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Art. 275 Codice di Procedura Penale — Sezione Quarta Penale

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Altri anni per Art. 275 Codice di Procedura Penale

Custodia in carcere per associazione a delinquere: conta esserci
Un indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'uomo fosse un semplice partecipe e non un organizzatore del gruppo criminale, gestendo solo un bar frequentato dagli associati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la custodia in carcere per associazione a delinquere scatta automaticamente per la sola partecipazione al sodalizio. Di conseguenza, contestare il ruolo di organizzatore non offre alcun vantaggio pratico all'indagato, poiché la presunzione sulla necessità della misura cautelare in carcere si applica indistintamente a tutti i membri del gruppo, a prescindere dal loro specifico ruolo interno. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Contestazione a catena: il custode della droga resta in carcere
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa invocava la contestazione a catena e la conseguente retrodatazione dei termini di custodia, sostenendo che i fatti fossero connessi a un precedente arresto. La Suprema Corte ha chiarito che non vi era connessione qualificata tra le indagini, poiché il primo procedimento riguardava un'associazione mafiosa e il secondo una semplice banda di spacciatori. Inoltre, le prove del secondo caso sono emerse solo dopo il primo arresto. La Corte ha confermato la custodia in carcere, ritenendo insufficiente il regolare rispetto dei precedenti arresti domiciliari per superare la presunzione di pericolosità sociale. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: socio o no?
Il Tribunale di Catania ha confermato la custodia cautelare per un uomo accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato, ritenuto il fornitore stabile del gruppo criminale, consegnava ingenti quantitativi di droga, tra cui tredici chilogrammi di cocaina. La difesa ha sostenuto che il semplice rapporto di compravendita non dimostrasse l'affiliazione al gruppo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la costante disponibilità a rifornire l'organizzazione per oltre sei mesi configura la partecipazione all'associazione, a prescindere dalla breve durata del rapporto. I giudici hanno inoltre escluso l'ipotesi di lieve entità a causa dell'enorme volume di droga trafficato.
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Contestazioni a catena: la Cassazione frena i doppi arresti
Il Tribunale di Catania confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di traffico di stupefacenti commesso tra il 2018 e il 2020. La difesa eccepiva la violazione del divieto di contestazioni a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia alla data di esecuzione di una precedente misura del 2021 per fatti connessi. Il Tribunale respingeva l'eccezione ritenendo i nuovi fatti storicamente successivi a quelli precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo che la retrodatazione ex art. 297 c.p.p. richiede che i fatti della seconda ordinanza siano stati commessi prima dell'emissione della prima misura, e non prima dei fatti storici in essa contestati. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Pistola clandestina e spaccio: sì alle esigenze cautelari
Il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia in carcere per un indagato accusato di gestire una piazza di spaccio per conto di un clan mafioso. Il giudice riteneva che, essendo passati anni dai fatti, mancassero le attuali esigenze cautelari, nonostante l'indagato fosse stato trovato in possesso di una pistola clandestina durante la perquisizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il ritrovamento di un'arma illegittima, anche se aspecifica rispetto al traffico di droga, dimostra un perdurante inserimento in contesti criminali. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di scarcerazione, rinviando al Tribunale per una nuova valutazione sulla sussistenza delle esigenze cautelari.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per il porto di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico internazionale, con il compito di coordinare il recupero di ingenti carichi di cocaina nel porto di Gioia Tauro tramite operai infedeli. La difesa contestava la gravità indiziaria e l'attualità del pericolo di reiterazione. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una specifica occasione, ma una prognosi basata sulla professionalità criminale del soggetto e sull'uso di canali occulti.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo silente non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su chat criptate acquisite all'estero, e sosteneva che il tempo trascorso dai fatti escludesse la pericolosità sociale. I giudici hanno dichiarato inammissibile la contestazione sulle chat perché non era stata sollevata davanti al Tribunale del Riesame, applicando il principio della catena devolutiva. Inoltre, la Corte ha stabilito che il tempo trascorso in carcere per altre condanne costituisce tempo silente e non attenua la pericolosità dell'indagato, confermando la necessità della misura massima.
