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Art. 609-bis Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 609-bis Codice Penale

Violenza sessuale su minore: la Cassazione conferma la condanna
I giudici hanno condannato un imputato a sei anni di reclusione per il reato di violenza sessuale su minore ai danni di una bambina di dieci anni. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata esecuzione di una perizia psicologica sulla minore e contestando la veridicità delle sue dichiarazioni, oltre all'applicazione delle circostanze aggravanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando integralmente la condanna. I giudici hanno chiarito che la legge presume la capacità a testimoniare di ogni persona e che la perizia non è obbligatoria in assenza di patologie psichiche evidenti. La testimonianza della bambina, resa spontaneamente e priva di condizionamenti esterni, è risultata solida, lineare e coerente. L'imputato deve pagare le spese di lite alla parte civile e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violenza sessuale e favoreggiamento: condanne confermate
La vicenda riguarda i reati di violenza sessuale reiterata, lesioni personali e maltrattamenti in famiglia commessi da un padre contro la figlia con deficit cognitivo, alla presenza dei nipoti minori. La madre e gli zii della vittima hanno reso dichiarazioni false e reticenti alla polizia giudiziaria per coprire l'uomo. Gli imputati hanno impugnato la condanna contestando l'attendibilità della persona offesa e invocando la causa di non punibilità familiare. La Corte di Cassazione ha confermato la piena validità probatoria delle dichiarazioni della vittima, supportate da intercettazioni ambientali e referti medici. I giudici hanno escluso ogni tutela per i congiunti reticenti che hanno scelto liberamente di mentire. La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili per manifesta infondatezza, rendendo definitive le condanne penali e il risarcimento dei danni.
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Maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale: no al ricorso
La Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale oltre che per lesioni aggravate verso la moglie. L'imputato contestava la credibilità della persona offesa, la validità delle immagini delle chat WhatsApp prodotte dalla donna e l'assenza di un dissenso esplicito ai rapporti intimi. I giudici hanno confermato la piena attendibilità del racconto della vittima, supportato da riscontri oggettivi e contatti con i centri antiviolenza. La Corte ha chiarito che gli screenshot depositati direttamente dalla parte lesa sono prove documentali legittime e che lo stato di sopraffazione continuata annulla la necessità di un'opposizione fisica espressa per configurare il reato sessuale. La condanna a quattro anni e cinque mesi di reclusione resta irrevocabile.
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Violenza sessuale di minore gravità: confermata la lieve entità
Un collaboratore scolastico è stato condannato per atti sessuali sgraditi, consistiti in sfioramenti sopra i vestiti e tentativi di avvicinamento ai danni di due studentesse sedicenni all'interno della scuola. Il giudice di primo grado ha riconosciuto l'attenuante della violenza sessuale di minore gravità. La Procura Generale ha proposto ricorso, sostenendo che la pluralità dei gesti, il contesto scolastico e l'impatto psicologico escludessero la lieve entità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura. I giudici hanno chiarito che la reiterazione dei gesti e il ruolo lavorativo non impediscono il riconoscimento della minor gravità, quando la compressione della libertà sessuale resta modesta e il danno psicologico per le vittime è contenuto e temporaneo.
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Violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia ai danni della convivente. L'imputato contestava la credibilità della vittima, la mancata riapertura dell'istruttoria in appello e la procedibilità del reato di lesioni a seguito di rimessione della querela. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna a quattro anni e quattordici giorni di reclusione. La Corte ha chiarito che la testimonianza della persona offesa è pienamente attendibile e che per configurare il reato sessuale è sufficiente la coartazione psicologica o lo stato di prostrazione della vittima, senza necessità di violenza fisica continuata. Inoltre, le lesioni collegate ai maltrattamenti sono perseguibili d'ufficio. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violenza sessuale: la resa della vittima non equivale a consenso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato del reato di violenza sessuale ai danni di una ragazza. L'aggressione si era consumata all'interno di un'autovettura dopo una serata trascorsa insieme. La difesa dell'imputato sosteneva l'inattendibilità della vittima e l'esistenza di un presunto consenso, facendo leva sulla vita privata della donna, sull'assenza di ecchimosi visibili e sulla successiva resa passiva all'atto. I giudici hanno chiarito che le abitudini sessuali pregresse e la condotta provocatoria precedente sono totalmente irrilevanti per escludere la violenza sessuale. Il consenso deve sussistere nel momento esatto dell'atto. La resa fisica successiva alla costrizione non equivale ad assenso, rendendo la testimonianza della vittima prova pienamente valida.
