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Art. 35-ter ord. pen.

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Spazio vitale in cella: il letto va sempre sottratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel calcolo dello spazio vitale in cella a disposizione di un detenuto, l'area occupata dal letto singolo deve essere sempre sottratta, anche se questo è mobile e non ancorato al suolo. Tale ingombro, infatti, limita la libertà di movimento. Se lo spazio calpestabile scende sotto i 3 mq per persona, si presume una violazione dei diritti umani, che il giudice di merito dovrà valutare attentamente, considerando eventuali fattori compensativi.
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Spazio vitale detenuto: la Cassazione decide sul ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava condizioni di detenzione inumane per lo spazio vitale ridotto. La Corte ha confermato che uno spazio pro capite tra 3 e 4 metri quadri non viola i diritti del detenuto se sono presenti adeguati fattori compensativi, come trascorrere almeno quattro ore al giorno fuori dalla cella per attività trattamentali, garantendo sufficiente libertà di movimento.
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Interesse a impugnare: Cassazione annulla decisione
Un detenuto in regime 41-bis ha richiesto dei documenti per opporsi al decreto di proroga del regime speciale. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto la richiesta, ma la Corte di Cassazione ha annullato tale decisione. La Suprema Corte ha rilevato una carenza sopravvenuta dell'interesse a impugnare, poiché il procedimento principale di opposizione al decreto era già stato definito in modo irrevocabile, rendendo la richiesta di documenti priva di qualsiasi utilità pratica.
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Spazio vitale in cella: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto che lamentava la violazione dello spazio vitale in cella in due istituti penitenziari. Per il primo istituto, pur con uno spazio tra 3 e 4 mq, i giudici hanno ritenuto sufficienti i fattori compensativi. Per il secondo, hanno qualificato come 'sporadica' la detenzione con tre persone in una cella, ritenendo legittime le condizioni detentive complessive.
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Detenzione inumana: i limiti del risarcimento
Un detenuto ha fatto ricorso per ottenere un risarcimento per presunta detenzione inumana, lamentando le condizioni subite in un istituto penitenziario per un periodo di circa cinque anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Secondo la Corte, per ottenere un risarcimento per detenzione inumana, non basta qualsiasi disagio, ma è necessaria una sofferenza che ecceda quella inevitabilmente legata allo stato detentivo. Nel caso specifico, la valutazione complessiva delle condizioni, incluso lo spazio pro capite (sempre superiore a 3mq), non ha rivelato una violazione dell'art. 3 CEDU. Il ricorso è stato ritenuto generico perché si limitava a ripetere le stesse lamentele senza contestare specificamente le motivazioni della decisione precedente.
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Detenzione inumana: ricorso inammissibile
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per detenzione inumana, lamentando le condizioni di un istituto penitenziario. La sua richiesta è stata respinta sia dal Magistrato di Sorveglianza sia in sede di reclamo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il successivo ricorso inammissibile, poiché il ricorrente si è limitato a ripetere le stesse argomentazioni senza contestare specificamente le motivazioni della decisione precedente, la quale aveva escluso la violazione sulla base dello spazio pro capite superiore a 3 mq e degli interventi di manutenzione effettuati.
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Trattamento inumano in carcere: quando è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava un trattamento inumano in carcere per le condizioni sofferte in un penitenziario milanese. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso erano generici e infondati. In particolare, ha confermato che disagi come orari ridotti fuori dalla cella o sovraffollamento delle aree comuni non costituiscono una violazione dell'art. 3 CEDU se viene garantito lo spazio minimo vitale di 3 mq pro capite e l'accesso ai servizi essenziali.
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Inammissibilità del ricorso per nuove domande in appello
Un detenuto ha presentato ricorso in Cassazione per un presunto trattamento inumano subito in un carcere specifico. La Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso perché la doglianza relativa a quel carcere era stata sollevata per la prima volta in sede di reclamo e non nella domanda originaria. Inoltre, il ricorso mancava di autosufficienza, non avendo allegato gli atti necessari a valutarne il merito, portando alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spazio vitale in cella: no risarcimento sopra i 3 mq
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva un risarcimento per condizioni di detenzione inumane. La Corte ha ribadito che, quando lo spazio vitale in cella è superiore ai 3 mq per persona, la violazione dell'art. 3 CEDU non è presunta. In questi casi, è necessaria una valutazione complessiva di tutti i fattori, positivi e negativi, delle condizioni carcerarie. Le semplici asserzioni del ricorrente, non supportate da prove, non sono sufficienti per contestare le decisioni dei giudici di merito.
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Spazio minimo detenuto: la scelta del recluso conta
La Corte di Cassazione ha stabilito che un detenuto non ha diritto al risarcimento per la violazione dello spazio minimo detentivo se la riduzione dello spazio disponibile è causata da una sua scelta personale, come quella di smontare un letto a castello per avere un letto singolo separato. La Corte ha ritenuto che non si possa invocare una violazione dei diritti fondamentali se la condizione lamentata è stata creata dal soggetto stesso. La decisione finale ha quindi respinto il ricorso del detenuto.
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Obbligo di motivazione: Cassazione annulla ordinanza
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza per violazione dell'obbligo di motivazione. Il Tribunale aveva ignorato le prove presentate dalla difesa riguardo a un caso analogo, limitandosi a un generico rinvio a una decisione precedente. La Corte ha ribadito la necessità di una valutazione puntuale delle deduzioni difensive, annullando il provvedimento e rinviando il caso per un nuovo giudizio.
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