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Art. 629 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 629 Codice Penale

Associazione di tipo mafioso: finto lavoro, confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione. La difesa sosteneva che la richiesta di denaro a un imprenditore riguardasse un regolare lavoro di smaltimento rifiuti. Tuttavia, le intercettazioni hanno svelato una richiesta estorsiva, inizialmente di 3.500 euro e poi aumentata a 5.000 euro dal ricorrente, suscitando l'ira del capo clan per il rischio di arresti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la condotta del ricorrente, unita ad altri episodi come la consegna di biglietti minatori e la gestione di incontri riservati, dimostra la sua stabile inserzione nel sodalizio criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata: l’apparenza lecita non cancella il reato
Un uomo, amministratore di una società, ha convinto la vittima a noleggiare sette auto per poi costringerla, insieme a complici legati a un clan mafioso, a rinunciare ai canoni e alla proprietà dei veicoli. Accusato di estorsione aggravata, l'indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare sollevando eccezioni sulla scadenza dei termini d'indagine e sulla genericità delle accuse. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le nuove iscrizioni d'indagine sono valide se emergono fatti nuovi e che il rinvio ad altri atti per descrivere le accuse è legittimo se non lede la difesa. L'imputato perde il ricorso e resta agli arresti domiciliari, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Termini delle indagini preliminari: arresti validi per estorsione
Un imprenditore, co-amministratore di una società, è stato sottoposto agli arresti domiciliari per estorsione pluriaggravata in concorso. Insieme ad altri soggetti legati a un clan criminale, ha costretto il gestore di un'attività di autonoleggio a cedere sette veicoli senza pagare i canoni, usando minacce e violenze. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando il superamento dei termini delle indagini preliminari e l'inutilizzabilità di alcune prove, oltre alla nullità dell'aggravante mafiosa descritta per rinvio a un altro atto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la nuova iscrizione di reato è legittima se emergono fatti storici diversi, e che i termini delle indagini preliminari decorrono autonomamente per ogni nuova iscrizione. Inoltre, la motivazione per rinvio è valida se garantisce il diritto di difesa.
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Tentata estorsione a commercianti: ricorso respinto in Cassazione
Un uomo è stato condannato a un anno e due mesi di reclusione per il reato di tentata estorsione, commesso attraverso ripetute e pressanti richieste di denaro rivolte ai titolari di un negozio. L'imputato ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un'errata valutazione delle prove e chiedendo una ricostruzione alternativa dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione se i giudici di merito hanno già fornito una motivazione logica e coerente, specialmente in presenza di una doppia condanna conforme. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Credibilità della persona offesa: Cassazione blinda la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per estorsione e spaccio di lieve entità. La difesa contestava la credibilità della persona offesa, lamentando un vizio di motivazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sulle prove e sulla credibilità della persona offesa spetta esclusivamente ai giudici di primo e secondo grado. Poiché la Corte d'Appello aveva già motivato in modo coerente e logico l'attendibilità della vittima, il tentativo di richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità rende il ricorso inammissibile. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Determinazione della pena: tra rigore mafioso e sconti per chi collabora
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'imputato contestava la determinazione della pena, ritenendo insufficiente la motivazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice. Quando la sanzione inflitta è vicina al minimo edittale, non occorrono motivazioni complesse, essendo sufficiente definire la pena come equa o congrua. Nel caso specifico, i giudici avevano già adeguatamente valutato la collaborazione dell'imputato con la giustizia e il suo distacco dal sodalizio criminale.
