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Art. 317 Codice Penale — Anno 2023

Altri anni per Art. 317 Codice Penale

Misure cautelari personali: arresti confermati per minacce
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali degli arresti domiciliari nei confronti di un commerciante. L'indagato, d'intesa con lo zio consigliere comunale, aveva utilizzato la Polizia Locale per compiere controlli pretestuosi contro un concorrente ambulante, costringendolo a cedere il proprio spazio pubblico. Successivamente, l'indagato aveva minacciato di morte la vittima e presentato una falsa denuncia per aggressione. I giudici hanno ritenuto sussistente un grave e concreto pericolo di inquinamento delle prove, desunto dal comportamento aggressivo e dai tentativi di intimidazione della persona offesa. Il ricorso della difesa è stato dichiarato inammissibile, confermando la legittimità della misura cautelare.
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Concussione: condanna ai poliziotti anche se la vittima propone
Due agenti di polizia hanno effettuato un controllo abusivo in una sala da gioco clandestina, costringendo il gestore a consegnare tremila euro per evitare l'arresto e il sequestro del locale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di concussione. I giudici hanno chiarito che la concussione si configura anche se la vittima propone per prima la somma di denaro, purché ciò avvenga sotto la pressione psicologica e la minaccia di un grave danno ingiusto da parte dei pubblici ufficiali. I ricorsi dei poliziotti sono stati dichiarati inammissibili.
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Arresti per induzione indebita: la Cassazione ferma il Sindaco
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di un ex Sindaco, accusato di diversi reati tra cui la tentata induzione indebita e la tentata concussione. L'indagato aveva richiesto somme di denaro per la squadra di calcio locale a una società privata interessata a un appalto pubblico, configurando l'ipotesi di induzione indebita. Inoltre, aveva minacciato controlli ambientali ritorsivi contro grandi aziende per ottenere assunzioni e aveva rimosso dirigenti comunali non collaborativi. La difesa ha contestato l'utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche e la qualificazione giuridica dei fatti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo legittimo l'uso delle intercettazioni e confermando la gravità degli indizi di colpevolezza raccolti dagli inquirenti.
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Reato di concussione: mazzetta per sbloccare i pagamenti dovuti
Un funzionario comunale, responsabile del settore rifiuti, è stato condannato per il reato di concussione in concorso con un collega. I due hanno costretto gli amministratori di una società di servizi a pagare una mazzetta di 3.000 euro. La minaccia, seppur implicita, consisteva nel bloccare il pagamento di una fattura legittima per lavori di bonifica dall'amianto già eseguiti e nell'escludere l'azienda da futuri appalti pubblici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del funzionario, confermando la condanna a quattro anni di reclusione e l'interdizione dai pubblici uffici. I giudici hanno chiarito che la minaccia di un danno ingiusto, volta a privare la vittima di ogni libera scelta senza che questa ottenga alcun vantaggio indebito, configura pienamente la concussione e non la meno grave induzione indebita.
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Tentata induzione indebita: assolto il funzionario senza utilità
Un funzionario pubblico, responsabile del settore stradale, era stato condannato per tentata induzione indebita. Secondo l'accusa, l'uomo aveva fatto pressioni su due coniugi affinché ritirassero un ricorso in autotutela contro la vendita di un terreno ai vicini. In caso contrario, avrebbe revocato la loro autorizzazione per un passo carrabile. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato di tentata induzione indebita è indispensabile dimostrare quale utilità indebita il funzionario volesse ottenere per sé o per altri. Nel caso specifico, il presunto obiettivo di evitare una responsabilità per danno erariale non costituisce un'utilità illecita penalmente rilevante, mancando così la prova di un elemento essenziale del reato.
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Tentata concussione: quando la nomina politica diventa ricatto
Il Presidente di una Provincia e un Consigliere di un consorzio pubblico hanno esercitato forti pressioni sul Presidente del consorzio stesso per costringerlo a revocare le nomine del Collegio sindacale di una società partecipata, minacciando di paralizzare l'ente se non fossero stati inseriti soggetti di loro gradimento politico. La vittima ha resistito alle minacce, subendo poi provvedimenti ritorsivi di revoca, giudicati illegittimi dal giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata concussione, stabilendo che il vantaggio politico rientra nel concetto di altra utilità indebita e che gli screenshot dei messaggi intimidatori sono pienamente utilizzabili come prova.
