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Art. 358 Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 358 Codice Penale

Peculato del gestore: i debiti privati diventano reato pubblico
L'amministratore di una società di gestione di apparecchi da gioco leciti non versa alla concessionaria di rete le somme relative al prelievo forzoso introdotto dalla legge di stabilità per il 2015. La difesa sostiene che il debito abbia natura puramente privatistica, che l'importo esatto sia incerto e che manchi il dolo a causa dei dubbi normativi. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la condanna penale. I giudici stabiliscono che sussiste il reato di peculato del gestore: il denaro introdotto nelle macchinette ha natura pubblica fin dal primo istante della riscossione. L'operatore riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio e ha l'obbligo tassativo di riversare le somme. L'incertezza sul conteggio esatto del credito non cancella l'illecito quando la condotta di appropriazione è provata.
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Reato di peculato: mandati di spesa e ricarichi illeciti
Un funzionario contabile di una società partecipata comunale gestiva i pagamenti verso i fornitori. L'impiegato ha inserito una ditta a lui riconducibile nella catena di fornitura di un solvente stradale, gonfiando i costi. Successivamente ha emesso di persona i mandati di pagamento per incamerare la differenza economica. La difesa sosteneva che il fatto integrasse una truffa o un traffico di influenze illecite, non essendoci poteri bancari diretti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna e respinto il ricorso. Chi emette materialmente le autorizzazioni di spesa possiede la disponibilità funzionale del denaro pubblico. La convergenza nella stessa persona del ruolo di disponente e di beneficiario esclude l'inganno tipico della truffa e configura il reato di peculato.
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Peculato in concorso tra privato e custode giudiziario
Un operatore di un'impresa di onoranze funebri, sottoposta a sequestro preventivo di prevenzione, incassava somme in contanti dai clienti omettendo o riducendo la fatturazione. L'uomo tratteneva gli importi senza riversarli alla procedura. Il custode nominato dal tribunale tollerava consapevolmente la prassi e ometteva ogni vigilanza sulla cassa aziendale. La Corte d'Appello confermava la condanna del lavoratore per appropriazione illecita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità per peculato in concorso. Anche se l'operatore era un privato privo di poteri autoritativi, risponde del reato poiché ha sottratto le somme d'intesa con il custode giudiziario, pubblico ufficiale omissivo. La successiva revoca del sequestro non cancella retroattivamente il delitto già consumato.
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Furto di energia elettrica: scatta la condanna senza querela
Un cittadino veniva accusato del reato di furto di energia elettrica per aver manomesso il contatore domestico. Il giudice di primo grado escludeva l'aggravante della destinazione del bene a un pubblico servizio, dichiarando il proscioglimento per assenza di querela da parte della società erogatrice. Il Procuratore Generale impugnava la decisione sostenendo la natura pubblica della risorsa sottratta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'energia elettrica mantiene sempre la sua destinazione a un pubblico servizio. Di conseguenza, il furto di energia elettrica mediante alterazione del contatore configura l'aggravante specifica, rendendo il reato perseguibile d'ufficio senza necessità di querela. La Corte ha quindi annullato la sentenza di proscioglimento, rinviando il processo a un nuovo giudice.
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Reato di peculato e stipendi duplicati: la Cassazione annulla
La dipendente di una società partecipata pubblica, incaricata della gestione dei rifiuti, si è appropriata di circa 71.000 euro duplicando i propri stipendi tramite pagamenti bancari online. I giudici di merito l'avevano condannata per reato di peculato ritenendo la natura pubblica dell'ente. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che la semplice gestione interna delle buste paga ha rilievo privatistico e non conferisce la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Il fatto costituisce appropriazione indebita, ormai estinta per prescrizione.
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Incaricato di pubblico servizio: pascolo privato e peculato
Un ente parco affida gratuitamente 150 ovini a un'azienda agricola per tutelare l'ambiente montano tramite il pascolo. I gestori dell'azienda vengono condannati per peculato poiché accusati di aver venduto e macellato diversi capi. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la propria qualifica di incaricato di pubblico servizio. La Suprema Corte accoglie il ricorso e annulla la condanna con rinvio. Per configurare il reato, i giudici di merito dovevano chiarire la natura contrattuale o pubblicistica dell'accordo e verificare se l'allevamento costituisse un'attività materiale o discrezionale.
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Incaricato di pubblico servizio: serve prova della convenzione
L'operatrice di un centro di assistenza e suo marito affrontano un processo per corruzione. L'accusa contesta l'inoltro di richieste per il reddito di cittadinanza prive dei requisiti di legge in cambio di compensi economici. I giudici di merito condannano entrambi qualificando la donna come incaricato di pubblico servizio. Gli imputati impugnano la decisione evidenziando la mancanza di prova circa l'esistenza di una convenzione formale con l'ente previdenziale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa. Il collegio stabilisce che la qualifica pubblicistica richiede una verifica concreta della disciplina applicabile e della delega istituzionale. La Suprema Corte annulla la condanna con rinvio a una diversa sezione della Corte di Appello.
