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Art. 35-ter ord. pen.

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Risarcimento per Detenzione Inumana: Ricorso Inammissibile, Sanzione Confermato
Un Detenuto ha chiesto un risarcimento per detenzione inumana, lamentando condizioni carcerarie non conformi all'Art. 3 CEDU. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato il suo reclamo, sia per periodi già giudicati inammissibili, sia per un nuovo periodo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto, confermando le decisioni precedenti. La Corte ha ritenuto che il ricorso riproducesse censure già esaminate o si basasse su motivi generici, non contestando adeguatamente le motivazioni del Tribunale. Il Detenuto è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo del detenuto: errore procedurale non blocca la riduzione pena
Un detenuto ha chiesto la riduzione della pena per le condizioni detentive non conformi agli standard europei. Il Magistrato di Sorveglianza ha parzialmente respinto il suo reclamo. Il detenuto ha presentato un ricorso diretto in Cassazione. La Corte ha chiarito che contro le decisioni del Magistrato di Sorveglianza si deve proporre un "reclamo del detenuto" al Tribunale di Sorveglianza, non un ricorso diretto in Cassazione, salvo casi di manifesta inammissibilità. Tuttavia, applicando il principio del favor impugnationis, la Corte ha riqualificato il ricorso come reclamo e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza competente.
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Misure Alternative: Rigetto per Mancanza di Consapevolezza Critica
Un Condannato ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Brescia di accedere a misure alternative alla detenzione, come l'affidamento terapeutico, l'affidamento in prova ai servizi sociali e la detenzione domiciliare. Il Tribunale ha respinto le richieste, ritenendo inammissibili l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare per il fine pena e rigettando l'affidamento terapeutico per la mancanza di consapevolezza critica sui reati commessi (usura ed estorsione) e l'insufficienza del programma di recupero. Il Condannato ha presentato ricorso, contestando il calcolo della pena e la valutazione del suo percorso. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale di Sorveglianza, rigettando il ricorso e condannando il Condannato al pagamento delle spese processuali.
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Ricorso in Cassazione personale: negata tutela e sanzione
Un detenuto presenta reclamo per ottenere i rimedi risarcitori previsti per le condizioni di detenzione. Il Tribunale di sorveglianza respinge la richiesta. Il condannato decide di impugnare il provvedimento presentando un ricorso in Cassazione personale, firmato direttamente da lui presso l'ufficio matricola del carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La legge prevede infatti che solo un avvocato iscritto all'albo speciale possa sottoscrivere un'impugnazione davanti alla Suprema Corte. Presentare un atto senza la firma del difensore abilitato rende la domanda del tutto non esaminabile. La Corte conferma quindi la decisione precedente e condanna il condannato al pagamento delle spese del procedimento, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Risarcimento detenuto espulso: l’espulsione non nega i diritti
Un ex carcerato chiede una riparazione economica per le sofferenze subite in carcere a causa del sovraffollamento. Il Giudice di Sorveglianza dichiara la richiesta inammissibile perché lo straniero è stato espulso dall'Italia. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici supremi stabiliscono che l'allontanamento dal paese non cancella il diritto al risarcimento detenuto espulso. Anche se l'interessato non può beneficiare degli sconti di pena, conserva intatto il diritto a ottenere l'indennizzo economico per le condizioni inumane patite nel periodo di reclusione.
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Detenzione inumana e degradante: no al risarcimento al detenuto
Il Detenuto ha proposto ricorso chiedendo i rimedi risarcitori per la detenzione inumana e degradante subita in tre diversi istituti di pena, lamentando uno spazio ridotto nelle celle, il riscaldamento guasto e carenze idriche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che se lo spazio individuale in cella supera i tre metri quadrati non vi è una presunzione automatica di violazione dell'articolo 3 della CEDU. Bisogna invece valutare globalmente le condizioni di carcerazione. Nel caso specifico, la presenza di servizi adeguati, come l'accesso all'acqua calda, il bagno riservato e diverse ore di passeggio, bilancia i disagi lamentati. Inoltre, un guasto all'impianto termico in una cella molto ampia non supera la soglia minima di gravità richiesta. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna del pagamento delle spese processuali.
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Riqualificazione del ricorso in reclamo: errore e tutela
Un Detenuto ha richiesto il risarcimento per presunte condizioni di detenzione inumane. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato l'istanza inammissibile al termine di un'udienza in camera di consiglio. Il Detenuto ha impugnato il provvedimento presentando ricorso diretto in Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito che l'atto corretto doveva essere il reclamo al Tribunale di Sorveglianza. Per questa ragione, i giudici hanno disposto la riqualificazione del ricorso in reclamo e trasmesso gli atti al giudice competente per l'esame del merito.