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Misure cautelari personali: spaccio alle scuole e arresti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un giovane indagato per spaccio di hashish e marijuana nei pressi di alcune scuole. La difesa contestava l'attualità del pericolo di recidiva e chiedeva la riqualificazione del fatto come di lieve entità. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che la gravità dei fatti, la serialità delle cessioni e la scelta strategica di spacciare vicino agli istituti scolastici giustificano ampiamente la misura custodiale per recidere i legami con il circuito criminale. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che il decorso del tempo dai fatti escludesse la pericolosità sociale e che l'accusa fosse generica. La Suprema Corte ha chiarito che le misure cautelari personali possono essere legittimamente applicate anche a distanza di tempo se il giudice di merito motiva adeguatamente la persistente pericolosità del soggetto, desumibile dal contesto criminale. Il controllo di legittimità non può sostituire la valutazione dei fatti compiuta dal giudice di merito, se questa è logica e coerente. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Spaccio e attualità del pericolo di reiterazione: sì al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso e della parziale disarticolazione del gruppo criminale. La Suprema Corte ha invece confermato l'attualità del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando che l'indagato ha continuato l'attività di spaccio anche dopo un precedente arresto, mostrando totale indifferenza per la giustizia. Il sodalizio ha semplicemente spostato le piazze di spaccio per eludere i controlli. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: famiglia e lavoro non salvano
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. Nonostante la difesa sostenesse la mancanza di un pericolo attuale, evidenziando che l'indagato aveva trovato lavoro e formato una famiglia, i giudici hanno ritenuto concreto il rischio di recidiva. L'uomo, infatti, aveva continuato a collaborare con l'organizzazione criminale anche dopo un primo arresto, dimostrando indifferenza verso i provvedimenti giudiziari. La Suprema Corte ha chiarito che la nascita di un figlio con una coindagata non basta a superare la presunzione di pericolosita, dichiarando il ricorso inammissibile e confermando la misura restrittiva.
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Custodia cautelare in carcere: il casolare vuoto ma sorvegliato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti e possesso di armi clandestine. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto droga e armi in un casolare abbandonato adiacente alla sua abitazione. Nonostante la difesa sostenesse l'assenza di prove dirette, i giudici hanno valorizzato elementi decisivi: la presenza di buste identiche per alimenti e droga, sacchi compatibili, e una telecamera puntata sul casolare. La Suprema Corte ha ritenuto legittima la custodia cautelare in carcere, escludendo gli arresti domiciliari poiché l'abitazione dell'indagato fungeva da vera e propria base logistica per l'attività illecita.
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Tempo silente nelle misure cautelari: l’attesa non ferma la cella
Il Tribunale di Roma applicava la custodia in carcere a un indagato per associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione del tempo silente nelle misure cautelari, ossia il decorso di circa venti mesi dai fatti senza la commissione di nuovi reati, ritenendo ingiustificata la misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nei reati associativi di droga, opera una presunzione relativa di pericolosità. Il solo decorso del tempo non basta a superare tale presunzione, occorrendo una valutazione globale della personalità del soggetto. Nel caso specifico, l'indagato aveva continuato a supportare il sodalizio criminoso anche durante la detenzione domiciliare del capo, dimostrando un inserimento stabile e professionale nel traffico di stupefacenti.
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Custodia cautelare in carcere: quando il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al narcotraffico. La difesa lamentava il mancato rilievo del tempo silente trascorso dai fatti (circa un anno e mezzo) e il ruolo marginale della donna. La Suprema Corte ha chiarito che il decorso del tempo non è di per sé sufficiente a superare la presunzione di pericolosità sociale, specialmente in presenza di condotte spregiudicate, come l'assistenza al capo dell'organizzazione durante i suoi arresti domiciliari e la sostituzione di spacciatori. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata confermata.