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Violenza o minaccia a pubblico ufficiale: carcere e cure negate
Un detenuto all'interno di un istituto penitenziario ha rivolto gravi minacce all'infermiera mentre la donna tentava di prestargli cure mediche. La difesa ha chiesto di considerare l'episodio come una semplice minaccia ordinaria verso un privato cittadino. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi difensiva confermando la condanna per il delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. I giudici hanno chiarito che il personale sanitario in carcere svolge una funzione pubblica a tutela della salute. L'aggressione verbale finalizzata a ostacolare l'attività sanitaria configura un reato contro la pubblica amministrazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese legali e di una somma alla cassa delle ammende.
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Incaricato di pubblico servizio: la Cassazione annulla la misura
Un dipendente comunale, inquadrato formalmente come autista e operaio, subisce una sospensione dal servizio per nove mesi per presunta corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio. L'accusa sostiene che l'uomo abbia percepito denaro per agevolare pratiche di cittadinanza. La Corte di Cassazione annulla la misura cautelare, accogliendo il ricorso del lavoratore. I giudici chiariscono che la qualifica di incaricato di pubblico servizio non deriva automaticamente dal semplice impiego pubblico. Il codice penale esclude chi svolge mansioni meramente materiali. Il tribunale dovrà riesaminare la posizione accertando i reali compiti attribuiti al lavoratore.
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Arresti in obitorio: manca l’attualità del pericolo di reiterazione
L'Operatore Tecnico, impiegato presso la camera mortuaria di un policlinico, viene sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di corruzione e associazione a delinquere per aver ricevuto somme di denaro da imprese funebri in cambio della gestione accelerata delle salme. L'indagato ricorre in Cassazione contestando la sussistenza dei reati e la mancanza di motivazione sulle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso. Pur confermando la gravità indiziaria per i reati contestati, i giudici annullano l'ordinanza con rinvio al Tribunale del Riesame. La motivazione del provvedimento impugnato è infatti carente sull'attualità del pericolo di reiterazione del reato e sulla proporzionalità della misura rispetto a soluzioni meno afflittive, come la sospensione dal servizio.
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Sequestro preventivo: fiches e contanti non fanno la corruzione
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava il sequestro preventivo a carico di alcuni indagati e di una società, coinvolti in un presunto giro di corruzione, riciclaggio e reati fiscali legati a una casa da gioco. I giudici di legittimità hanno rilevato gravi carenze motivazionali. In particolare, il Tribunale non ha verificato se il dipendente del casinò avesse davvero la qualifica di incaricato di pubblico servizio, né ha motivato in modo specifico sul pericolo di dispersione dei beni (periculum in mora). Inoltre, per la società, è mancata la valutazione autonoma della colpa di organizzazione. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Reato di peculato: assolti i vertici della Fondazione privata
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il reato di peculato inflitta al Vicepresidente e al Segretario Generale di una Fondazione culturale, nonché a un Consulente esterno. L'accusa originaria riguardava il pagamento di una consulenza da cinquemila euro per attività asseritamente non svolte. I giudici di merito avevano ritenuto la Fondazione un organismo pubblico. La Cassazione ha invece chiarito che la qualifica pubblica non dipende dalla natura dell'ente, ma dalla disciplina dell'attività concreta. Poiché la stipula del contratto era un atto di autonomia privata non regolato da norme pubbliche, non si configura il reato di peculato. I ricorrenti sono stati quindi assolti perché il fatto non sussiste.
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Incaricato di pubblico servizio: tra furto e mansioni d’ordine
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di cinque dipendenti di una società di servizi sanitari accusati di furto aggravato e peculato di farmaci. La Corte ha chiarito che la qualifica di incaricato di pubblico servizio non si applica a chi svolge mansioni meramente materiali o d'ordine senza autonomia decisionale. Ha inoltre stabilito che la posizione di garanzia non può derivare automaticamente dalle mansioni lavorative, richiedendo una fonte giuridica specifica e il potere effettivo di impedire il reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la condanna per tre imputati, rinviando la decisione alla Corte d'appello per un nuovo esame, mentre ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri due dipendenti, confermando le loro condanne per furto.
