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Art. 615-ter Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 615-ter Codice Penale

Accesso abusivo a sistema informatico: condannato ma pena ridotta
Un intermediario assicurativo, d'accordo con una collaboratrice di un'agenzia concorrente, ha effettuato un accesso abusivo a sistema informatico per copiare i dati dei clienti e proporre tariffe più vantaggiose, realizzando uno storno di clientela. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato informatico, ritenendo provato l'uso illecito delle credenziali di un'altra dipendente. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per il reato di turbata libertà del commercio. I giudici hanno chiarito che la sottrazione di clienti, pur se attuata con mezzi scorretti, costituisce un illecito civile di concorrenza sleale e non un reato penale, a meno che non si miri a bloccare l'intera attività dell'impresa concorrente.
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Reato di ricettazione: incastrati dal denaro della frode online
Due soggetti sono stati condannati per il reato di ricettazione dopo aver ricevuto sui propri conti di gioco online somme di denaro provenienti da una frode informatica ai danni di un terzo, per poi trasferirle su carte prepagate personali. I condannati hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'accusa avrebbe dovuto dimostrare la loro estraneità alla frode iniziale. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che per la configurabilità del reato di ricettazione non serve la prova positiva che l'imputato non abbia partecipato al reato presupposto, essendo sufficiente che non emerga la prova del contrario. Inoltre, la consapevolezza dell'origine illecita può essere desunta dalla mancata o inattendibile giustificazione sulla provenienza del denaro. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Accesso abusivo a sistema informatico: condanna definitiva
L'Imputato è stato condannato per i reati di detenzione abusiva di codici di accesso e accesso abusivo a sistema informatico. Egli ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il primo reato dovesse considerarsi assorbito nel secondo, più grave. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la questione dell'assorbimento non era mai stata sollevata nei precedenti gradi di giudizio, rendendola una questione nuova e non proponibile per la prima volta in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo che blocca i ricorsi
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di appropriazione indebita, accesso abusivo a sistemi informatici e utilizzo indebito di carte di credito. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sull'esclusione di cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita rigidamente i motivi di impugnazione contro la sentenza di patteggiamento, escludendo la possibilità di contestare la mancata applicazione delle cause di proscioglimento immediato. Di conseguenza, l'Imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Accesso abusivo a sistema informatico: condannato l’ex partner
Un uomo è stato condannato per danneggiamento e accesso abusivo a sistema informatico per aver colpito con una piccozza l'auto della ex compagna e aver cancellato tutti i suoi dati di lavoro dal cloud, conoscendone la password. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità penale, dichiarando prescritta solo una contravvenzione minore. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione in modo generico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di specificità, poiché riproponeva le stesse difese già respinte nei precedenti gradi senza contestare le prove concrete, come i video di sorveglianza e la querela. Di conseguenza, l'uomo perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Competenza per territorio per connessione: stop al processo unico
Il Tribunale di Roma ha confermato gli arresti domiciliari per un soggetto accusato di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di auto. Il GIP aveva diviso i procedimenti, dichiarando la propria incompetenza per alcuni reati informatici, trasferiti a Roma. Il ricorrente ha impugnato la decisione, sostenendo che la competenza spettasse interamente alla Procura distrettuale di Roma per via della forza attrattiva dei reati informatici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la competenza per territorio per connessione richiede un legame effettivo tra i reati. Poiché i reati informatici erano del tutto autonomi rispetto all'associazione a delinquere, non operava alcuna attrazione della competenza. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Accesso abusivo a sistema informatico: quando l’uso non è reato
Un imprenditore e un dipendente pubblico sono stati condannati per corruzione e abuso d'ufficio. L'imprenditore pagava tangenti per ammorbidire i controlli fiscali sulle sue società, mentre il dipendente alterava i dati dei debiti tributari e consultava banche dati riservate. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per corruzione, chiarendo che basta l'accordo illecito con funzionari dello stesso ufficio per configurare il reato. Tuttavia, la Corte ha annullato parzialmente la sentenza nei confronti del dipendente pubblico per l'accusa di accesso abusivo a sistema informatico. I giudici dovranno verificare se l'impiegato avesse comunque la facoltà di accedere a quei dati. L'imprenditore è stato condannato definitivamente, mentre la posizione del dipendente per i reati informatici sarà riesaminata.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: cade l’aggravante