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Spazio minimo detenuto: cella ridotta e diritto al risarcimento
Il Detenuto presenta reclamo per le precarie condizioni patite in diversi istituti penitenziari, lamentando la violazione dello spazio minimo detenuto inferiore ai tre metri quadri. Il Tribunale di Sorveglianza respinge la richiesta, ritenendo il regime di detenzione aperto sufficiente a compensare le strettezze della cella. Il Detenuto propone ricorso in Cassazione. La Corte Suprema annulla la decisione e accoglie le doglianze. I giudici evidenziano che l'assegnazione di ore all'aperto non basta a sanare lunghi periodi trascorsi in celle sovraffollate. Occorre calcolare lo spazio effettivo detraendo gli arredi fissi. La causa torna al Tribunale di Sorveglianza per un riesame completo.
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Istanza ex art. 35-ter ord. pen.: Cassazione annulla il rigetto
Il Detenuto ha proposto un'istanza ex art. 35-ter ord. pen. per ottenere il ristoro dei danni subiti a causa del sovraffollamento patito negli istituti penitenziari di Caltagirone e Augusta. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato il reclamo. Il Detenuto ha quindi proposto ricorso in Cassazione denunciando la gravità della decisione. Per il primo carcere mancava qualsiasi motivazione. Per il secondo carcere il giudice ha utilizzato dati relativi a periodi temporalmente diversi da quelli contestati, creando un evidente salto logico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza impugnata, disponendo un nuovo giudizio davanti al Tribunale di sorveglianza.
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Ricorso per cassazione personale: la sanzione dopo il rigetto
Un detenuto presentava un'istanza per le ridotte condizioni di vivibilità all'interno della struttura carceraria. A seguito della decisione del Magistrato di sorveglianza, l'interessato proponeva un ricorso per cassazione personale senza avvalersi di un legale iscritto all'albo speciale. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'atto inammissibile. La legge penale stabilisce infatti che il ricorso debba essere sottoscritto esclusivamente da un difensore abilitato al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori. La presentazione diretta dell'atto da parte del cittadino priva la richiesta di validità processuale. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ristoro per detenzione inumana: il contrasto tra giudici
Un detenuto ha presentato una domanda di ristoro per detenzione inumana, lamentando la violazione dei propri diritti per carenza di ore d'aria, divieto di cucinare cibi e scarsa illuminazione artificiale. Un precedente magistrato di sorveglianza aveva già giudicato lo stesso periodo carcerario, ma esaminando motivi differenti come lo spazio vitale e il riscaldamento. I due tribunali di sorveglianza hanno declinato la propria competenza ritenendo chiuso il caso dal precedente giudicato, generando un conflitto negativo. La Corte di Cassazione ha chiarito che il giudicato di sorveglianza opera limitatamente a quanto effettivamente deciso. Poiché i nuovi motivi integrano una nuova causa petendi, l'istanza introduce un procedimento autonomo. La competenza spetta quindi al tribunale del luogo di detenzione attuale.
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Ricorso in Cassazione inammissibile: la via corretta per i detenuti
Un detenuto ha presentato un ricorso diretto alla Corte di Cassazione contro un'ordinanza del Magistrato di sorveglianza. L'ordinanza riguardava una presunta violazione dell'Art. 3 CEDU, che tutela i diritti dei detenuti. La Corte ha stabilito che un ricorso diretto in Cassazione in questa fase è inammissibile. Ha chiarito che la procedura corretta prevede un reclamo al Tribunale di sorveglianza. La Cassazione ha quindi riqualificato l'impugnazione come reclamo e ha trasmesso gli atti al Tribunale di sorveglianza competente.
