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Art. 318 Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 318 Codice Penale

Corruzione per l’esercizio della funzione: il patto costa caro
Un Consigliere Regionale ha subito la misura cautelare del divieto di dimora per il delitto di corruzione per l'esercizio della funzione, truffa aggravata e falso. Secondo le indagini, il politico ha piegato la propria carica per favorire un'azienda privata nell'ottenimento di ricchi contributi pubblici, superando rigidi blocchi ambientali. In cambio del proprio intervento, il funzionario ha beneficiato di una vacanza su un panfilo di lusso pagata dagli imprenditori. La difesa ha lamentato l'illegittimità delle chat acquisite agli atti e ha sostenuto l'assenza di specifiche competenze dell'eletto sulla pratica amministrativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la piena validità dei messaggi consegnati spontaneamente dai testimoni. Inoltre, hanno ribadito che il reato si compie anche quando il pubblico agente sfrutta la propria autorevolezza di fatto, piegando l'ufficio agli interessi del privato.
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Corruzione impropria: prescritto il reato ma resta il danno
Un funzionario pubblico ha subito un processo per il reato di corruzione impropria per aver agevolato un progetto edilizio privato ricevendo un incarico professionale remunerato. La Corte di Appello ha dichiarato estinto il reato per prescrizione, ma ha confermato la condanna al risarcimento dei danni a favore dell'Ente comunale costituito parte civile. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la validità delle intercettazioni e l'assenza di danni per l'amministrazione pubblica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la prescrizione del reato penale lascia intatta la responsabilità civile dell'agente: anche senza un danno economico diretto per l'erario, la condotta corruttiva lede in modo certo la dignità, il prestigio e la trasparenza della funzione pubblica, imponendo il risarcimento del danno non patrimoniale.
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Corruzione in sanità: confermati gli arresti per il primario
Un medico primario di un ospedale pubblico viene indagato per il reato di corruzione in sanità per aver indirizzato i pazienti dimessi dal proprio reparto verso cliniche private convenzionate. In cambio, il medico avrebbe ottenuto svariati vantaggi economici, tra cui carte di credito, auto di lusso, quote societarie e contratti di consulenza fittizi per la compagna. La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza di custodia cautelare, stabilendo la piena utilizzabilità delle intercettazioni svolte, anche a seguito del cambio di qualificazione giuridica del reato. Inoltre, i giudici hanno ritenuto sussistente il concreto pericolo di reiterazione del reato, considerato che la rete di contatti del medico e gli imprenditori coinvolti ricoprono ancora i medesimi ruoli professionali. Il ricorso dell'indagato è stato pertanto rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Reato di corruzione: la Cassazione annulla la condanna
Il Vice Presidente di un ente pubblico gestore di autostrade viene accusato del reato di corruzione per aver accettato consulenze professionali retribuite da una società privata in cambio dell'asservimento della propria carica pubblica. La Corte d'Appello lo condanna a tre anni di reclusione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e annulla la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità chiariscono che la semplice presenza di un conflitto di interessi o lo svolgimento di incarichi legali effettivi e fatturati non bastano a dimostrare l'illecito. Occorre la prova rigorosa del patto corruttivo e del legame causale tra l'utilità erogata e i singoli atti contrari ai doveri d'ufficio.
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Corruzione per l’esercizio della funzione: confermata la misura
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un Deputato Regionale accusato di corruzione per l'esercizio della funzione. Il politico avrebbe percepito dodicimila euro da un privato per garantire l'inserimento di un finanziamento pubblico da novantotto mila euro a favore di un'associazione all'interno di una legge regionale. La difesa ha sostenuto l'insindacabilita dell'atto politico e la mancanza di prove sui versamenti in contanti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso stabilendo che la natura politica dell'atto non esclude il reato quando c'e un accordo corruttivo e un compenso indebito per la funzione esercitata. La valutazione degli indizi e del pericolo di recidiva compiuta dai giudici di merito e risultata immune da vizi logici.
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Induzione indebita: condanna confermata ma il Ministero non paga
Un investigatore e un intermediario hanno tentato di costringere un imprenditore a conferire un ricco incarico professionale a un terzo soggetto. In cambio del favore, l'inquirente prometteva un'informativa favorevole per archiviare un'indagine penale. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale per il reato di induzione indebita e corruzione. La Suprema Corte ha però annullato la condanna al risarcimento del Ministero della Difesa. L'investigatore operava come polizia giudiziaria sotto le direttive della Procura. Per i danni risponde l'amministrazione della Giustizia e non l'ente di appartenenza formale dell'agente. È stato disposto un nuovo giudizio d'appello per ricalcolare la pena dell'intermediario.
