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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Agevolazione mafiosa: armi al clan o semplice favore personale?
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di detenzione illegale di armi da guerra, tra cui un kalashnikov. I giudici hanno ritenuto pienamente configurabile l'aggravante dell'agevolazione mafiosa. L'indagato aveva infatti messo il proprio arsenale a disposizione di un esponente di vertice del clan dei casalesi. La difesa sosteneva che il rapporto fosse puramente personale e che mancasse la consapevolezza del ruolo criminale del destinatario delle armi. Tuttavia, le intercettazioni ambientali hanno smentito questa tesi, dimostrando la piena consapevolezza dell'indagato sulle dinamiche del clan e sulle cautele da adottare per evitare i controlli delle forze dell'ordine. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Sequestro preventivo: la salute batte i vizi di forma
Il Tribunale ha confermato il sequestro preventivo di un ristorante. Il titolare era accusato di somministrazione di alimenti in cattivo stato di conservazione, poiché i cibi venivano trasportati con mezzi non idonei e conservati a temperature inadeguate. La difesa ha impugnato il provvedimento lamentando la violazione del divieto di ripetere la misura cautelare, dato che un precedente sequestro era stato annullato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'annullamento di un precedente sequestro per soli vizi formali non impedisce l'emissione di un nuovo provvedimento basato sugli stessi elementi. Il giudicato cautelare opera infatti solo se vi è stata una valutazione nel merito del materiale probatorio, e non per semplici difetti procedurali. Di conseguenza, il sequestro del locale rimane confermato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese.
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Reato di riciclaggio: solidarietà familiare o dolo?
Una donna era stata sottoposta all'obbligo di firma per l'ipotesi di reato di riciclaggio, aggravato dal metodo mafioso, per aver inviato 2.600 euro tramite vaglia postali a due zii detenuti in carcere, esponenti di un clan. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistente il dolo, presumendo la consapevolezza dell'origine illecita del denaro basandosi solo sul legame familiare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, rilevando che nessuna intercettazione menzionava la donna e che l'assenza di prove sulla sua partecipazione al clan imponeva una motivazione molto più rigorosa sulla sua effettiva consapevolezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i paletti
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e di due episodi di spaccio avvenuti a distanza di quattro giorni. L'indagato ricorreva in Cassazione, lamentando l'assenza di prove sulla sua stabile appartenenza al gruppo criminale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice commissione di singoli reati di spaccio non basta a dimostrare la partecipazione all'associazione criminale. Occorre un elemento aggiuntivo che provi il contributo stabile e volontario del soggetto al sodalizio. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Rinuncia all’impugnazione: la libertà negata costa 500 euro
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la sua custodia cautelare in carcere per reati di droga. Prima dell'udienza, la difesa ha depositato l'atto di rinuncia all'impugnazione firmato personalmente dall'interessato. La Corte di Cassazione ha chiarito che la rinuncia è un atto formale e irrevocabile che rende il ricorso inammissibile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato Il Ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una sanzione pecuniaria di cinquecento euro in favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di un indagato, ritenuto affiliato a una cosca locale. La difesa sosteneva l'insufficienza della sola affiliazione formale e l'estinzione delle esigenze cautelari per via del tempo silente di tre anni tra i fatti e l'arresto. I giudici hanno invece stabilito che la partecipazione formale, i riti di battesimo e il rispetto delle regole del clan dimostrano una stabile messa a disposizione. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il semplice decorso del tempo, ma richiede la prova di una reale dissociazione o dello scioglimento del sodalizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Auto sequestrata ma pericolo di reiterazione del reato: domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per Il Conducente che, guidando sotto l'effetto di alcol a velocità elevata, ha investito tre ragazze sul marciapiede, fuggendo senza prestare soccorso. Successivamente, l'indagato ha cercato di occultare le prove facendo riparare l'auto e ha continuato a guidare con una ruota squarciata. La difesa ha contestato la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando che la patente era stata sospesa e l'auto sequestrata. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale. La condotta successiva all'incidente dimostra infatti una totale assenza di ripensamento critico e una spiccata refrattarietà al rispetto delle regole, rendendo necessaria la misura cautelare.
