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Art. 358 Codice Penale — Anno 2022

Altri anni per Art. 358 Codice Penale

Peculato dell’amministratore di sostegno: conto cointestato
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per peculato dell'amministratore di sostegno nei confronti di una donna nominata per tutelare l'anziana madre. L'amministratrice incassava regolarmente la pensione materna ma ometteva di versare la retta dovuta alla residenza sanitaria assistenziale in cui il genitore alloggiava. L'imputata ha sostenuto di aver agito come semplice contitolare del conto corrente bancario e non come pubblico ufficiale. I giudici hanno respinto questa tesi e hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il ruolo pubblico di tutela conferito dal giudice prevale sulla contitolarità formale del conto. La condotta di appropriazione integra pienamente il delitto contestato. La ricorrente deve scontare la pena rideterminata a un anno e dieci mesi di reclusione con pena sospesa e versare tremila euro alla cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: l’infermiere aggredito vince in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per Resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. L'imputato aveva aggredito due Carabinieri e un infermiere del 118 intervenuti per una lite familiare. Il ricorrente sosteneva che l'infermiere, in quanto incaricato di pubblico servizio, non stesse compiendo un atto autoritativo e che il rifiuto delle cure non potesse integrare il reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il reato di resistenza non richiede un atto autoritativo, ma si configura con violenza o minaccia contro un incaricato di pubblico servizio che agisce legittimamente, anche se l'atto non è coercibile. L'aggressione ingiustificata all'infermiere ha quindi integrato il reato.
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Medico condannato per Peculato: visite in studio non autorizzato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per Peculato del pubblico ufficiale nei confronti di una dottoressa ginecologa. La professionista, autorizzata a svolgere attività libero-professionale intramuraria (intramoenia allargata) in uno studio specifico, aveva invece eseguito visite in un altro studio privato. Non aveva poi versato all'ASL la quota dovuta sui compensi incassati dalle pazienti, che erano state indirizzate a lei dalla struttura pubblica. La Suprema Corte ha ribadito che il possesso del denaro era avvenuto in ragione dell'ufficio, configurando il peculato e non la truffa. Ha annullato la sentenza solo per la rideterminazione della pena e l'applicazione di un'attenuante.
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Peculato: Dipendente Postale Condannato, tra Servizio Pubblico e Truffa
Un dipendente di un'azienda di servizi postali si è appropriato di oltre 28.000 euro versati dai clienti per spedizioni di pacchi, falsificando la documentazione. La difesa ha sostenuto che non fosse un incaricato di pubblico servizio e che il reato fosse truffa aggravata, non peculato, per ottenere la prescrizione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la condanna per peculato. Ha ribadito che l'attività postale è un servizio di interesse pubblico e che il denaro, una volta consegnato al dipendente per il servizio, era già nella disponibilità dell'ente, configurando l'appropriazione come peculato.
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Peculato uso auto aziendale: condannato il dirigente pubblico
Il Dirigente di una società pubblica di gestione del servizio idrico è stato sottoposto a una misura interdittiva per il reato di peculato uso auto aziendale. L'accusa ha contestato l'utilizzo continuativo del veicolo societario per spostamenti personali e privati, privi di autorizzazione formale e non previsti dal contratto come beneficio retribuito. Il Dirigente ha ricorso in Cassazione sostenendo la buona fede e l'esistenza di un accordo verbale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la qualifica di incaricato di pubblico servizio e la gravità della condotta. Senza un'esplicita deliberazione dell'organo amministrativo e il relativo conguaglio in busta paga, l'impiego privato del mezzo aziendale integra il reato contestato.
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Riqualificazione del reato di peculato: fondi e prescrizione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso del presidente di un'associazione di volontariato antincendio accusato di peculato per essersi appropriato di somme erogate da un Comune. I giudici di merito avevano condannato l'imputato ritenendo sussistente la qualifica pubblicistica per tutti i fondi ricevuti. La Suprema Corte ha tuttavia chiarito che le somme percepite successivamente per la gestione delle transenne del mercato comunale non rientravano nelle funzioni di protezione civile. Questa constatazione ha imposto la riqualificazione del reato di peculato nella meno grave fattispecie di malversazione di erogazioni pubbliche. Con la nuova qualificazione giuridica, la pena prevista è inferiore e il termine di prescrizione è risultato già interamente decorso. Di conseguenza, la Corte ha annullato la condanna senza rinvio.
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Autista Comunale: non è incaricato di pubblico servizio, peculato annullato
Un autista comunale è stato condannato per peculato per aver usato un'auto del Comune per scopi personali durante le ferie. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna. La sentenza ha chiarito che un autista con mansioni meramente esecutive non rientra nella **qualifica di incaricato di pubblico servizio**. Pertanto, il reato di peculato non era applicabile. La condotta poteva configurare un furto d'uso, ma questo reato richiede una querela (denuncia della vittima) per essere perseguibile. Poiché la querela mancava, il processo non poteva continuare, e la sentenza è stata annullata.