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Reato di corruzione: tangenti minime e condanna definitiva
Un impiegato pubblico accelerava il rilascio di abilitazioni marittime saltando i controlli e apponendo sigilli riservati in cambio di denaro. Parallelamente, un candidato versava somme a intermediari per superare un esame con l'aiuto di un commissario compiacente. La Suprema Corte ha confermato la condanna dell'impiegato per il reato di corruzione propria e uso abusivo di sigilli, ribadendo che la modesta entità del compenso non esclude l'illecito. Ha inoltre confermato la condanna del candidato per traffico di influenze illecite: la successiva abrogazione del reato di abuso d'ufficio non cancella la punibilità della mediazione illecita pattuita all'epoca del fatto. I ricorsi sono stati rigettati integralmente.
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Arresti domiciliari e pericolo di reiterazione: la Cassazione frena
Un impiegato comunale era stato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di corruzione per aver presuntivamente intascato somme di denaro al fine di velocizzare il rilascio di carte d'identità. La difesa ha impugnato la misura segnalando che il dipendente era stato trasferito a un settore privo di contatti con il pubblico, facendo venir meno i presupposti legati a arresti domiciliari e pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e annullato la misura. I giudici di legittimità hanno chiarito che occorre accertare se le nuove mansioni consentano effettivamente di commettere reati analoghi. Inoltre, prima di privare una persona della libertà personale, il giudice deve valutare se sia sufficiente una misura interdittiva, come la sospensione dal servizio. Il caso è stato rinviato al Tribunale per un nuovo esame.
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Arresti domiciliari e visite familiari: il no della Cassazione
L'Indagato, sottoposto alla misura cautelare per reati contro la pubblica amministrazione, ha chiesto l'autorizzazione per incontrare l'anziana madre. Il Tribunale del Riesame ha ammesso l'assenza di qualsiasi pericolo di inquinamento probatorio legato al rapporto familiare. Ciononostante, lo stesso giudice ha limitato le visite a soli tre giorni alla settimana per due ore ciascuno, senza fornire motivazioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Indagato, stabilendo che la materia relativa a arresti domiciliari e visite familiari non tollera restrizioni arbitrarie. Se manca il rischio di alterare le prove, imposizioni e tagli orari ingiustificati sono illegittimi. La decisione è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Misura cautelare per corruzione: tra domiciliari e interdizione
Un dirigente comunale è stato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di corruzione. L'ipotesi accusa il funzionario di aver ricevuto quarantamila euro da un imprenditore per facilitare pratiche edilizie di ampliamento aziendale in palese conflitto di interessi. L'indagato ha impugnato la misura cautelare per corruzione davanti alla Corte di Cassazione, contestando sia la sussistenza dei gravi indizi sia la scelta della custodia domestica. La Suprema Corte ha confermato la gravità degli indizi e il pericolo di reiterazione del reato. Tuttavia i giudici hanno accolto il ricorso relativo alla scelta della misura. La Cassazione ha stabilito che il giudice deve valutare e motivare specificamente se una misura interdittiva, come la sospensione dal lavoro, sia sufficiente a prevenire nuovi illeciti prima di disporre i domiciliari. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Incaricato di pubblico servizio: serve prova della convenzione
L'operatrice di un centro di assistenza e suo marito affrontano un processo per corruzione. L'accusa contesta l'inoltro di richieste per il reddito di cittadinanza prive dei requisiti di legge in cambio di compensi economici. I giudici di merito condannano entrambi qualificando la donna come incaricato di pubblico servizio. Gli imputati impugnano la decisione evidenziando la mancanza di prova circa l'esistenza di una convenzione formale con l'ente previdenziale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa. Il collegio stabilisce che la qualifica pubblicistica richiede una verifica concreta della disciplina applicabile e della delega istituzionale. La Suprema Corte annulla la condanna con rinvio a una diversa sezione della Corte di Appello.
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Arresti domiciliari per corruzione: confermata la misura all’eletto
Un consigliere regionale sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per corruzione chiedeva la revoca o la sostituzione della misura restrittiva. L'indagato sosteneva che la sopravvenuta sospensione dalla carica pubblica avesse azzerato il pericolo di reiterazione del reato. I giudici hanno respinto la richiesta. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento: la sospensione amministrativa dalla carica dipende direttamente dalla permanenza della misura cautelare penale e tutela il prestigio istituzionale, mentre la misura penale serve a neutralizzare la pericolosità dell'indagato. L'eliminazione degli arresti domiciliari per corruzione determinerebbe il ripristino automatico dell'incarico elettivo, riattivando il rischio di condotte illecite.
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Truffa aggravata del medico: esclusività e corruzione in corsia
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione emessa nei confronti di un primario ospedaliero accusato di corruzione e truffa aggravata ai danni della struttura sanitaria pubblica. Il dirigente percepiva l'indennità per il regime di esclusività ma svolgeva parallelamente attività privata non autorizzata. Inoltre, il sanitario riceveva utilità economiche continuative e benefit da una ditta fornitrice di protesi mediche, attestando l'infungibilità dei relativi prodotti durante le gare di fornitura. La Suprema Corte ha chiarito che il silenzio serbato sulle prestazioni private configura il reato di truffa aggravata del medico, mentre la totale messa a disposizione della funzione pubblica verso un fornitore privato integra gli estremi dell'accordo corruttivo.
