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Art. 282-bis Codice di Procedura Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 282-bis Codice di Procedura Penale

Violazione del divieto di avvicinamento e perdono della madre
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione per un uomo accusato di violazione del divieto di avvicinamento e allontanamento dalla casa familiare. L'imputato si era recato presso l'abitazione della madre, sostenendo di aver agito in buona fede dopo che il giorno prima la donna aveva manifestato l'intenzione di ritirare la querela e riaccoglierlo. La difesa invocava l'errore sul fatto e la particolare tenuità del reato. I giudici hanno chiarito che il consenso o l'invito della vittima non elidono l'obbligo penale: la misura cautelare resta vincolante finché non interviene un provvedimento formale del giudice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Traduzione del titolo cautelare: la firma valida blocca il ricorso
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il divieto di avvicinamento emesso nei suoi confronti. Inizialmente, la misura era stata annullata per la mancata traduzione del titolo cautelare in una lingua a lui nota. Successivamente, la Polizia di Frontiera, durante le operazioni di espulsione dall'Italia, ha notificato l'atto fornendo una traduzione orale in lingua albanese, sottoscritta dall'interessato. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura cautelare. L'Indagato si è rivolto nuovamente alla Suprema Corte sostenendo di non aver comunque compreso il testo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La contestazione sulla traduzione del titolo cautelare è risultata generica, poiché la difesa non ha smentito il fatto che l'atto fosse stato spiegato a voce e firmato. L'Indagato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Allontanamento d’urgenza dalla casa familiare: no senza flagranza
La Corte di Cassazione ha confermato che l'allontanamento d'urgenza dalla casa familiare non può essere convalidato se manca lo stato di flagranza. Nel caso in esame, la polizia era intervenuta dopo una segnalazione di aggressione, trovando la vittima agitata e la casa in disordine, mentre il presunto autore non era presente. Il Giudice per le indagini preliminari non aveva convalidato la misura e la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. La Suprema Corte ha chiarito che, per legittimare la misura d'urgenza, non bastano le sole dichiarazioni della vittima o il disordine in casa, ma occorre che la polizia percepisca direttamente le tracce del reato e il loro collegamento inequivocabile con l'indagato al momento dell'intervento.
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Ufficio off-limits: legittimo il divieto di dimora nel luogo di lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del divieto di dimora nel luogo di lavoro per un sindacalista accusato di truffa. L'uomo sosteneva che la misura fosse un pretesto per impedirgli l'attività sindacale. I giudici hanno invece stabilito che, se esiste un concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato, è possibile vietare l'accesso a una specifica zona, anche se questa coincide con la sede lavorativa. La necessità di prevenire nuovi crimini, legati proprio all'abuso del ruolo ricoperto in quel luogo, prevale sul diritto del singolo a recarsi al lavoro. L'indagato ha quindi perso il ricorso e la misura restrittiva è rimasta in vigore.
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Reddito di cittadinanza misure cautelari e reati
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'omessa comunicazione di una misura cautelare personale, come l'allontanamento dalla casa familiare, configura il reato previsto per chi richiede indebitamente il reddito di cittadinanza misure cautelari. La decisione annulla l'assoluzione di un imputato che riteneva ostative solo le misure detentive in carcere, chiarendo che ogni restrizione della libertà personale impedisce l'accesso al sussidio.
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