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Incaricato di pubblico servizio: protetti i tecnici della luce
I Ricorrenti sono stati condannati per il reato di resistenza a pubblico ufficiale dopo aver minacciato di morte i tecnici dell'Enel che stavano procedendo al distacco del contatore elettrico. La difesa ha sostenuto che i tecnici non potessero essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, trattandosi di attività puramente materiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che il dipendente Enel addetto al controllo e al distacco dell'utenza è un incaricato di pubblico servizio, poiché svolge un'attività intellettiva e valutativa strumentale all'erogazione dell'energia elettrica. Di conseguenza, i Ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di peculato: assolto chi paga le multe con fondi pubblici
Il Presidente di un consorzio pubblico per la gestione di una discarica è stato assolto dall'accusa di reato di peculato. La Procura contestava l'uso di fondi del consorzio per pagare le oblazioni necessarie a estinguere reati ambientali commessi nell'esercizio delle sue funzioni. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione, stabilendo che non si configura il reato di peculato se il pagamento risponde anche a un interesse dell'ente pubblico. Nel caso specifico, il pagamento tempestivo ha evitato al consorzio una responsabilità civile sussidiaria e sanzioni più elevate. Inoltre, le delibere interne prevedevano il diritto di rivalsa sull'amministratore in caso di dolo o colpa grave, escludendo così un danno definitivo per la collettività.
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Presidente corrotto: non è pubblico ufficiale ma incaricato di servizio
Il Presidente di un'azienda pubblica di gestione rifiuti viene condannato per corruzione, per aver ricevuto una tangente in cambio dell'affidamento di corsi di formazione fittizi. La Corte di Cassazione, però, annulla la sentenza. Il motivo risiede nella sua qualifica giuridica: non è un 'pubblico ufficiale', poiché non è stato dimostrato che avesse poteri decisionali diretti. La Corte stabilisce che la sua posizione apicale e la sua influenza non bastano. Egli deve essere inquadrato nella diversa e meno grave 'qualifica di incaricato di pubblico servizio'. Il processo dovrà quindi essere rifatto per definire la corretta qualifica e ricalcolare la pena.
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Dipendente Postale: Furto Sì, Autoriciclaggio No. La Cassazione
Un direttore di un ufficio postale, accusato di peculato e autoriciclaggio per essersi appropriato dei soldi dei clienti, vede la sua condanna annullata dalla Cassazione. La Corte ha stabilito che non si configura l'autoriciclaggio del dipendente postale se il trasferimento del denaro è solo una fase dell'appropriazione stessa e non un'operazione successiva per occultarne l'origine. Il semplice versamento su un altro conto non basta. La sentenza è stata rinviata a un nuovo giudice per distinguere correttamente tra peculato (per i soli servizi di risparmio postale) e la meno grave appropriazione indebita (per le altre attività bancarie).
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Falso in atto pubblico portalettere privato: condannato per un vizio
Un portalettere di un'azienda privata viene condannato per aver falsificato la ricevuta di consegna di una raccomandata. La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di falso in atto pubblico portalettere privato. La difesa sosteneva che il reato non fosse applicabile, dato che l'imputato era un dipendente privato e non un impiegato dello Stato o di un ente pubblico. Tuttavia, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo non riguarda il merito della questione, ma un errore procedurale: la difesa ha sollevato questo argomento per la prima volta in Cassazione, troppo tardi per essere esaminato. La condanna del portalettere è quindi diventata definitiva.
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Peculato amministratore società pubblica: condannato il sindaco
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per peculato dell'amministratore di una società pubblica, interamente partecipata da un Comune, di cui egli era anche Sindaco. L'amministratore aveva utilizzato fondi e beni aziendali per scopi personali, come pagare il pascolo per i propri cavalli e sostenere spese private. La Corte ha stabilito un principio chiave: l'amministratore di una società 'in house', che persegue finalità pubbliche, riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Di conseguenza, la sua condotta integra il reato di peculato amministratore società pubblica. La mancanza di giustificazione delle spese, unita alla scarsa operatività della società, è stata considerata prova sufficiente dell'appropriazione indebita.
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Autista o incaricato di pubblico servizio? Il bivio del peculato
Un autista di scuolabus comunale è stato condannato per peculato per aver utilizzato indebitamente la carta carburante dell'ente per fini personali, anche durante periodi di malattia o fuori dall'orario di servizio. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio, mettendo in discussione la qualifica di incaricato di pubblico servizio attribuita all'imputato. Secondo i giudici, la semplice guida di un mezzo pubblico non conferisce automaticamente tale status se le mansioni sono meramente materiali. Se l'autista non svolge compiti aggiuntivi come la vigilanza degli alunni o la vendita di titoli di viaggio, il fatto deve essere riqualificato come appropriazione indebita aggravata, comportando pene sensibilmente inferiori e diverse sanzioni accessorie.
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