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Risarcimento per disumana detenzione: quando il ricorso fallisce
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per disumana detenzione ai sensi dell'articolo 35-ter dell'ordinamento penitenziario, sostenendo di aver subito un sovraffollamento in cella contrario ai diritti umani. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. Le verifiche tecniche hanno accertato che lo spazio individuale disponibile era di 4,22 metri quadrati, ampiamente superiore al limite minimo di 3 metri quadrati stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. La struttura garantiva inoltre luce naturale, aerazione, acqua calda e libertà di movimento. Il Detenuto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Condizioni detentive disumane: la Cassazione salva il ricorso errato
Il Detenuto ha richiesto una riduzione della pena a causa di condizioni detentive disumane subite in carcere, lamentando uno spazio inferiore a tre metri quadrati e scarsa igiene. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il Detenuto ha quindi presentato ricorso direttamente in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che non è possibile scavalcare i gradi di giudizio: contro la decisione del Magistrato occorre prima proporre reclamo al Tribunale di Sorveglianza. Tuttavia, per salvare l'azione del Detenuto, la Cassazione ha riqualificato il ricorso come reclamo, trasferendo gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Roma per la decisione finale.
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Ricorso per cassazione personale: perché il fai da te fallisce
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino aveva respinto il reclamo di un detenuto relativo a benefici penitenziari. Il Detenuto ha proposto personalmente ricorso per cassazione per annullare la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Con l'entrata in vigore della Legge n. 103 del 2017, infatti, è stato abolito il diritto per l'imputato o il condannato di presentare un ricorso per cassazione personale. Questo tipo di impugnazione deve essere firmato, a pena di inammissibilità, da un difensore abilitato e iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, il ricorso del detenuto è stato respinto e lo stesso è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Condizioni detentive degradanti: lo Stato perde contro il detenuto
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che concedeva a un detenuto uno sconto di pena di 244 giorni per aver subito condizioni detentive degradanti a Rebibbia, Bari e Foggia. Il Ministero contestava la mancanza di prove e la valutazione del bagno in cella, parzialmente schermato da un muretto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, se il detenuto fornisce elementi precisi, spetta all'Amministrazione dimostrare il contrario. Inoltre, la presenza di un WC non adeguatamente isolato nella cella in cui si mangia e si dorme lede la salute e la riservatezza, configurando un trattamento disumano.
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Risarcimento per sovraffollamento in carcere: la parola non basta
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per sovraffollamento in carcere per un periodo di detenzione risalente agli anni 1986-1988. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda perché i registri cartacei dell'epoca erano andati perduti e le dichiarazioni del richiedente non indicavano la superficie esatta delle celle. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che, sebbene le dichiarazioni del detenuto godano di una presunzione di veridicità, esse devono essere complete. In mancanza di dati precisi sulla superficie della cella e senza registri ufficiali, non è possibile dimostrare che lo spazio individuale fosse inferiore ai tre metri quadrati. Il Detenuto perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Risarcimento per detenzione inumana: sì anche con registri persi
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il risarcimento per detenzione inumana a un detenuto poiché i registri del carcere erano andati distrutti in un'alluvione, rendendo impossibile verificare lo spazio vitale della cella. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la distruzione dei documenti non può penalizzare il detenuto. In base al principio della vicinanza della prova, se il detenuto fornisce indicazioni precise sul periodo e sul luogo di reclusione, spetta all'Amministrazione penitenziaria dimostrare il contrario. Se l'Amministrazione non può farlo, opera una presunzione di veridicità a favore del detenuto. La Cassazione ha quindi rinviato il caso per un nuovo giudizio.
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Carcere duro e trattamento disumano e degradante: ricorso ko
Il Detenuto, sottoposto al regime di carcere duro, ha proposto ricorso lamentando un trattamento disumano e degradante. Le sue doglianze riguardavano la limitazione delle ore d'aria, il divieto di cucinare in cella e la violazione della privacy dovuta allo spioncino sulla porta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le restrizioni applicate derivano direttamente dalle prescrizioni di legge previste per la sicurezza del regime speciale, ritenute pienamente compatibili con i diritti fondamentali dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Strasburgo. Inoltre, lo spioncino risponde a precise esigenze di vigilanza occasionale. Poiché il ricorrente si è limitato a ripetere le medesime contestazioni già respinte nei gradi precedenti senza criticare la decisione del Tribunale, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Cella di 9 mq e 41-bis: nessun trattamento disumano e degradante
Il Detenuto, ristretto in regime di alta sicurezza, ha richiesto i rimedi risarcitori lamentando un trattamento disumano e degradante a causa delle restrizioni del regime speciale, tra cui la limitazione delle ore d'aria e la presenza di uno spioncino nel bagno. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando che il detenuto disponeva di una cella singola di oltre nove metri quadrati con servizi igienici adeguati e che le limitazioni erano conformi alla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché il ricorrente si è limitato a riproporre le stesse lamentele senza contestare la motivazione del giudice di merito. Di conseguenza, il detenuto perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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