La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un esponente di spicco di un sodalizio criminale per i reati di corruzione e accesso abusivo a sistema informatico, aggravati dall'agevolazione mafiosa. Il Ricorrente aveva commissionato a pubblici ufficiali infedeli interrogazioni illecite nella banca dati delle forze di polizia per ottenere informazioni riservate su un parente, promettendo in cambio una percentuale sui guadagni delle attività illecite del clan. La difesa ha contestato l'attendibilità delle intercettazioni e l'esistenza stessa dell'associazione mafiosa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione dei giudici di merito basata sulla cronologia degli accessi informatici e sul chiaro patto corruttivo.
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