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Art. 595 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 595 Codice Penale

Prescrizione del risarcimento del danno: l’attesa perde la causa
Un cittadino chiede il risarcimento dei danni per calunnia e diffamazione contro due professionisti, sostenendo che le loro false dichiarazioni in un processo penale abbiano causato il suo rinvio a giudizio. Dopo l'assoluzione, l'uomo avvia la causa civile. I giudici di merito rigettano la domanda per intervenuta prescrizione del risarcimento del danno, individuando l'inizio del termine nel rinvio a giudizio del 2001, quando il danneggiato ha avuto piena percezione del danno. La Corte di Cassazione conferma questa decisione. Il termine di prescrizione decorre dal momento in cui il danneggiato, usando l'ordinaria diligenza, percepisce l'esistenza del danno e la sua riconducibilità alla condotta altrui, senza che la pendenza del processo penale costituisca un impedimento. Il ricorso viene quindi rigettato.
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Diffamazione a mezzo social: condanna definitiva per un post
Il caso riguarda un utente condannato per il reato di diffamazione aggravata a causa di espressioni offensive pubblicate su Facebook contro una donna. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna a 500 euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, escludendo l'applicazione del beneficio a causa della gravità e delle modalità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende. La decisione conferma che la diffamazione a mezzo social non può essere considerata un fatto di lieve entità se le modalità dell'offesa risultano gravi e diffuse.
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Diritto di critica: cittadino assolto contro l’ordine professionale
Un cittadino ha inviato una lettera di diffida a un ordine professionale per sollecitare un procedimento disciplinare contro il fratello medico, accusando l'ente di inerzia e minacciando una denuncia. L'ordine professionale e i suoi consiglieri hanno chiesto il risarcimento dei danni per diffamazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso dell'ente. La Corte ha stabilito che la condotta del cittadino rientra nel legittimo esercizio del diritto di critica, garantito dall'articolo 21 della Costituzione e dall'articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Di conseguenza, non sussiste alcuna responsabilità civile per danni, poiché le espressioni forti e la minaccia di vie legali non hanno superato i limiti della libera manifestazione del pensiero a fronte di un presunto ritardo amministrativo.
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Diffamazione a mezzo stampa: i link non salvano il giornalista
Un dirigente d'azienda ha citato in giudizio una società editoriale, il direttore e un giornalista per un articolo online che lo accusava falsamente di aver pagato la mafia per vent'anni. La Corte d'Appello ha accertato la sussistenza della diffamazione a mezzo stampa, condannando i responsabili al risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei giornalisti, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'inserimento di link ipertestuali alle fonti non esclude la responsabilità se l'incipit dell'articolo è ingannevole e la consultazione dei documenti allegati risulta troppo complessa per il lettore comune.
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Risarcimento danni per diffamazione: la condanna per abuso
Il Coniuge del Condomino ha richiesto il risarcimento danni per diffamazione nei confronti di altri condomini e dell'amministratore, lamentando espressioni offensive durante un'assemblea e comportamenti molesti, come il posizionamento di un bagno chimico. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda, rilevando l'assenza di condotte diffamatorie e condannando la ricorrente per lite temeraria. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso, evidenziando che le richieste dei condomini erano un legittimo esercizio del diritto di sollecitare l'esecuzione di una sentenza favorevole. La Suprema Corte ha sanzionato la ricorrente per abuso dello strumento processuale, avendo proposto dodici motivi di ricorso palesemente infondati e strumentali, confermando la condanna al pagamento delle spese legali e della sanzione pecuniaria per la condotta processuale abusiva.
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Risarcimento danni per diffamazione: l’esposto falso costa caro
Un avvocato ha promosso un esposto, firmato da cento colleghi, accusando falsamente un magistrato di scarsa laboriosità. L'esposto è stato inviato a vari organi istituzionali. Il magistrato ha chiesto il risarcimento danni per diffamazione. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità dell'avvocato, riducendo il risarcimento a 15.000 euro poiché non è stato provato il suo ruolo nella diffusione della notizia alla stampa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'avvocato, confermando che l'esposto denigratorio privo di riscontri oggettivi costituisce diffamazione. Il diritto di critica non si applica se mancano la verità dei fatti e la dovuta diligenza nella verifica delle informazioni.
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Responsabilità del blogger: condanna per i commenti dei lettori
Un dirigente pubblico ha citato in giudizio il gestore di un sito web per ottenere il risarcimento dei danni causati da affermazioni offensive pubblicate sul sito, sia direttamente dal gestore sia da un utente anonimo nei commenti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del gestore, stabilendo che la responsabilità del blogger scatta anche per i commenti di terzi se non vengono rimossi tempestivamente dopo la segnalazione. La Corte ha chiarito che il diritto di critica, pur ammettendo toni aspri e soggettivi, deve sempre basarsi su fatti storicamente veri. Di conseguenza, il ricorso del gestore è stato rigettato, confermando l'obbligo di risarcire il dirigente con ventimila euro oltre alle spese legali.
