lieve entità. Il ricorrente deve pagare le spese processuali.
Continua »
Divieto di reformatio in peius: la Cassazione riduce la pena
L'Imputato, condannato per il reato di estorsione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena effettuato dalla Corte d'Appello durante il giudizio di rinvio. Nonostante l'annullamento precedente, i giudici di merito avevano aumentato la sanzione specifica legata all'aggravante da quattro a nove mesi di reclusione, pur mantenendo un trattamento complessivo apparentemente favorevole. Questo incremento autonomo violava il divieto di reformatio in peius, il quale garantisce che l'impugnazione proposta dal solo imputato non si traduca mai in un peggioramento delle singole componenti della sanzione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato la sentenza senza rinvio. I giudici di legittimità hanno rideterminato direttamente la pena finale in sette anni di reclusione e 7.500 euro di multa, eliminando l'illegittimo aumento applicato dai giudici territoriali.
Continua »
Revoca dell’indulto: nuovo reato cancella lo sconto
Un soggetto condannato aveva beneficiato dello sconto di pena per reati legati agli stupefacenti grazie all'indulto concesso con legge nel 2006. Tuttavia, entro il quinquennio previsto dalla norma, l'interessato ha commesso un nuovo delitto doloso di estorsione, riportando una condanna a cinque anni di reclusione. Il Giudice dell'esecuzione ha disposto la revoca dell'indulto, poiché la legge impone la perdita del beneficio a chi commette un delitto non colposo con pena detentiva pari o superiore a due anni entro cinque anni. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo il calcolo errato del quinquennio e contestando la mancata scorporazione della pena base dai relativi aumenti per la continuazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la commissione del delitto rientrava pienamente nel termine temporale stabilito e che la pena inflitta superava ampiamente la soglia di legge.
Continua »
Sospensione dell’ordine di esecuzione negata a chi è già detenuto
Il Condannato ha richiesto la sospensione dell'ordine di esecuzione della pena residua, sostenendo che l'intervenuta applicazione dell'indulto avesse ridotto la condanna da espiare al di sotto dei quattro anni di reclusione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la sospensione dell'ordine di esecuzione non si applica a chi si trova già ristretto in carcere per altri titoli detentivi. Inoltre, la presenza di condanne per reati ostativi richiede una valutazione esclusiva del Tribunale di sorveglianza e impedisce al Giudice dell'esecuzione di disporre la sospensione della carcerazione.
Continua »
Pena illegale ed errori di calcolo: la Cassazione decide
Un condannato definitivo per estorsione pluriaggravata e associazione mafiosa ha chiesto la rideterminazione della condanna inflitta. La difesa ha sostenuto la presenza di una pena illegale per violazione delle regole sul calcolo di due circostanze aggravanti a effetto speciale concorrenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i meri errori di calcolo intermedi che non superano i limiti massimi previsti dalla legge generano una pena illegittima e non una pena illegale. Di conseguenza, il condannato deve contestare tali vizi nei gradi ordinari di giudizio. Il giudice dell'esecuzione non può superare la definitività della sentenza se la sanzione finale rientra nella cornice edittale legale.
Continua »
Affidamento in prova al servizio sociale: il lavoro non basta
Il Condannato ha richiesto la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale, evidenziando il regolare svolgimento di un'attività lavorativa. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta richiamando i precedenti penali, le frequentazioni con pregiudicati e una denuncia per estorsione aggravata da modalità mafiose. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della misura alternativa. I giudici hanno chiarito che il lavoro svolto non è sufficiente da solo per concedere l'affidamento in prova al servizio sociale se manca una reale revisione critica del passato e se sussiste il pericolo che il soggetto commetta nuovi reati. Il ricorso è stato rigettato con condanna del condannato al pagamento delle spese processuali.
Continua »
Contestazione a catena e carcere: la Cassazione fissa i limiti
Un indagato, accusato di far parte di un'associazione di stampo camorristico e di tentata estorsione, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa ha invocato l'istituto della contestazione a catena, chiedendo di retrodatare i termini di custodia alla luce di una precedente misura basata sulla medesima informativa di polizia giudiziaria. Inoltre, il ricorrente ha lamentato una disparità di trattamento rispetto ai coindagati. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che la retrodatazione esige la prova della concreta scadenza dei termini massimi di custodia e che gli indizi già sussistessero interamente al momento del primo provvedimento. La Suprema Corte ha anche stabilito che l'eventuale trattamento differente riservato ad altri indagati non costituisce vizio di legittimità della singola ordinanza.
Continua »
Minaccia a un inferiore: l’abuso della divisa costa la condanna
Un Ufficiale superiore dell'Esercito si è presentato in divisa e senza autorizzazione presso l'ufficio di una militare di grado inferiore. L'Ufficiale ha intimato alla soldata di ritirare una relazione di servizio a carico di un giovane commilitone, prospettandole una controdenuncia penale che ne avrebbe compromesso la carriera e i concorsi interni. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'imputato per il reato di minaccia a un inferiore, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che prospettare un'azione giudiziaria palesemente infondata al solo fine di intimidire un sottoposto e bloccarne la progressione professionale costituisce a tutti gli effetti un male ingiusto penalmente perseguibile. È stata inoltre negata l'esimente della particolare tenuità del fatto a causa del grave abuso di autorità.