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Venditore di Biglietti: Incaricato di Pubblico Servizio o No? La Cassazione chiarisce
Un dipendente di un'azienda di trasporti pubblici è stato condannato per peculato, accusato di essersi appropriato di somme incassate dalla vendita di biglietti. La Corte di Cassazione ha esaminato la "qualifica di incaricato di pubblico servizio" del lavoratore. Ha stabilito che l'attività di vendita e rendicontazione dei biglietti era meramente esecutiva, senza poteri discrezionali o autoritativi. Di conseguenza, il reato è stato riqualificato come appropriazione indebita. Poiché l'appropriazione indebita richiede una querela (denuncia formale della vittima) per procedere, e questa mancava, la sentenza di condanna è stata annullata.
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Peculato nei contributi pubblici: condanna ai vertici Onlus
Il Presidente e il Vicepresidente di un'associazione di volontariato operante nella Protezione Civile hanno ottenuto un finanziamento pubblico di 50.000 euro per l'acquisto di una tenda pneumatica di soccorso. Subito dopo l'accredito delle somme, i due dirigenti hanno incassato la somma tramite due assegni, dividendosi il denaro per scopi personali anziché acquistare la struttura. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di peculato nei contributi pubblici. I giudici di legittimità hanno ribadito che i responsabili di enti del terzo settore integrati nel sistema di Protezione Civile rivestono la qualifica di incaricati di pubblico servizio. Quando il denaro pubblico trasferito possiede un espresso vincolo di destinazione, esso conserva la sua natura pubblicistica. Di conseguenza, l'appropriazione indebita di tali somme integra appieno il delitto di peculato nei contributi pubblici, determinando il rigetto definitivo dei ricorsi proposti.
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Sequestro preventivo per corruzione: valido il blocco dei beni
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per corruzione e truffa a carico dell'ex presidente di un istituto pubblico di assistenza. L'indagato aveva affidato la gestione della struttura e degli immobili a una società privata senza gara pubblica, ricevendo vantaggi personali, utilità economiche e promesse di sostegno elettorale. Inoltre, l'amministratore aveva ottenuto il rimborso di spese notarili mai anticipate con denaro personale. La difesa sosteneva la natura privatistica dell'ente e la piena validità della trattativa privata. I giudici hanno respinto il ricorso, ribadendo la natura pubblicistica dell'istituto e l'obbligo di applicare il codice degli appalti. La misura cautelare sui beni e sulle somme di denaro resta pienamente valida.
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Corruzione e appalti pubblici: vietata la gestione senza gara
Un imprenditore ha promesso denaro, assunzioni e sostegno elettorale al presidente di un istituto pubblico di assistenza per ottenere la gestione di una casa di riposo e la locazione dei suoi immobili senza gara. La difesa sosteneva la natura privata dell'ente e la legittimità di una trattativa civilistica. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e confermato la misura interdittiva del divieto di esercitare uffici direttivi. I giudici hanno chiarito che l'ente svolge un servizio pubblico e deve rispettare il codice dei contratti. La violazione delle procedure integra il fenomeno di corruzione e appalti pubblici illeciti.
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Peculato del direttore postale: confermato il sequestro dei beni
Il Direttore dell'Ufficio Postale ha sottratto oltre trentaquattromila euro dalla cassa principale e dallo sportello automatico dell'ufficio da lui gestito. Il Giudice ha disposto il sequestro preventivo dei beni dell'indagato per il reato di peculato. La difesa ha sostenuto che il prelievo di denaro destinato al bancomat costituisce una semplice attività bancaria privata, configurabile solo come appropriazione indebita non punibile per mancanza di querela valida. La Corte di Cassazione ha confermato la configurazione del reato di peculato del direttore postale. I giudici hanno chiarito che il responsabile della filiale riveste la qualifica di pubblico ufficiale nella gestione e nella custodia della cassa generale dell'ufficio.
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Reato di peculato: condannato il cassiere dell’ospedale pubblico
Un addetto alla riscossione dei ticket sanitari di un'azienda ospedaliera si è appropriato di oltre novantamila euro pagati dai pazienti. L'uomo alterava i documenti informatici e cartacei per simulare la cancellazione delle visite mediche e rilasciava false ricevute. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di peculato, respingendo la tesi difensiva secondo cui l'imputato svolgeva mansioni puramente materiali e dovesse quindi rispondere solo di appropriazione indebita. I giudici hanno chiarito che il denaro versato dai cittadini per prestazioni sanitarie diventa immediatamente pubblico quando entra nelle mani dell'addetto alla cassa, il quale agisce come incaricato di pubblico servizio avendo un'autonoma gestione delle procedure di prenotazione e incasso.