Un ex dipendente è stato condannato per accesso abusivo ad un sistema informatico e rivelazione di segreto professionale. Prima di dimettersi, l'uomo aveva copiato dati riservati dei clienti dell'azienda per poi trasmetterli alla ditta concorrente presso cui era stato assunto. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale per il furto e la divulgazione dei dati commerciali. Tuttavia, i giudici hanno escluso l'aggravante di aver agito come operatore del sistema, poiché l'imputato era un semplice utente abilitato alla sola consultazione e non alla modifica della struttura informatica. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a tale aggravante, disponendo il rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: confermata la condanna
Una studentessa universitaria, collaboratrice part-time dell'ateneo, ha utilizzato le proprie credenziali e quelle sottratte a una funzionaria per modificare la propria carriera universitaria. Ha inserito esami mai sostenuti e aumentato i voti di altri, falsificando anche la firma di un professore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della studentessa, confermando la condanna penale per i reati di falso materiale e accesso abusivo ad un sistema informatico. I giudici hanno ritenuto inverosimile l'ipotesi di errori casuali commessi dalla segreteria, poich tutte le anomalie erano esclusivamente a vantaggio della studentessa e realizzate con modalit informatiche a lei ben note.
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Frode informatica: condanna definitiva senza rimborso alla banca
Un uomo stato condannato per i reati di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica ai danni di un istituto bancario. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento di ulteriori sconti di pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perch basato su motivi generici e ripetitivi, volti a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti gi accertati nei precedenti gradi di giudizio. La Corte ha confermato la condanna alle spese e al pagamento di una somma alla Cassa delle Ammende, escludendo invece il rimborso delle spese legali alla banca poich la sua difesa si limitata a una richiesta formale senza svolgere un'effettiva attivit di contrasto ai motivi del ricorso.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
L'Imputato, condannato in primo grado per reati informatici, proponeva appello. In secondo grado, le parti concordavano la pena tramite il concordato in appello, con contestuale rinuncia agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla congruità della pena concordata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli punti non rinunciati. Di conseguenza, la rinuncia ai motivi di appello preclude qualsiasi successiva contestazione sulla responsabilità o sulla misura della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: condanna annullata
Un Carabiniere è stato accusato di accesso abusivo ad un sistema informatico per aver consultato la banca dati delle forze di polizia per fini personali, scaricando visure automobilistiche sull'ex coniuge della sua compagna. I giudici di merito lo avevano condannato applicando l'aggravante del sistema di interesse pubblico, non contestata formalmente nell'imputazione. La Corte di Cassazione ha stabilito che le aggravanti basate su valutazioni complesse non possono essere contestate implicitamente nei fatti, ma devono essere esplicitate per garantire il diritto di difesa. Esclusa l'aggravante, il reato è andato prescritto e la condanna è stata annullata senza rinvio.
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Accesso abusivo ad un sistema informatico: dalle auto al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto accusato di concorso in accesso abusivo ad un sistema informatico e tentata truffa. L'indagato faceva parte di un gruppo criminale che, tramite credenziali sottratte a un dipendente bancario, tentava di svuotare conti societari con bonifici esteri per oltre 340.000 euro. La difesa contestava la gravità degli indizi, sostenendo che le intercettazioni riguardassero il commercio di auto e non le frodi. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere, rilevando l'elevato rischio di recidiva dovuto ai numerosi precedenti penali dell'uomo. La Cassazione ha ribadito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Accesso abusivo a sistema informatico: condannato l’ufficiale
Un pubblico ufficiale è stato condannato per il reato di accesso abusivo a sistema informatico per essere entrato ripetutamente nella banca dati delle forze dell'ordine usando credenziali sottratte con l'inganno a un collega. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo l'annullamento della condanna, invocando la particolare tenuità del fatto e sostenendo che il reato venisse assorbito dall'illecito trattamento dei dati personali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il numero elevato di accessi e la violazione dei doveri d'ufficio escludono la tenuità del fatto. Inoltre, l'accesso abusivo e il trattamento illecito dei dati sono reati autonomi che possono coesistere, poiché tutelano beni giuridici differenti in momenti temporali diversi. Di conseguenza, la condanna dell'imputato è stata confermata in via definitiva.