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Violenza sessuale di minore gravità: no sconti se la vittima tace
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore contro la sentenza che aveva concesso a un uomo l'attenuante della violenza sessuale di minore gravità. L'imputato aveva costretto l'ex compagna a subire rapporti sessuali con la forza, alla presenza del figlio minore. Il Tribunale aveva attenuato la pena ritenendo il fatto non brutale e valorizzando la mancanza di urla della donna, che voleva solo proteggere il figlio, e la sua passata remissività. La Cassazione ha chiarito che l'assenza di brutalità fisica non basta a diminuire la gravità del reato. Un atteggiamento remissivo della vittima per evitare tensioni non attenua la colpevolezza dell'aggressore. La sentenza è stata annullata sul punto dell'attenuante.
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Violenza sessuale su minore: condanna blindata e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a oltre tredici anni di reclusione per il reato di violenza sessuale su minore, commesso ai danni della figlia adottiva di età inferiore a dieci anni. La difesa contestava la competenza del Tribunale rispetto alla Corte d'Assise e lamentava la violazione delle linee guida della Carta di Noto nell'ascolto della vittima. La Suprema Corte ha chiarito che le modifiche sulla competenza introdotte dal Codice Rosso non si applicano retroattivamente ai fatti commessi prima della riforma. Inoltre, ha ribadito che la Carta di Noto non ha valore vincolante e la sua inosservanza non rende nulle le dichiarazioni del minore, se ritenute attendibili dal giudice con adeguata motivazione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata in via definitiva.
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Violenza sessuale: la condanna è definitiva nonostante il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a cinque anni di reclusione per il reato di violenza sessuale. L'imputato contestava il mancato rispetto del termine di quaranta giorni per comparire introdotto dalla riforma Cartabia e l'attendibilità della vittima. I giudici hanno chiarito che le nuove regole procedurali si applicano solo alle impugnazioni presentate dopo il primo luglio 2024. Inoltre, la Cassazione ha confermato il principio della doppia conforme: quando i giudici di primo e secondo grado concordano sulla ricostruzione dei fatti e sulle prove, la Suprema Corte non può rivalutare il merito della decisione, rendendo inammissibile la semplice ripetizione dei motivi d'appello. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva.
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Gravi indizi di colpevolezza: braccialetto per il marito
Il Tribunale ha confermato le misure cautelari dell'allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico nei confronti di un uomo. L'indagato era accusato di maltrattamenti contro la moglie e violenza sessuale contro la figlia minore. L'uomo ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la credibilità delle vittime e l'assenza di riscontri esterni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che in questa fase servono solo gravi indizi di colpevolezza, non prove schiaccianti da dibattimento. Inoltre, le dichiarazioni della persona offesa possono essere usate da sole se ritenute credibili e coerenti, senza necessità di riscontri esterni rigorosi. La Cassazione non può rivalutare il merito dei fatti, ma solo verificare la logica della decisione precedente. L'uomo perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego di revoca della custodia cautelare in carcere. L'Imputato, condannato in primo grado a oltre otto anni per traffico di stupefacenti ma assolto dal reato associativo, chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, valorizzando il tempo trascorso in detenzione. La Suprema Corte ha chiarito che il mero decorso del tempo non attenua automaticamente le esigenze cautelari. Nel caso specifico, la spiccata pericolosità sociale del soggetto, desunta da una recidiva specifica e da un'altra condanna per violenza sessuale, giustifica il mantenimento della misura di massimo rigore, escludendo l'adeguatezza del braccialetto elettronico.
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Divieto di avvicinamento: la disabilità non cancella la tutela
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura del divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico per i reati di maltrattamenti e violenza sessuale ai danni dell'ex compagna. La difesa contestava la capacità di testimoniare della vittima, affetta da disabilità psichica, e l'utilizzabilità degli screenshot dei messaggi WhatsApp. I giudici hanno chiarito che la disabilità non esclude automaticamente la capacità di testimoniare e che gli screenshot sono prove valide se consegnati spontaneamente dalla vittima. Inoltre, l'eventuale indisponibilità tecnica del braccialetto elettronico non comporta un'attenuazione automatica della misura cautelare, ma impone al giudice una rivalutazione complessiva della pericolosità del soggetto, confermando in questo caso la necessità di tutelare l'incolumità della persona offesa.