Continua »
Accesso alla semilibertà: il calcolo tra reato comune e ostativo
Un detenuto condannato a una pena complessiva di quindici anni di reclusione ha chiesto la misura alternativa della semilibertà. Il cumulo comprendeva un reato ostativo di seconda fascia (estorsione aggravata) e reati comuni. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta applicando la soglia dei due terzi sull'intera pena unificata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato il provvedimento. La Suprema Corte ha stabilito che, per valutare l'accesso alla semilibertà in caso di cumulo eterogeneo, il giudice deve sciogliere virtualmente il cumulo: occorre sommare i due terzi della pena inflitta per il reato ostativo e la metà della pena inflitta per i reati comuni, confrontando tale totale con il periodo complessivamente espiato.
Continua »
Estorsione e metodo mafioso: recupero crediti e minacce implicite
La vicenda riguarda una complessa serie di condotte criminose messe in atto da un gruppo criminale organizzato operante nel nord Italia, dedito al recupero forzoso di crediti, al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi. Gli imputati imponevano la riscossione dei crediti mediante pressioni ambientali, visite perentorie di più soggetti e minacce implicite, evocando legami con ambienti della criminalità organizzata. I ricorrenti contestavano la configurabilità dell'associazione criminale e l'applicazione dell'aggravante di estorsione e metodo mafioso, invocando in alternativa il reato meno grave di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha confermato in massima parte l'impianto accusatorio, ribadendo che l'intervento di terzi estranei con interessi propri e l'uso di minacce implicite connotano pienamente l'estorsione e metodo mafioso, accogliendo solo parzialmente i ricorsi su specifiche posizioni marginali ed errori di calcolo della pena.
Continua »
Benefici penitenziari per reati ostativi: la condotta non basta
Un detenuto condannato per associazione mafiosa ed estorsione ha richiesto l'accesso all'affidamento in prova o alla semilibertà. L'interessato ha sostenuto l'impossibilità di collaborare e ha documentato la propria buona condotta carceraria insieme a un'offerta di lavoro. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile l'istanza per mancata prova della rescissione dei legami con il clan ancora attivo nel suo territorio. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento e ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i benefici penitenziari per reati ostativi non operano più con divieto assoluto dopo la riforma del 2022. Tuttavia, il condannato deve fornire elementi specifici e rigorosi per superare la presunzione di pericolosità sociale. La sola regolare condotta intramuraria non dimostra la reale rottura con l'organizzazione criminale.
Continua »
Affiliazione mafiosa o favoreggiamento: carcere confermato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due individui accusati di far parte di un clan criminale. Uno dei ricorrenti rispondeva di tentata estorsione ed entrambi del delitto di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva la natura occasionale dei contatti, chiedendo di derubricare la condotta a semplice favoreggiamento personale. I giudici hanno respinto i ricorsi evidenziando il valore probatorio delle intercettazioni ambientali e delle dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia. Mettersi stabilmente a disposizione dei vertici del gruppo per reperire armi o sabotare telecamere dimostra l'inserimento organico nella consorteria criminale. Non serve compiere materialmente ogni singolo reato programmato per configurare la piena partecipazione all'associazione mafiosa.
Continua »
Reato continuato: associazione mafiosa ed estorsione autonoma
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra diverse condanne definitive, tra cui una tentata estorsione del 2001 e il delitto di associazione mafiosa commesso tra il 2010 e il 2018. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza per la tentata estorsione, considerandola un'azione isolata e commessa per finalità lucrative personali prima dell'ingresso nella cosca. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. La Suprema Corte ha chiarito che per applicare il reato continuato tra l'associazione criminale e i singoli delitti non basta l'appartenenza al clan o la compatibilità dei reati con gli scopi del gruppo. La difesa deve dimostrare che il soggetto aveva programmato lo specifico fatto criminoso sin dal momento iniziale della sua adesione al sodalizio mafioso.
Continua »
Estorsione e lieve entità: la Cassazione nega lo sconto
L'Imputata ha chiesto la riduzione della pena per il reato di tentata estorsione e lieve entità, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 120 del 2023. La difesa sosteneva che la somma pretesa fosse modesta (500 euro), che la vittima avesse avvisato subito le forze dell'ordine senza pagare e che l'Imputata avesse un ruolo marginale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la lieve entità non si applica automaticamente in caso di reato tentato. La presenza di un complice e l'esecuzione di pressioni reiterate contro un imprenditore aumentano la forza intimidatoria e dimostrano un'organizzazione illecita. La Cassazione ha confermato che tali elementi escludono la minore gravità del fatto, confermando la pena e condannando la ricorrente alle spese processuali.
Continua »