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Misure cautelari personali: stop ai domiciliari senza prove
L'Indagato, accusato di corruzione e turbativa d'asta, ha impugnato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari. La difesa ha evidenziato che l'uomo si era dimesso da ogni carica societaria, era incensurato e che l'azienda era già sotto sequestro. Il Tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta senza valutare questi elementi concreti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le decisioni sulle misure cautelari personali non possono basarsi su formule astratte o su una motivazione apparente. I giudici devono valutare concretamente se i pericoli di fuga, inquinamento delle prove o recidiva siano ancora attuali alla luce dei nuovi fatti presentati dalla difesa. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Lieve entità del fatto: bilancino e più droghe negano lo sconto
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per L'Imputato, accusato di detenzione di sostanze stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità del fatto, sostenendo che la pluralità di droghe non escludesse automaticamente tale attenuante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accertamento della lieve entità del fatto richiede una valutazione globale. Elementi come la varietà delle sostanze, il quantitativo complessivo e il possesso di un bilancino di precisione giustificano l'esclusione del beneficio, poiché anche un solo indizio negativo può impedire la concessione dell'attenuante. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Droga in casa: concorso o connivenza non punibile?
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di dimora per una donna accusata di concorso in detenzione di stupefacenti insieme ai familiari. Nell'abitazione comune, le forze dell'ordine hanno sequestrato 400 grammi di marijuana, una serra di cannabis e strumenti per il confezionamento delle dosi esposti in bella vista su una scrivania. La difesa invocava la figura della connivenza non punibile, sostenendo che la donna fosse estranea alle attività illecite. Tuttavia, i giudici hanno respinto il ricorso. La presenza di strumenti per lo spaccio in aree comuni e accessibili dimostra una collaborazione implicita e consapevole, che supera la semplice e passiva tolleranza. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: il DNA non basta contro i dubbi
Il Tribunale del Riesame aveva applicato la custodia in carcere a un uomo accusato di tentata rapina. La difesa ha impugnato il provvedimento evidenziando forti contraddizioni nelle testimonianze, come descrizioni fisiche incompatibili, e la presenza di impronte di terzi sul casco dell'aggressore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando l'ordinanza. I giudici di legittimità hanno stabilito che i gravi indizi di colpevolezza non possono fondarsi su una valutazione frammentata e illogica degli elementi. Spiegare le incongruenze con la scarsa visibilità o l'abbigliamento scuro è un errore logico che invalida la decisione. Il caso torna al Tribunale per un nuovo esame.
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Sequestro probatorio: camion bloccato anche senza decisione in 10 giorni
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un autotrasportatore contro il sequestro probatorio del sensore di movimento del proprio camion, disposto per l'alterazione del tachigrafo. La difesa lamentava il mancato rispetto del termine di dieci giorni per la decisione del Tribunale del Riesame dopo l'annullamento con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che tale termine stringente si applica esclusivamente alle misure cautelari personali e non a quelle reali o ai sequestri di prove. Inoltre, i giudici hanno ritenuto adeguata la motivazione del provvedimento, che richiamava direttamente il verbale della polizia stradale attestante la manomissione dello strumento. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: il sequestro dei beni non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un intermediario accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale sui carburanti e all'autoriciclaggio. L'indagato gestiva una società cartiera per evadere l'IVA e vendere prodotti a prezzi stracciati. La difesa ha chiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo l'assenza di pericoli attuali dopo il sequestro dei beni aziendali. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il sequestro dei beni non elimina il pericolo di recidiva in contesti associativi complessi e che i domiciliari sono insufficienti a neutralizzare i contatti criminali dell'indagato.