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Reato di concussione: confermato il reato ma revocata la misura
Il caso riguarda un ex consigliere regionale accusato di aver fatto pressioni su vertici politici per costringere l'amministratore di una società pubblica a reintegrare la propria compagna, precedentemente licenziata. La Corte di Cassazione ha riqualificato la condotta originaria nel più grave reato di concussione, poiché l'amministratore ha subìto una vera e propria costrizione sotto la minaccia di perdere il posto di lavoro, senza trarre alcun vantaggio personale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'imputato sotto il profilo della libertà personale. I giudici hanno infatti annullato senza rinvio la misura cautelare dell'obbligo di firma, rilevando l'assoluta mancanza di attualità delle esigenze cautelari, dato il tempo trascorso dai fatti e l'assenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: sì al danno
Un funzionario di un ente pubblico ha indotto un imprenditore a consegnargli somme di denaro e a eseguire lavori gratuiti per ottenere pagamenti rapidi. La Corte di Appello ha riqualificato il fatto come induzione indebita a dare o promettere utilità, dichiarando il reato prescritto ma confermando il risarcimento dei danni. Il funzionario ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la prescrizione impedisce l'assoluzione se l'innocenza non è evidente a prima vista. Inoltre, la riqualificazione del reato non cancella il diritto della vittima al risarcimento del danno. Vince l'imprenditore, mentre il funzionario deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentata concussione: la finta promessa incastra l’ufficiale
Un appartenente alle forze dell'ordine ha tentato di costringere un professionista e un imprenditore a promettergli un milione e mezzo di euro, minacciando finti sequestri di immobili aziendali. La vittima ha finto di cedere all'estorsione d'accordo con la polizia, registrando i colloqui. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata concussione. I giudici hanno chiarito che il reato sussiste anche se la vittima non si fa spaventare e collabora subito con le autorità, purché la minaccia del pubblico ufficiale sia oggettivamente idonea a incutere timore. Inoltre, la promessa simulata concordata con la polizia configura il tentativo e non il reato consumato.
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Tentata concussione: assolto il sindaco che strappa il parere
Il Sindaco di un Comune viene accusato di tentata concussione ai danni del Segretario Comunale. Secondo l'accusa, il Sindaco avrebbe strappato un parere redatto dal Segretario e manifestato sfiducia tramite terzi per costringerlo a modificare un atto sul recupero dei gettoni di presenza dei consiglieri. Il Tribunale assolve l'imputato e la Procura ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che strappare un documento costituisce un mero gesto di stizza e non una minaccia idonea a coartare la volontà del Segretario. Inoltre, non vi è prova di pressioni o dell'invio di intermediari per intimidire la persona offesa. Di conseguenza, viene confermata l'assoluzione del Sindaco poiché mancano gli elementi tipici della costrizione o dell'induzione indebita.
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Tentata concussione: assolto il militare senza prove di minaccia
Un militare della Guardia di Finanza viene accusato di tentata concussione per aver preteso di pagare solo parzialmente i lavori idraulici eseguiti nella sua abitazione, minacciando l'artigiano. Dopo un primo annullamento della Cassazione, la Corte d'Appello di rinvio assolve l'imputato per insussistenza del fatto, evidenziando che i tabulati telefonici e i pagamenti provano solo l'esecuzione dei lavori, ma non la condotta minacciosa. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione contestando l'assoluzione. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando l'assoluzione: le dichiarazioni della persona offesa, specie se costituita parte civile, richiedono riscontri oggettivi e precisi sulla condotta illecita, non bastando la prova del solo rapporto di lavoro sottostante.
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Induzione indebita: senza qualifica di pubblico ufficiale il reato non c’è
Una consulente tecnica di un ente sportivo nazionale e un funzionario comunale vengono condannati per induzione indebita. L'accusa è di aver abusato della propria posizione per ottenere incarichi professionali. La difesa solleva un punto cruciale: il contratto della consulente era scaduto, facendo venir meno la sua qualifica di pubblico ufficiale, elemento essenziale del reato. La Cassazione accoglie il ricorso, ravvisando un difetto di motivazione della Corte d'Appello su questo aspetto decisivo. La sentenza di condanna viene annullata con rinvio per un nuovo esame del caso, incentrato sulla verifica della sussistenza della qualifica di pubblico ufficiale al momento dei fatti.
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Concussione: Condanna Annullata al Comandante dei Vigili del Fuoco
Un Comandante dei Vigili del Fuoco è stato condannato per il reato di concussione, accusato di aver costretto un imprenditore a versargli somme di denaro per ottenere autorizzazioni. L'imprenditore lo ha denunciato. La difesa del Comandante ha sostenuto che si trattasse di un accordo paritario, più simile alla corruzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la condanna per concussione. Ha ritenuto che la Corte d'Appello non avesse motivato a sufficienza l'esistenza di una vera minaccia, non riuscendo a distinguere chiaramente tra una costrizione e un patto di reciproca convenienza. Il caso è stato rinviato per un nuovo giudizio d'appello. La condanna per falso è stata invece confermata.
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Concorso in concussione: assolto l’intermediario, condannati i P.U.
