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Art. 353-bis Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 353-bis Codice Penale

Sequestro probatorio sui pc: le indagini penali prevalgono sul TAR
Un imprenditore ha proposto ricorso contro il sequestro probatorio di cellulari e computer disposto nell'ambito di un'indagine per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'ipotesi d'accusa riguarda un presunto accordo con la pubblica amministrazione per l'acquisto di un terreno comunale a prezzo svantaggioso prima del cambio di destinazione d'uso. La difesa sosteneva la sproporzione del sequestro informatico e l'assenza di illecito evidenziata da una precedente pronuncia amministrativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sentenza del giudice amministrativo non blocca le indagini penali e che il sequestro probatorio rispetta i principi di proporzionalità e motivazione quando definisce chiaramente il legame tra i dispositivi e i fatti contestati.
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Sequestro probatorio: sì ai dati ma i telefoni vanno restituiti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro probatorio di smartphone e computer appartenenti a un pubblico ufficiale indagato per aver truccato una gara d'appalto in cambio dell'assunzione della figlia. La difesa contestava la mancanza di motivazione sul legame tra i dispositivi e il reato, oltre alla violazione del principio di proporzionalità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il sequestro è valido se finalizzato a estrarre dati informatici indispensabili per ricostruire i fatti. I dispositivi fisici devono essere restituiti subito dopo la copia dei dati, garantendo così il rispetto della proporzionalità della misura cautelare.
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Sopravvenuta carenza di interesse: dal carcere alla libertà
L'Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per i reati di corruzione e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, ha proposto ricorso per cassazione contro la decisione del Tribunale che confermava la misura. Successivamente, a seguito della revoca della misura cautelare, l'Indagato ha presentato formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la revoca della misura ha fatto venir meno l'utilità concreta della decisione.
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Sopravvenuta carenza di interesse: niente spese se la misura decade
L'Indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati di corruzione e turbata libertà degli incanti, proponeva ricorso per Cassazione contro il rigetto del riesame. Successivamente alla presentazione del ricorso, il giudice revocava la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno stabilito che, poiché la revoca della misura non è imputabile all'indagato, non si configura una soccombenza virtuale. Di conseguenza, l'indagato non deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento né al versamento della sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
Il Dirigente Comunale ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro la condanna per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'accusa riguardava il confezionamento di un bando di gara per servizi di nettezza urbana con requisiti "sartoriali" (come il possesso di una pressa idraulica) concordati con L'Imprenditore per favorire una specifica società. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni della difesa non riguardavano sviste materiali o errori percettivi della Corte, ma miravano a ottenere una inammissibile rivalutazione del merito della vicenda. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente: limiti
Il Pubblico Ministero ha impugnato la riduzione di una misura interdittiva applicata a un imprenditore, accusato del reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'accusa ipotizzava un accordo collusivo con il Sindaco per sanare, tramite un affidamento diretto sotto i 40.000 euro, lavori idrici già eseguiti da un terzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, confermando che il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente non è configurabile in caso di affidamento diretto. Questo strumento, infatti, non prevede una gara o un confronto comparativo tra più concorrenti, elementi necessari affinché si possa parlare di un bando o di un atto equipollente. Di conseguenza, l'imprenditore ha ottenuto la conferma della riduzione della misura interdittiva.
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No alla turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva escluso la gravità indiziaria per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente nei confronti di un imprenditore. L'accusa ipotizzava una collusione per sanare, tramite affidamento diretto, lavori già eseguiti abusivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il reato ex art. 353-bis c.p. non è configurabile in caso di affidamento diretto puro e senza alcuna procedura competitiva o selettiva, poiché manca un bando di gara o un atto equipollente da inquinare.
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Turbata libertà degli incanti: condotta illecita ma prescritta
L'Amministratore e il Dirigente di un'azienda hanno ottenuto in anticipo le bozze dei documenti di una gara d'appalto per la gestione di residenze universitarie, assicurandosi un vantaggio competitivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato di turbata libertà degli incanti si configura anche se la condotta illecita avviene prima della pubblicazione ufficiale del bando, purché la gara sia imminente e determinata. Tuttavia, poiché il fatto risaliva al 2014, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio, dichiarando il reato estinto per intervenuta prescrizione. Di conseguenza, i ricorrenti evitano la pena unicamente per il decorso del tempo, nonostante l'infondatezza dei loro motivi di merito.
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Sequestro probatorio: la Cassazione difende i dati del cittadino
Il Tribunale di Livorno ha annullato il sequestro probatorio di computer, smartphone e chiavetta USB appartenenti a un Dirigente Comunale, indagato per aver turbato una gara d'appalto per la gestione di una spiaggia. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il Tribunale avesse valutato eccessivamente il merito dell'accusa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno stabilito che il sequestro probatorio richiede una motivazione rigorosa sul nesso di pertinenza tra i beni e il reato, rispettando il principio di proporzionalità. Non basta ipotizzare un reato in astratto per sottrarre dispositivi personali, ma occorre spiegare cosa si cerchi e perché sia indispensabile per le indagini. Il Dirigente Comunale ottiene quindi la restituzione definitiva dei suoi dispositivi elettronici.
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Sequestro probatorio illegittimo: restituzione dei beni
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro di dispositivi elettronici disposto nei confronti di una professionista indagata per presunte irregolarità in appalti pubblici. Il provvedimento originario del Pubblico Ministero non descriveva i fatti contestati, limitandosi a richiamare un rapporto della Guardia di Finanza non allegato all'atto. I giudici hanno stabilito che un sequestro probatorio illegittimo non può essere sanato successivamente dal Tribunale del Riesame. Il decreto di sequestro deve infatti contenere fin da subito l'indicazione chiara di tempo, luogo e azione del presunto reato per consentire l'immediata difesa dell'indagato. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato la restituzione immediata di tutti i beni sequestrati alla legittima proprietaria.
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Turbata libertà del procedimento di scelta del contraente
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due dirigenti pubblici e un imprenditore accusati di aver manipolato l'assegnazione di un appalto per un sistema di sicurezza, ricorrendo a un affidamento diretto illegittimo per evitare la gara pubblica. Gli imputati erano stati condannati nei gradi precedenti per il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. La Suprema Corte ha chiarito che tale reato non è configurabile quando la condotta mira a evitare del tutto la gara tramite affidamento diretto privo di elementi competitivi, poiché un'estensione analogica violerebbe il principio di legalità. Tuttavia, non potendo accertare l'assoluta insussistenza del fatto per mancanza di verifiche approfondite nei gradi di merito, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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