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Diffamazione davanti al giudice di pace: ricorso perso e multa
Una persona offesa ha proposto ricorso per cassazione contro l'assoluzione dell'imputata dal reato di diffamazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Nei procedimenti per reati di competenza del giudice di pace, come la diffamazione, la legge limita fortemente i motivi di ricorso in Cassazione. In particolare, per la diffamazione davanti al giudice di pace non è possibile contestare i difetti di motivazione della sentenza d'appello, ma si può ricorrere solo per violazioni di legge. Poiché la ricorrente lamentava esclusivamente la mancanza di motivazione, i giudici hanno respinto il ricorso, condannandola anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diffamazione aggravata: il blogger risponde del post non rimosso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione aggravata nei confronti di un blogger. L'uomo aveva pubblicato sul proprio sito un commento allusivo, usando un nickname, che ipotizzava una relazione intima tra una dipendente comunale e il sindaco all'interno degli uffici pubblici. La difesa sosteneva l'assenza di prove sull'identità dell'autore e la natura ipotetica del testo. I giudici hanno invece stabilito che le allusioni indirette e sarcastiche offendono la reputazione tanto quanto le accuse dirette. Inoltre, il blogger risponde del reato se, venuto a conoscenza di commenti denigratori sul proprio sito, non li rimuove tempestivamente, poiché tale omissione equivale a una consapevole condivisione del contenuto offensivo. Il ricorso è stato rigettato con condanna al risarcimento dei danni.
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Diffamazione sui social network: la Cassazione condanna l’insulto
Un utente ha pubblicato su Facebook il commento "che carogne" contro la Polizia Locale, colpevole di aver multato una cittadina durante la pandemia. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l'archiviazione per particolare tenuità del fatto. L'indagato ha proposto ricorso sostenendo che si trattasse di legittimo diritto di critica e contestando la validità della querela. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'espressione supera i limiti della continenza, configurando una vera e propria diffamazione sui social network. L'offesa gratuita alla dignità degli agenti esclude la scriminante della critica. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione a mezzo social network: condannata la falsa denuncia
L'Imputato è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo social network dopo aver pubblicato su Facebook un post offensivo contro il Presidente di un'associazione di guardie zoofile. Nel post, l'Imputato accusava falsamente il Presidente di inerzia e disinteresse nel verificare il presunto maltrattamento di un cane. Le verifiche delle autorità hanno invece dimostrato che l'animale era perfettamente accudito e che il Presidente si era attivato tempestivamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il diritto di critica non tutela l'esposizione di fatti falsi e che l'offesa ha danneggiato anche la credibilità dell'associazione di appartenenza, legittimata a chiedere il risarcimento dei danni.
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Diffamazione aggravata: la chat WhatsApp privata salva il militare
Un Carabiniere ha inviato messaggi offensivi contro alcuni colleghi all'interno di una chat di gruppo WhatsApp riservata, composta da soli sette partecipanti. Accusato di diffamazione aggravata dall'uso di un mezzo di pubblicità, l'imputato era stato prosciolto in appello per mancanza della necessaria condizione di procedibilità, avendo i giudici escluso l'aggravante. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la natura diffusiva del mezzo tecnologico. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che una chat WhatsApp ristretta e privata non può essere equiparata a un mezzo di pubblicità come Facebook. Mancando l'aggravante, il reato non è procedibile. L'imputato vince definitivamente il processo.
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Diffamazione: dare del bugiardo e del mafioso costa caro
Durante la presentazione di un libro d'inchiesta, un avvocato ha accusato pubblicamente due testimoni di un processo per omicidio di aver mentito. Ha inoltre definito il padre e il compagno di una delle donne come pericolosi mafiosi. L'imputato si è difeso invocando il diritto di critica, ma i giudici hanno confermato la condanna per il reato di diffamazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che dare del bugiardo e del mafioso in assenza di prove concrete non costituisce una critica lecita, ma rappresenta un attacco personale gratuito volto a distruggere la reputazione altrui. L'uso di espressioni infamanti supera i limiti della continenza e della verità, integrando pienamente la diffamazione. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, deve risarcire le parti civili e pagare le spese processuali.
