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Art. 307 Codice Penale — Sezione Prima Penale

Altri anni per Art. 307 Codice Penale

Colloqui in carcere al 41-bis: no al tutore non convivente
Un detenuto sottoposto al regime differenziato ha richiesto di svolgere colloqui telefonici e visivi con la propria tutrice legale, indicandola anche come compagna di fatto. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'autorizzazione ordinaria, rilevando la mancanza di una reale e pregressa convivenza sotto lo stesso tetto prima della carcerazione. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il divieto, dichiarando inammissibile il ricorso del recluso. I giudici hanno chiarito che i colloqui in carcere al 41-bis sono riservati rigorosamente ai familiari stretti e ai conviventi autentici. La mera nomina a tutore legale, l'elezione di domicilio e le future promesse di vita comune non bastano a creare lo status di convivente né a superare le rigide restrizioni di sicurezza penitenziaria.
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Colloqui Detenuto Convivente: La Cassazione limita l’accesso ai familiari
Un detenuto, soggetto a un regime carcerario speciale, aveva ottenuto l'autorizzazione a svolgere colloqui regolari con il convivente della propria sorella. Il Tribunale di Sorveglianza aveva interpretato estensivamente la normativa, equiparando il convivente del familiare a un "familiare" del detenuto ai fini dei colloqui. La Corte di Cassazione ha però annullato questa decisione. Ha stabilito che la legge sulle unioni civili e convivenze estende i diritti del coniuge al solo convivente *del detenuto*, non al convivente di un suo familiare. Pertanto, i **colloqui del detenuto con il convivente** di un familiare non sono un diritto ordinario, ma richiedono specifiche autorizzazioni per "casi eccezionali".
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Colloqui in carcere: negato l’accesso ai conviventi dei parenti
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero della Giustizia contro la decisione che autorizzava un detenuto in regime di 41-bis a svolgere colloqui con il convivente della sorella. Il Tribunale di sorveglianza aveva equiparato il convivente della sorella a un familiare, applicando la legge sulle unioni civili. La Cassazione ha invece chiarito che l'equiparazione tra coniuge e convivente di fatto riguarda solo il convivente diretto del detenuto e non si estende ai conviventi dei suoi parenti. Di conseguenza, il convivente della sorella resta una terza persona e non ha un diritto automatico ai colloqui in carcere, i quali possono essere autorizzati solo in presenza di motivi eccezionali valutati dal direttore dell'istituto. La decisione è stata annullata con rinvio.
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Colloqui in carcere: no alle visite della nuora di fatto
Il Ministero della Giustizia ha impugnato il provvedimento che autorizzava i colloqui in carcere tra un detenuto e la convivente del figlio, considerata dal giudice di merito come una nuora di fatto equiparabile a un familiare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la parificazione tra coniuge e convivente introdotta dalla Legge Cirinnà si applica solo alla relazione diretta tra il detenuto e il proprio partner. Non è possibile estendere tale tutela alle relazioni di fatto indirette, come quella della compagna del figlio. Di conseguenza, la richiedente non può essere considerata familiare o prossimo congiunto ai fini dell'accesso ordinario alle visite. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio il provvedimento impugnato.
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Colloqui con familiari in carcere: il convivente della sorella escluso
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio importante sui colloqui con familiari in carcere. Un detenuto in regime di 41-bis si è visto negare il diritto di incontrare il convivente della propria sorella, sostenendo che dovesse essere equiparato a un cognato. La Corte ha respinto questa tesi. Ha chiarito che la legge sulle unioni civili (L. 76/2016) equipara al coniuge solo il convivente del detenuto, non anche i conviventi dei suoi parenti. Di conseguenza, il convivente della sorella non rientra nella nozione di 'prossimo congiunto' e non ha un diritto automatico al colloquio. La visita può essere concessa solo come a un terzo, previa autorizzazione basata su 'ragionevoli motivi', e non come un diritto familiare.
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Difetto di motivazione: nullo il rigetto laconico
Un detenuto in custodia cautelare ha presentato istanza per ottenere l'autorizzazione a colloqui visivi con i propri cugini. Il Giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta apponendo semplicemente la dicitura manoscritta 'V° si rigetta' in calce all'istanza. La Corte di Cassazione, investita del ricorso, ha rilevato un palese difetto di motivazione, dichiarando la nullità del provvedimento. La Suprema Corte ha ribadito che ogni decisione che incide sulla libertà o sui diritti del detenuto deve essere supportata da un iter logico-giuridico esplicito, non essendo sufficiente una sigla burocratica per giustificare il diniego.
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Colloqui detenuto convivente: sì dalla Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che un detenuto sottoposto al regime speciale del 41 bis ha diritto a mantenere colloqui e corrispondenza con il proprio convivente. La Corte ha rigettato il ricorso del Ministero della Giustizia, chiarendo che la nozione di 'convivente' è distinta e parificata a quella di 'familiare' ai fini dei contatti. La sentenza sottolinea che, una volta provata la stabilità del rapporto di convivenza, il diritto ai colloqui del detenuto convivente non può essere negato, superando l'interpretazione restrittiva che limitava tale possibilità solo ai familiari legalmente riconosciuti.
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Colloqui congiunti: inclusi suoceri e cognati
Un detenuto si è visto negare i colloqui con suoceri e cognata perché non conviventi. La Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che per il diritto ai colloqui congiunti, la nozione di 'prossimo congiunto' ex art. 307 c.p. si applica e include anche gli affini dello stesso grado, come suoceri e cognati, a prescindere dalla convivenza.
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