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Arresti in obitorio: manca l’attualità del pericolo di reiterazione
L'Operatore Tecnico, impiegato presso la camera mortuaria di un policlinico, viene sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di corruzione e associazione a delinquere per aver ricevuto somme di denaro da imprese funebri in cambio della gestione accelerata delle salme. L'indagato ricorre in Cassazione contestando la sussistenza dei reati e la mancanza di motivazione sulle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso. Pur confermando la gravità indiziaria per i reati contestati, i giudici annullano l'ordinanza con rinvio al Tribunale del Riesame. La motivazione del provvedimento impugnato è infatti carente sull'attualità del pericolo di reiterazione del reato e sulla proporzionalità della misura rispetto a soluzioni meno afflittive, come la sospensione dal servizio.
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Ricorso per saltum: il medico evita il riesame ma resta arrestato
Un medico specialista, accusato di corruzione per aver indirizzato pazienti verso ditte private in cambio di denaro e per aver rilasciato false certificazioni, ha proposto un ricorso per saltum in Cassazione contro le misure cautelari degli arresti domiciliari e della sospensione dal servizio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per saltum è ammesso esclusivamente per violazione di legge e non permette di contestare la motivazione del provvedimento o di richiedere una nuova valutazione dei fatti, attività precluse in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pazienti curati ma è corruzione per l’esercizio della funzione
Un primario ospedaliero e due referenti di un'azienda farmaceutica erano accusati di corruzione per aver favorito l'acquisto di protesi in cambio di visibilità mediatica e strumenti tecnologici. La Corte d'Appello aveva condannato gli imputati per corruzione propria. La Corte di Cassazione ha invece riqualificato il fatto in corruzione per l'esercizio della funzione. I giudici hanno rilevato che la scelta delle protesi mirava alla migliore cura dei pazienti, senza causare danni economici all'ospedale. Di conseguenza, non essendoci stata una violazione dei doveri d'ufficio finalizzata a danneggiare la pubblica amministrazione, il reato è stato derubricato e dichiarato estinto per prescrizione. La Cassazione ha inoltre annullato la confisca per equivalente nei confronti delle due referenti, confermando però le statuizioni civili.
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Concordato in appello: l’accordo non si rinnega in Cassazione
L'Imputato aveva concordato in appello una pena per corruzione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'errata qualificazione giuridica del fatto e l'illegalità della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia a contestare la qualificazione giuridica del reato. Inoltre, la pena non può definirsi illegale solo perché deriva da un'asserita errata qualificazione dei fatti, se rientra nei limiti edittali del reato concordato. Di conseguenza, l'accordo resta valido e l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tangente sull’appalto: condanna per induzione indebita
Un direttore dei lavori di un appalto pubblico ha indotto il direttore tecnico dell'impresa appaltatrice a consegnargli centomila euro per facilitare l'andamento dei lavori. La Corte d'appello, in sede di rinvio, ha qualificato il fatto come induzione indebita a dare o promettere utilità. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che si trattasse di semplice corruzione, ormai prescritta, ipotizzando un rapporto paritario tra le parti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'induzione indebita, evidenziando la posizione dominante del pubblico ufficiale e la soggezione della vittima, che aveva persino registrato i colloqui per tutelarsi. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici: privacy o indagini
Un ex sindaco, indagato per corruzione in relazione ad appalti pubblici, ha subito il sequestro di un computer, uno smartphone e denaro contante. L'indagato ha contestato la misura, ritenendo che l'acquisizione dell'intero contenuto dei dispositivi elettronici fosse generica ed esplorativa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il sequestro probatorio di dispositivi informatici non può essere indiscriminato. Il provvedimento deve indicare criteri di selezione chiari, limiti temporali e il nesso di pertinenza con il reato ipotizzato, per evitare una compressione sproporzionata della riservatezza. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza di sequestro, rinviando al Tribunale per un nuovo esame.
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Confisca nei reati di corruzione: no al prezzo, sì al profitto
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la decisione del G.I.P. che aveva ordinato la confisca di 300.000 euro nei confronti di un soggetto accusato di corruzione attiva. Il giudice di merito aveva erroneamente applicato la misura sul prezzo del reato (la tangente pagata), anziché sul profitto effettivamente conseguito dal corruttore. La Suprema Corte ha chiarito che la confisca nei reati di corruzione deve colpire esclusivamente il vantaggio economico ottenuto dal corruttore e non la somma versata al corrotto. Inoltre, in presenza di più corruttori, la confisca non può essere solidale per l'intero importo, ma deve essere ripartita in base all'effettivo arricchimento di ciascuno o, in mancanza di prove, divisa in parti uguali. Il ricorrente ottiene così l'annullamento del provvedimento con rinvio per una nuova quantificazione della misura patrimoniale.
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