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Diffamazione a mezzo stampa: condannata la falsa notizia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti di una giornalista e del direttore di un quotidiano. L'articolista aveva pubblicato la falsa notizia secondo cui un assessore comunale condizionava l'erogazione di aiuti sociali alla rinuncia di nove cani da parte di una famiglia bisognosa. I giudici hanno rilevato che la giornalista non ha verificato la veridicità della notizia con l'ente pubblico interessato, escludendo così l'esimente del diritto di cronaca. Il direttore è stato ritenuto responsabile per omesso controllo sull'affidabilità dell'articolo. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei due imputati, condannandoli al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Diffamazione aggravata: assolto il medico, condannata la vittima
Un rappresentante sindacale ha accusato un medico del reato di diffamazione aggravata per alcune espressioni utilizzate nei suoi confronti. Dopo una condanna in primo grado, la Corte di Appello ha assolto l'imputato perché il fatto non sussiste, ritenendo che le parole usate non avessero una reale portata offensiva. La parte civile ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione delle prove e sostenendo la lesività delle dichiarazioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che spetta esclusivamente al magistrato, e non alla percezione soggettiva della persona offesa, valutare se una frase sia oggettivamente offensiva. Di conseguenza, l'assoluzione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Diritto di critica: assolto il giornalista contro il magistrato
Un giornalista è stato assolto dall'accusa di diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato. Il giornalista aveva pubblicato un articolo criticando l'operato del magistrato, all'epoca presidente di un'associazione di categoria, e menzionando il suo coinvolgimento in polemiche per presunti insabbiamenti di indagini. Il magistrato ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'assoluzione. I giudici hanno stabilito che le affermazioni del giornalista rientrano nel legittimo esercizio del diritto di critica. Le opinioni espresse, anche se forti, si basavano su un nucleo di verità oggettiva, confermato da articoli di stampa e da un'interrogazione parlamentare. Pertanto, prevale la libertà di espressione.
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Ricorso per saltum: la Cassazione frena e impone l’appello
Un condomino ha presentato un ricorso per saltum in Cassazione contro l'assoluzione dell'ex amministratore dall'accusa di diffamazione. L'amministratore aveva affisso sui portoni un cartello accusando il condomino di essersi autonominato abusivamente e di essere denunciato per tentata truffa. Tra i motivi di ricorso, il condomino ha lamentato il travisamento della prova sulla reale dicitura del cartello. La Suprema Corte ha stabilito che la presenza di censure sulla motivazione impedisce il ricorso diretto in Cassazione. Di conseguenza, i giudici hanno disposto la conversione del ricorso in appello, trasmettendo gli atti al Tribunale competente per il giudizio di secondo grado.
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Provvedimento abnorme: quando il ritardo cancella il ricorso
Il caso nasce da una denuncia per diffamazione su un social network. Il Pubblico Ministero chiede l'archiviazione, ma il Giudice per le indagini preliminari ordina l'imputazione coatta, estendendola anche ai commenti offensivi scritti da terzi rimasti ignoti. Il Pubblico Ministero impugna la decisione ritenendola un provvedimento abnorme, poiché impone un'accusa per fatti diversi e contro soggetti non identificati. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per tardività. I giudici chiariscono che anche contro un provvedimento abnorme si applica il termine tassativo di quindici giorni per fare ricorso, decorrente dalla conoscenza dell'atto. Di conseguenza, l'impugnazione presentata oltre la scadenza non può essere esaminata, confermando l'inammissibilità del ricorso del Pubblico Ministero.
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Diffamazione a mezzo stampa: vince la carta sul web
Il caso riguarda un procedimento per diffamazione a mezzo stampa avviato contro Il Direttore di un quotidiano, accusato di aver leso la reputazione di due magistrati tramite articoli cartacei. La difesa sosteneva che, essendo il giornale diffuso prevalentemente online con server a Napoli, la competenza spettasse al tribunale partenopeo. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, poiché l'accusa formale e le querele si riferiscono esclusivamente all'edizione cartacea e non a quella digitale, si deve fare riferimento al luogo di stampa ufficiale del quotidiano. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la competenza del Tribunale di Lodi, nel cui circondario si trova lo stabilimento di stampa di San Giuliano Milanese, disponendo la trasmissione degli atti a quest'ultimo per la prosecuzione del processo.
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Diffamazione a mezzo email: 450 invii non salvano dalla condanna
L'Autore del Messaggio è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo email per aver inviato a ben 450 destinatari un messaggio di posta elettronica offensivo nei confronti della Persona Offesa. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del Tribunale di Palermo e invocando il diritto di critica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la diffamazione a mezzo email si consuma nel luogo in cui i destinatari scaricano il messaggio sul proprio dispositivo. Nel caso specifico, la ricezione è avvenuta a Palermo da parte di almeno due destinatari, radicando lì la competenza del giudice. Inoltre, i giudici hanno escluso l'esimente del diritto di critica per la mancanza di veridicità dei fatti narrati e per il tono non continente.
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