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Accesso abusivo a un sistema informatico: punito l’ex dipendente
Un ex dipendente è stato condannato per il reato di accesso abusivo a un sistema informatico per essersi introdotto nel server della sua ex azienda. L'uomo ha utilizzato le credenziali di un collega, nel frattempo passato a lavorare per un'impresa concorrente, al fine di sottrarre dati aziendali riservati e sensibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il legale rappresentante della società proprietaria del server è pienamente legittimato a sporgere querela, anche se l'accesso abusivo ha riguardato la casella email di un singolo dipendente. Inoltre, la Corte ha ritenuto logica la ricostruzione dei giudici di merito, basata sull'esclusivo interesse economico dell'imputato a favorire la nuova azienda concorrente.
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Accesso abusivo a sistema informatico: da carabiniere a complice
Un appartenente alle forze dell'ordine, sfruttando le proprie credenziali di servizio, effettuava interrogazioni ingiustificate alla banca dati delle forze di polizia. Le informazioni ottenute venivano poi rivelate a esponenti di un clan mafioso locale, svelando l'esistenza di telecamere investigative. Successivamente, il soggetto, eletto vicesindaco, continuava a mostrare disponibilità verso la consorteria. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari, ribadendo che l'utilizzo delle credenziali per scopi estranei ai doveri d'ufficio integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico, aggravato dal fine di agevolare l'associazione mafiosa. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato.
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Acquisizione dei tabulati telefonici: scontro tra PM e GIP
Il Pubblico Ministero aveva disposto d'urgenza l'acquisizione dei tabulati telefonici per indagare su reati di tentata estorsione e accesso abusivo. Il Giudice per le indagini preliminari ha negato la convalida, ritenendo necessario un intervento del legislatore per adeguarsi ai principi della Corte di Giustizia Europea sulla privacy. Nelle more del ricorso, il legislatore ha emanato il D.L. 132/2021 per regolamentare la materia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che l'acquisizione dei tabulati telefonici effettuata prima della riforma resta utilizzabile se sussistono altri elementi di prova e per reati gravi, escludendo anomalie nel comportamento del giudice.
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Poliziotto infedele: confermata la misura cautelare interdittiva
Un ispettore di polizia è stato sottoposto alla misura cautelare interdittiva della sospensione dal servizio per dodici mesi. L'uomo era accusato di vari reati, tra cui peculato per l'uso privato dell'auto di servizio e di un computer, truffa per falsi straordinari, falso ideologico e rivelazione di segreti d'ufficio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del poliziotto, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno ritenuto pienamente provati i gravi indizi di colpevolezza e il concreto pericolo di recidiva, evidenziando come l'indagato avesse creato una fitta rete di relazioni in questura per coprire le proprie condotte illecite. Di conseguenza, l'ispettore rimane sospeso dal suo incarico pubblico.
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Patteggiamento in appello: l’accordo esclude il proscioglimento
Un imputato, condannato in primo grado per reati informatici, ha concordato la pena in secondo grado tramite patteggiamento in appello, rinunciando ai motivi di gravame. Successivamente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione da parte del giudice d'appello sul mancato proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato sulla pena in appello, il giudice non deve motivare sull'assenza di cause di proscioglimento o di nullità delle prove, poiché la rinuncia ai motivi limita la cognizione del tribunale ai soli punti concordati. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio: pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Carabiniere condannato per vari reati, tra cui la corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, l'accesso abusivo a sistemi informatici e l'induzione indebita. Il militare riceveva favori da un imprenditore in cambio di soffiate e controlli evitati. La Suprema Corte ha confermato la colpevolezza per i reati principali, ribadendo la gravità della condotta del pubblico ufficiale. Tuttavia, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per detenzione illegale di arma da fuoco, poiché non vi era prova del superamento del termine di 72 ore per la denuncia. Di conseguenza, i giudici hanno ridotto la pena finale a 3 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione.
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