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Presunzione esigenze cautelari: silenzio non basta per uscire dal carcere
Un uomo, accusato di essere un importante spacciatore per un'associazione criminale, era stato messo in carcere preventivo. L'uomo ha chiesto di essere liberato, sostenendo di essersi allontanato dal gruppo e di aver cambiato vita. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito un principio importante sulla 'presunzione esigenze cautelari' per reati di droga. Per superare questa presunzione non basta dimostrare di non avere più contatti con i complici. Serve una prova positiva e concreta di aver abbandonato il mondo del crimine. Di conseguenza, la misura del carcere è stata confermata.
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Custodia Cautelare: il tempo non cancella il pericolo, resta in cella
Un individuo, accusato di essere il tesoriere di un'associazione per il traffico di droga, ha contestato la sua detenzione in carcere prima del processo. Sosteneva che il tempo trascorso dai fatti avesse ridotto la sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, riaffermando il principio della presunzione di adeguatezza della custodia cautelare per reati così gravi. Secondo i giudici, il solo passare del tempo non è sufficiente a vincere questa presunzione legale, specialmente di fronte a un'organizzazione criminale strutturata, con un grande volume d'affari e disponibilità di armi. La detenzione in carcere è stata quindi confermata come unica misura idonea.
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Tesoriera del clan in carcere: la doppia presunzione cautelare vince
Un'indagata, accusata di essere la custode della cassa di un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ha fatto ricorso contro la sua detenzione in carcere. Sosteneva che il tempo trascorso dai fatti e la sua incensuratezza giustificassero una misura meno afflittiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la validità della cosiddetta 'doppia presunzione cautelare'. Per reati di tale gravità, il carcere è considerato la misura adeguata e il solo decorso del tempo non basta a superare questa presunzione. La Corte ha ritenuto corretta la valutazione del Tribunale, che ha considerato il grande volume d'affari del gruppo criminale e la disponibilità di armi come elementi che mantengono attuale il pericolo.
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Custodia cautelare per narcotraffico: il tempo non basta a evitarla
La Cassazione ha confermato la custodia cautelare per narcotraffico a carico di un soggetto ritenuto corriere di fiducia di un'associazione criminale. Nonostante la difesa avesse sottolineato il notevole tempo trascorso dai fatti ('tempo silente') e il ruolo non apicale dell'indagato, i giudici hanno ritenuto prevalenti gli indizi di un inserimento stabile nel gruppo. L'uso di un criptofono, la fiducia dei capi e lo svolgimento di compiti delicati sono stati considerati elementi sufficienti a dimostrare una pericolosità sociale attuale. La Corte ha stabilito che il solo decorso del tempo non basta a superare la presunzione di adeguatezza del carcere per reati di tale gravità, soprattutto in presenza di altre indagini a carico.
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Traffico Droga: No al Carcere Automatico, la Cassazione Annulla
Un commerciante, accusato di aver trasportato oltre 13 kg di cocaina, era stato messo in carcere prima del processo. La decisione si basava su una severa presunzione legale, applicata però per errore. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza, stabilendo un principio fondamentale: la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare vale solo per reati associativi (art. 74) e non per il semplice traffico di droga (art. 73). Per quest'ultimo, il giudice deve sempre motivare in modo specifico la necessità del carcere, senza automatismi. Il caso è stato quindi rinviato per una nuova valutazione.
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Insussistenza Esigenze Cautelari: Libero nonostante l’accusa di droga
Un indagato per partecipazione ad associazione per il traffico di droga viene scarcerato prima del processo. Il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia in carcere per l'insussistenza delle esigenze cautelari, valutando positivamente il suo percorso di vita successivo ai fatti. La Procura ha fatto ricorso, sostenendo che l'uomo fosse ancora pericoloso. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura, confermando la scarcerazione. Secondo la Corte, la decisione del Tribunale era logica e ben motivata, poiché la presunzione di pericolosità era stata superata da elementi concreti come l'affidamento ai servizi sociali e un'attività lavorativa stabile.
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