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Favoreggiamento personale: quando la vittima difende l’estorsore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di favoreggiamento personale nei confronti della vittima di un'estorsione. Il soggetto, interrogato dalle forze dell'ordine, aveva negato di aver pagato del denaro ai suoi estorsori, tentando così di proteggerli e ostacolare le indagini. La difesa sosteneva che l'uomo avesse agito per paura di essere coinvolto e che si applicasse la causa di non punibilità per salvare se stesso da un grave danno. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che anche la persona offesa può commettere favoreggiamento personale se mente per sviare le indagini. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Patrocinio a spese dello Stato negato al detenuto per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego del patrocinio a spese dello Stato per un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione. La legge prevede una presunzione di superamento dei limiti di reddito per chi ha commesso reati di criminalità organizzata. Il richiedente non ha superato tale presunzione, in quanto il semplice stato di detenzione ininterrotta non dimostra l'assenza di risorse economiche o l'impossibilità di accedere a patrimoni illeciti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorrenza illecita con minaccia o violenza: l’arresto è nullo
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un imprenditore accusato di estorsione e concorrenza illecita con minaccia o violenza, aggravati dal metodo mafioso. I giudici di legittimità hanno rilevato che il tribunale del riesame ha applicato la misura cautelare basandosi su una motivazione apparente e su un'errata interpretazione delle intercettazioni telefoniche. In particolare, non è emerso alcun comportamento violento o minaccioso volto a ostacolare l'attività del lido balneare concorrente. Al contrario, le conversazioni dimostravano la volontà dell'indagato di favorire il concorrente nei momenti di massima affluenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto l'immediata liberazione dell'imprenditore, escludendo la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza necessari per il mantenimento della custodia in carcere.
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Gravità indiziaria assente: la Cassazione annulla il carcere
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la custodia in carcere per Il Cittadino, accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un'impresa edile. Secondo l'accusa, l'indagato avrebbe proposto alla vittima di utilizzare i macchinari di un soggetto vicino alla criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il provvedimento, ordinando l'immediata liberazione dell'indagato. I giudici di legittimità hanno rilevato l'assenza di una sufficiente gravità indiziaria. La semplice proposta di noleggio di mezzi d'opera non dimostra, in mancanza di elementi critici e precisi, un collegamento diretto con le minacce estorsive o con la richiesta di denaro avanzata da altri soggetti.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullata la misura
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare degli arresti domiciliari emessa nei confronti di un imprenditore immobiliare. L'indagato era accusato di tentata estorsione e di concorso esterno in associazione mafiosa per aver agevolato una cosca locale. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della difesa limitatamente all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e alla sussistenza delle esigenze cautelari. La Cassazione ha rilevato che il Tribunale del Riesame non ha motivato in modo concreto quale sia stato l'effettivo e specifico contributo fornito dall'indagato al sodalizio criminale, né quali vantaggi ne siano derivati. Di conseguenza, i giudici dovranno rivalutare la gravità degli indizi per tale reato e l'effettiva necessità della misura restrittiva, tenendo conto dell'età e della salute dell'indagato.
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Calcolo della pena nel reato tentato: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato per tentata estorsione. La difesa contestava il calcolo della pena nel reato tentato, ritenendo contraddittoria la determinazione della pena base e la successiva riduzione per il tentativo. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice d'appello ha il pieno potere di integrare la motivazione della sentenza di primo grado qualora vi siano lacune nel calcolo della sanzione. Le motivazioni dei due gradi di giudizio si fondono in un unico percorso logico inscindibile. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione, respingendo le censure difensive e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Revisione della sentenza: l’assoluzione parziale non cancella l’estorsione
Due soggetti venivano condannati in via definitiva per tentata estorsione aggravata ai danni di un partner d'affari per recuperare un debito. Uno dei due, pubblico ufficiale, era accusato anche di accesso abusivo a sistema informatico per rintracciare la vittima, ma veniva assolto in un separato processo perch il fatto non sussiste. I condannati proponevano istanza di revisione della sentenza, sostenendo che l'assoluzione fosse incompatibile con la condanna per estorsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che non vi alcuna incompatibilit oggettiva tra i fatti storici dei due giudizi. L'estorsione poteva infatti consumarsi a prescindere dall'accesso abusivo ai sistemi informatici. Di conseguenza, la richiesta di revisione della sentenza stata rigettata.
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Illecita concorrenza: la Cassazione condanna le slot del clan
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto condannato per estorsione e illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso. L'imputato aveva costretto un commerciante a sostituire le proprie slot machine con quelle di una società vicina a un clan criminale. La Corte ha chiarito che il reato di illecita concorrenza può concorrere con l'estorsione se la violenza altera i meccanismi di mercato e coarta la volontà della vittima. Inoltre, ha accolto parzialmente il ricorso dell'imputato poiché la Corte d'appello aveva illegittimamente corretto una mancata condanna nel dispositivo di primo grado. Infine, ha rigettato le richieste di risarcimento delle associazioni (parti civili), ribadendo che gli enti collettivi devono dimostrare un danno concreto e non solo una generica lesione dei propri scopi statutari.