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Prescrizione del reato: niente assoluzione per il dipendente
Un dipendente comunale addetto alla gestione dei parcheggi si è appropriato dei proventi della vendita dei tagliandi gratta e sosta. La Corte d'appello ha dichiarato la prescrizione del reato di peculato. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione nel merito anziché la semplice prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di una causa di estinzione, l'assoluzione nel merito può essere pronunciata solo se l'innocenza emerge dagli atti in modo evidente, immediato e non contestabile. Nel caso specifico, l'imputato rivestiva la qualifica di incaricato di pubblico servizio e aveva il possesso del denaro pubblico, integrando pienamente il reato. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Tassa di soggiorno trattenuta: è peculato anche dopo la riforma
Un albergatore ha incassato l'imposta di soggiorno dai clienti senza versarla al Comune. Il Tribunale lo ha assolto ritenendo che una riforma del 2020 avesse depenalizzato la condotta, trasformandola in semplice illecito amministrativo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della Procura, stabilendo che per i fatti commessi prima della riforma sussiste ancora il reato di peculato dell'albergatore. Chi gestiva la struttura ricettiva all'epoca dei fatti rivestiva infatti la qualifica di incaricato di pubblico servizio e agente contabile. Di conseguenza, l'appropriazione del denaro pubblico costituisce reato. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza di assoluzione e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Rivelazione di segreto d’ufficio: condannata la guardia giurata
Una guardia giurata addetta alla sicurezza aeroportuale ha fotografato lo schermo del radiogeno che mostrava una pistola in un bagaglio e ha condiviso l'immagine su WhatsApp, insieme alla relazione di servizio contenente i dati del passeggero. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. I giudici hanno chiarito che la guardia giurata, pur dipendente di una società privata, riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio poiché svolge controlli di sicurezza di rilevanza pubblica. La diffusione di dati riservati tramite messaggistica viola il dovere di fedeltà e segretezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della lavoratrice, confermando la responsabilità penale e condannandola al pagamento delle spese processuali e di risarcimento.
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Incaricato di pubblico servizio: ente privato, condanna pubblica
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso del Presidente di una Cassa di previdenza privata, condannato per corruzione e dichiarazione infedele. La difesa contestava la qualifica di incaricato di pubblico servizio dell'imputato, sostenendo la natura privatistica della gestione patrimoniale dell'ente. La Suprema Corte ha rigettato questo motivo, confermando che la gestione delle risorse previdenziali mantiene sempre rilievo pubblicistico. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso sul reato di corruzione per vizio di motivazione: i giudici d'appello si erano limitati a richiamare la sentenza di primo grado senza rispondere alle specifiche obiezioni della difesa. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame della corruzione, mentre è stata confermata la condanna per il reato tributario.
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Peculato imposta di soggiorno: sequestro annullato per i gestori
Tre gestori di strutture ricettive venivano indagati per il reato di peculato imposta di soggiorno, accusati di essersi appropriati delle somme riscosse dai clienti a titolo di tassa di soggiorno senza versarle al Comune. Il Tribunale aveva disposto il sequestro preventivo dei loro conti e di quelli della società. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società per un conflitto di interessi nella nomina del difensore da parte dell'amministratrice indagata. Ha invece accolto i ricorsi dei singoli gestori, annullando il sequestro. La Suprema Corte ha stabilito che, per configurare il reato, il giudice deve analizzare attentamente il regolamento comunale per verificare se il gestore avesse davvero la qualifica di incaricato di pubblico servizio e gestisse denaro pubblico, o se avesse solo un debito d'imposta personale.
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Reato di peculato: sì per l’agente, no dopo la revoca del mandato
Un mandatario dell'ente di tutela dei diritti d'autore è stato condannato per il reato di peculato per essersi appropriato delle somme riscosse e non versate all'ente. L'imputato ha fatto ricorso sostenendo di non rivestire la qualifica di incaricato di pubblico servizio e che, dopo la revoca del mandato, la sua condotta non potesse configurare tale reato. La Corte di Cassazione ha confermato che la riscossione dei diritti d'autore ha natura pubblicistica, qualificando l'agente come incaricato di pubblico servizio. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso: dopo la revoca del mandato, venendo meno la qualifica pubblica, i fatti successivi non possono essere considerati peculato. La sentenza è stata annullata con rinvio per rideterminare la pena e valutare la rilevanza penale delle condotte successive alla revoca.
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Appropriazione indebita: azzerata la condanna dell’amministratore
L'Amministratore di una società immobiliare a intera partecipazione comunale veniva condannato per peculato per aver utilizzato la carta di credito aziendale per spese personali e per essersi appropriato di beni societari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che la gestione di un complesso alberghiero e termale ha natura puramente privatistica, escludendo così la qualifica di incaricato di pubblico servizio in capo all'imputato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha riqualificato il fatto nel reato di appropriazione indebita aggravata. Poiché questo reato prevede tempi di estinzione più brevi, i giudici hanno dichiarato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per intervenuta prescrizione dei reati. L'Amministratore evita così la condanna penale.
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