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Frode da 34 milioni: confermata la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'ex amministratore di una società petrolifera, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e all'autoriciclaggio. L'indagato gestiva un complesso sistema di triangolazione fiscale basato su società fittizie ("cartiere") e false dichiarazioni d'intento, evadendo oltre 34 milioni di euro di IVA e accise. I proventi illeciti venivano poi riciclati su conti esteri. La difesa ha contestato la gravità degli indizi e la sussistenza delle esigenze cautelari, chiedendo in subordine gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché generico e ripetitivo. I giudici hanno ritenuto adeguata la custodia cautelare in carcere, evidenziando il concreto pericolo di inquinamento delle prove e di recidiva, oltre all'inadeguatezza di misure meno afflittive data la complessità e la ramificazione internazionale dell'organizzazione criminale.
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Aggredisce agenti: confermata la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere. L'uomo, privo di fissa dimora, aveva aggredito violentemente gli agenti di Polizia che gli avevano chiesto di indossare la mascherina protettiva. La difesa contestava la misura sostenendo che il rischio di recidiva fosse legato a problemi di salute richiedenti cure mediche. La Suprema Corte ha confermato la legittimita del provvedimento, evidenziando l'assoluta mancanza di autocontrollo del soggetto e la gravita della condotta. I giudici hanno chiarito che le condizioni di salute vanno segnalate al giudice del procedimento principale e non in sede di riesame. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Illecita concorrenza con minaccia o violenza: punito il complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'obbligo di dimora per il reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza, aggravato dal metodo mafioso. L'indagato, pur avendo compiti esecutivi, collaborava attivamente con un clan camorristico per imporre il monopolio nella distribuzione di prodotti caseari a prezzi stracciati. La difesa sosteneva il ruolo marginale dell'indagato, ma i giudici hanno evidenziato intercettazioni in cui si dichiarava pronto a usare la violenza fisica contro i commercianti ribelli. La Cassazione ha confermato che anche chi svolge compiti esecutivi risponde del reato se è consapevole del contesto mafioso e contribuisce all'intimidazione delle vittime. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il trojan batte la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti in concorso con esponenti della criminalità organizzata. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su intercettazioni telefoniche e ambientali ottenute tramite trojan, mettendone in dubbio l'interpretazione e l'identificazione dell'assistito. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione del linguaggio criptico utilizzato nelle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, purché la motivazione sia logica e coerente. Inoltre, l'elevata quantità di droga e i legami stabili con la criminalità organizzata giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere per scongiurare il concreto pericolo di recidiva.
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Custodia cautelare in carcere: sì al riesame se cambiano le prove
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato contro il diniego di revoca della custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di associazione mafiosa, aveva presentato nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia che dimostravano la mancanza di attualità della sua partecipazione al clan, risalente a molti anni prima. Il Tribunale del Riesame aveva ignorato o travisato tali elementi, ritenendoli irrilevanti senza un reale confronto. La Suprema Corte ha chiarito che i nuovi elementi possono incidere sia sulla gravità indiziaria sia sulle esigenze cautelari. Per questo motivo, ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo e corretto esame della situazione.
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Scarcerazione e gravi indizi di colpevolezza: vince la libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva scarcerato L'Indagata. L'accusa ipotizzava un suo coinvolgimento nel traffico di stupefacenti basandosi su intercettazioni e sul rinvenimento di cocaina. Tuttavia, il Tribunale ha escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, rilevando il ruolo passivo della donna e l'assenza di un collegamento temporale e logico tra la droga sequestrata nel 2021 e i fatti contestati risalenti al 2018. La Cassazione ha confermato che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti già logicamente analizzati nel merito, convalidando la scarcerazione dell'indagata.
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Nullità della misura cautelare: se il PM omette le memorie
Il caso riguarda un indagato sottoposto a custodia in carcere per reati di droga. A seguito del trasferimento del procedimento per incompetenza territoriale, il nuovo Giudice per le indagini preliminari ha confermato la misura cautelare. Tuttavia, il Pubblico Ministero non ha trasmesso al nuovo giudice le memorie difensive precedentemente depositate dall'indagato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che l'omessa trasmissione degli atti difensivi determina la nullità della misura cautelare. La Suprema Corte ha chiarito che il Pubblico Ministero ha l'obbligo assoluto di trasmettere tutta la documentazione a favore dell'indagato, comprese le memorie scritte, senza poterne valutare autonomamente l'irrilevanza. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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