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Esigenze cautelari: il tempo batte la gravità del reato mafioso
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un soggetto accusato di estorsione aggravata da metodo mafioso, commessa nel 2018. L'indagato avrebbe fornito l'auto per la riscossione del denaro. La difesa ricorreva in Cassazione contestando la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, evidenziando il lungo tempo trascorso dai fatti. La Suprema Corte ha confermato la solidità degli indizi di colpevolezza, ma ha accolto il ricorso sul tema delle esigenze cautelari. I giudici hanno stabilito che il decorso di cinque anni dai fatti, in assenza di nuovi reati, attenua la presunzione di pericolosità. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, rinviando il caso al Tribunale per valutare se esista ancora un pericolo concreto e attuale che giustifichi il carcere.
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Estorsione contrattuale: la firma forzata sul preliminare
Un commerciante è stato costretto con minacce a firmare un contratto preliminare per vendere la sua tabaccheria e una falsa ricevuta di pagamento di 38.000 euro. L'autore del reato sosteneva si trattasse solo di un tentativo, poiché il contratto definitivo non era stato firmato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che si configura il reato consumato di estorsione contrattuale. Il danno economico per la vittima si realizza subito con la firma del preliminare, poiché questo accordo è vincolante e può essere fatto valere in tribunale. Inoltre, la falsa ricevuta riduce immediatamente il valore del patrimonio della vittima. Il ricorrente è stato condannato in via definitiva.
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Concorso in tentata estorsione: la presenza silenziosa è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di traffico di stupefacenti e concorso in tentata estorsione. L'indagato aveva agevolato l'acquisto di droga dall'estero e, successivamente, teso un tranello al suo stesso complice, attirandolo in una stazione di servizio. Qui, un esponente di un clan locale aveva minacciato la vittima per estorcerle sessantamila euro come tassa sullo spaccio. La Suprema Corte ha ribadito che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto, finalizzata a dare forza e sicurezza all'estorsore principale, configura pienamente il concorso in tentata estorsione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: profitto contro clan
La Corte di Cassazione ha affrontato un complesso caso di associazione mafiosa, estorsione e corruzione, ridefinendo i confini del concorso esterno in associazione mafiosa. La vicenda ruota attorno alle attività di un clan e ai suoi rapporti con imprenditori collusi e pubblici ufficiali infedeli che fornivano informazioni riservate. La Suprema Corte ha chiarito che l'aggravante dell'agevolazione mafiosa può coesistere con il fine di lucro personale e che l'aggravante delle armi non si estende automaticamente al concorrente esterno senza prova della sua effettiva conoscenza. Ha inoltre stabilito che l'estorsione aggravata da "più persone riunite" richiede la simultanea presenza fisica di almeno due soggetti al momento della minaccia. Di conseguenza, la Corte ha assolto senza rinvio il figlio di un imprenditore, ha annullato parzialmente con rinvio le posizioni di altri imputati per ricalcolare le pene o rivalutare specifiche aggravanti, e ha rigettato i ricorsi restanti.
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Tentata estorsione: condanna anche senza una richiesta esplicita
Due soggetti hanno compiuto gravi atti intimidatori contro un imprenditore edile subito dopo l'apertura di un cantiere. Gli atti includevano minacce velate tramite un parente, il posizionamento di ceri votivi sui macchinari, il danneggiamento del cancello di casa e la simulazione di un investimento stradale. La difesa sosteneva l'assenza di una richiesta economica esplicita. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna per tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che, nel contesto della criminalità locale, l'apertura di un cantiere fa scattare una richiesta implicita di pagamento illecito, il cui ammontare viene solitamente definito in incontri successivi. La denuncia della vittima ha interrotto l'azione, configurando perfettamente il tentativo di reato.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: quando è estorsione
L'Imputato è stato condannato per rapina, estorsione e lesioni personali. Egli ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta violenta, finalizzata a recuperare una somma di denaro anticipata per un affare di materiale ferroso, dovesse essere qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non come estorsione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni non è configurabile quando la violenza o la minaccia superano ogni ragionevole limite di tutela di un preteso diritto, sfociando in una vera e propria estorsione. Inoltre, la presenza di un'aggravante rende il reato procedibile d'ufficio, rendendo irrilevante l'eventuale ritiro della querela. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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