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Arresti domiciliari per violenza sessuale: l’eta non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per violenza sessuale, tentata e consumata, e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, invocando la propria eta avanzata e precarie condizioni di salute. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimita non consente di rivalutare i fatti o le caratteristiche soggettive dell'indagato, compiti esclusivi dei giudici di merito. Nel caso specifico, i giudici avevano ampiamente motivato la pericolosità del soggetto, evidenziando le ripetute molestie alla moglie e l'aggressione ai poliziotti con due coltelli. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura cautelare, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Maltrattamenti in famiglia: condannato anche senza convivenza stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per gravi reati, tra cui i maltrattamenti in famiglia ai danni della compagna. Il punto centrale della decisione riguarda la nozione di convivenza. I giudici hanno stabilito che per configurare il reato di maltrattamenti in famiglia non è necessaria una coabitazione continua e tradizionale. Anche una frequentazione assidua, come dormire a casa della vittima fino a cinque notti a settimana, è sufficiente se basata su un progetto di vita comune, seppur anomalo. La Corte ha inoltre ritenuto irrilevante la successiva ritrattazione della vittima, attribuendola alla paura, e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, rendendo la condanna definitiva.
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Consenso Viziato da Alcol: Condannati per Stupro di Gruppo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per violenza sessuale di gruppo e pornografia minorile a carico di due giovani. Il caso ruotava attorno alla validità del consenso delle vittime, due ragazze minorenni in stato di grave intossicazione alcolica. La difesa sosteneva che gli imputati credessero nel consenso delle ragazze. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: il consenso viziato da alcol non è un consenso valido. Se una persona non è in grado di esprimere una volontà libera e cosciente a causa dell'alcol, qualsiasi atto sessuale compiuto su di lei è reato. L'ignoranza della legge da parte degli aggressori è stata giudicata irrilevante.
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Mano sulla coscia e bacio negato: è tentativo di violenza sessuale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un superiore che aveva tentato approcci sessuali con una giovane collega. Gli episodi, una mano sulla coscia e un abbraccio con tentativo di bacio, sono stati interrotti dalla reazione della donna. I giudici hanno qualificato i gesti come un unico reato di tentativo di violenza sessuale di minore gravità. La decisione si è basata sulla testimonianza della vittima, ritenuta pienamente attendibile e supportata da prove come dati GPS e una telefonata di scuse registrata. L'imputato perde il ricorso e la condanna a otto mesi di reclusione diventa definitiva.
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Risarcimento pagato: niente spese legali per la parte civile
Un uomo, condannato per reati sessuali a danno di una minore, paga integralmente la somma di 50.000 euro stabilita dal giudice come risarcimento del danno. Successivamente, in Cassazione, contesta la condanna a pagare anche le spese legali della vittima per il giudizio d'appello. La Suprema Corte gli dà ragione. Stabilisce che, una volta ricevuto l'intero risarcimento, la vittima non aveva più un interesse concreto a partecipare al processo d'appello. Di conseguenza, la condanna al pagamento delle **spese legali parte civile** per quella fase viene annullata, poiché la sua presenza non era più necessaria.
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Viaggio negato: la Cassazione annulla divieto di espatrio immotivato
Un uomo, già sottoposto a misura di sicurezza dopo aver scontato una pena, si vede imporre un divieto di espatrio immotivato dal Magistrato di sorveglianza solo perché aveva programmato un viaggio all'estero. La Corte di Cassazione ha annullato questo provvedimento. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: qualsiasi decisione che limita la libertà personale, come un divieto di viaggiare, deve essere sempre e obbligatoriamente giustificata per iscritto. Un ordine senza motivazione è illegittimo perché costituisce una violazione di legge. La Corte ha quindi dato ragione al condannato, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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Violenza sessuale di minore gravità: no se gli atti sono ripetuti
Un uomo viene condannato per diversi episodi di violenza sessuale, consistiti in palpeggiamenti, ai danni di più ragazze minorenni di cui aveva conquistato la fiducia. L'imputato chiede in Cassazione l'applicazione dell'attenuante della violenza sessuale di minore gravità, sostenendo la lieve entità dei singoli atti. La Corte Suprema rigetta il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: la reiterazione di atti sessuali, anche se singolarmente di modesta entità, contro vittime vulnerabili, aggrava la lesione complessiva. Questa condotta seriale esclude automaticamente la possibilità di riconoscere la minore gravità del fatto. La condanna dell'uomo viene quindi confermata.
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Atti sessuali con minorenne: condanna anche senza violenza
Un uomo viene condannato per abusi sulla figlia minorenne della sua compagna. In sua difesa, sostiene che le accuse siano una vendetta della madre e che la testimonianza della ragazza sia inattendibile. La Corte di Cassazione, però, rigetta il ricorso. I giudici confermano la credibilità della minore, pur riconoscendo che le sue piccole incertezze sono giustificate dall'età e dal trauma. Il reato viene definitivamente qualificato come 'atti sessuali con minorenne' (art. 609-quater c.p.), perché l'imputato ha approfittato della curiosità e della fiducia della vittima, senza ricorrere a violenza fisica o minacce. La condanna a quattro anni, quattro mesi e venti giorni di reclusione diventa definitiva.
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