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Art. 307 Codice Penale — Anno 2023

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Colloqui con familiari in carcere: il convivente della sorella escluso
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio importante sui colloqui con familiari in carcere. Un detenuto in regime di 41-bis si è visto negare il diritto di incontrare il convivente della propria sorella, sostenendo che dovesse essere equiparato a un cognato. La Corte ha respinto questa tesi. Ha chiarito che la legge sulle unioni civili (L. 76/2016) equipara al coniuge solo il convivente del detenuto, non anche i conviventi dei suoi parenti. Di conseguenza, il convivente della sorella non rientra nella nozione di 'prossimo congiunto' e non ha un diritto automatico al colloquio. La visita può essere concessa solo come a un terzo, previa autorizzazione basata su 'ragionevoli motivi', e non come un diritto familiare.
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Difetto di motivazione: nullo il rigetto laconico
Un detenuto in custodia cautelare ha presentato istanza per ottenere l'autorizzazione a colloqui visivi con i propri cugini. Il Giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta apponendo semplicemente la dicitura manoscritta 'V° si rigetta' in calce all'istanza. La Corte di Cassazione, investita del ricorso, ha rilevato un palese difetto di motivazione, dichiarando la nullità del provvedimento. La Suprema Corte ha ribadito che ogni decisione che incide sulla libertà o sui diritti del detenuto deve essere supportata da un iter logico-giuridico esplicito, non essendo sufficiente una sigla burocratica per giustificare il diniego.
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