La Cassazione affronta il tema del concorso in concussione dell'intermediario. Un dirigente pubblico e un consigliere comunale vengono condannati per aver estorto denaro a un imprenditore. L'intermediario, amico dell'imprenditore, che aveva fatto da tramite per la consegna del denaro, viene invece assolto. La Corte stabilisce un principio chiave: non è complice chi agisce come mero portavoce (nuncius) nell'esclusivo interesse della vittima, senza partecipare all'accordo criminoso dei pubblici ufficiali. La sua condotta non contribuisce alla pressione psicologica sulla vittima, ma si limita ad aiutare quest'ultima a gestire una situazione difficile. Viene così annullata la sua condanna per non aver commesso il fatto.
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Appello e reato più grave: il divieto di reformatio in peius cede
Un sovrintendente di polizia di frontiera costringeva una cittadina straniera a consegnargli 500 euro per consentirle l'ingresso in Italia. Condannato in appello per il reato più grave di concussione, l'imputato ricorreva in Cassazione sostenendo la violazione del divieto di reformatio in peius. A suo dire, la riqualificazione del reato aveva ingiustamente allungato i termini di prescrizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: il divieto di reformatio in peius impedisce di aumentare la pena, ma non vieta al giudice di correggere la qualificazione giuridica del fatto, anche se ciò comporta conseguenze sfavorevoli come l'allungamento della prescrizione. La corretta applicazione della legge prevale.
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Concorso in concussione: privato condannato per minacce dei P.U.
Un cittadino privato fa da intermediario per alcuni Pubblici Ufficiali, minacciando due imprenditori per costringerli a pagare una tangente e a consegnare regali di lusso, in cambio della promessa di evitare controlli fiscali. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna, stabilendo un principio chiave sul **concorso del privato in concussione**. Anche chi non è un pubblico ufficiale risponde del reato se partecipa attivamente all'intimidazione, agendo come portavoce delle minacce e contribuendo a creare nella vittima uno stato di paura e soggezione. La sentenza chiarisce che il ruolo di semplice 'messaggero' non esclude la responsabilità penale.
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Concussione per minaccia implicita: Sindaco condannato per un’assunzione
Un Sindaco costringeva un imprenditore, titolare di un appalto comunale, prima a licenziare un lavoratore e poi ad assumerne un altro. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna per il reato di concussione per minaccia implicita. I giudici hanno stabilito che la richiesta del pubblico ufficiale, pur senza minacce esplicite, ha lasciato l'imprenditore senza alcuna libertà di scelta. Egli ha obbedito solo per paura di subire danni ingiusti, come ritardi nei pagamenti o problemi con l'appalto. Poiché l'imprenditore non ha ottenuto alcun vantaggio personale, il fatto è stato qualificato come concussione e non come il meno grave reato di induzione indebita. Il ricorso del Sindaco è stato quindi respinto.
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Ingiusta Detenzione: Risarcimento Sì, Spese Legali No se lo Stato tace
Una persona, assolta dopo un periodo di arresti domiciliari, ottiene il risarcimento per ingiusta detenzione. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha annullato la parte della decisione che imponeva allo Stato il pagamento delle spese legali. Il principio stabilito è che la condanna alle spese per ingiusta detenzione a carico del Ministero dell'Economia scatta solo se quest'ultimo si oppone attivamente alla richiesta di risarcimento. Se il Ministero non si costituisce in giudizio o non contesta la domanda, non può essere considerato 'parte soccombente' (perdente) e quindi non deve pagare le spese legali del cittadino, perché il procedimento non assume carattere di lite.
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Ingiusta Detenzione: Assolto ma senza risarcimento per colpa grave
Un uomo, assolto dall'accusa di aver partecipato a un accordo corruttivo, ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione. Il Ministero si è opposto, sostenendo che il suo comportamento ambiguo e i suoi contatti con i protagonisti della vicenda avessero ingannato gli inquirenti, causando il suo arresto. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Ministero. Ha stabilito che il diritto al risarcimento non è automatico dopo un'assoluzione. Se la persona, con dolo o colpa grave, ha tenuto una condotta che ha provocato la propria detenzione, non ha diritto ad alcun indennizzo. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente, che aveva concesso un risarcimento, e ha ordinato un nuovo esame del caso per valutare la gravità della condotta dell'uomo.
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Tentata Induzione Indebita: Risarcimento Danno a chi non cede
Il presidente di una Onlus, incaricato di selezionare volontari per un progetto di servizio civile, chiede loro 500 euro per un finto corso di formazione. Alcuni candidati si rifiutano e denunciano. La Cassazione ha confermato la sua condanna per tentata induzione indebita. Il principio chiave sancito è il diritto al risarcimento danno da tentata induzione indebita per le vittime. Chi resiste alla pressione illecita e non paga non diventa complice, ma resta vittima a tutti gli effetti, e ha quindi diritto a essere risarcito per il danno morale subito, derivante dalla pressione psicologica e dalla lesione della propria libertà di scelta.
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