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Art. 275 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 275 Codice di Procedura Penale

Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per i clan
Un indagato per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, la quale confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa contestava la gravità degli indizi, l'assenza di un ruolo definito nella struttura criminale e l'insussistenza di esigenze cautelari attuali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, evidenziando che le intercettazioni e le indagini dimostrano un chiaro inserimento del soggetto nel gruppo. Questo inserimento si deduce anche dal sostegno economico fornito alle famiglie dei sodali detenuti. Inoltre, per i reati associativi di droga vige la presunzione di idoneità della sola custodia cautelare in carcere, non superata da elementi di senso contrario. L'indagato rimane ristretto in carcere e condannato alle spese processuali.
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Manca autonoma valutazione esigenze cautelari: arresto annullato
Un indagato viene posto in custodia cautelare in carcere per reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e rapina. Il Giudice per le indagini preliminari omette pero la motivazione individuale e l'autonoma valutazione esigenze cautelari riguardante l'imputato. Il Tribunale del riesame cerca di integrare la motivazione mancante inserendo valutazioni non presenti nell'atto originale e confermando l'arresto. L'indagato propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso stabilendo che il Tribunale del riesame non puo sanare un'ordinanza genetica priva di autonoma valutazione delle esigenze cautelari. Di conseguenza, la Cassazione annulla l'ordinanza senza rinvio e dispone l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Associazione per traffico di stupefacenti: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la misura della custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di far parte di un'associazione per traffico di stupefacenti aggravata da finalità mafiose e di aver acquistato ingenti quantità di droga. La difesa sosteneva che i singoli acquisti servissero solo per interessi personali e che mancasse l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha chiarito che anche la partecipazione a un singolo episodio di spaccio può dimostrare l'inserimento nella struttura criminale se funzionale agli scopi del gruppo. Inoltre, la presunzione di pericolosità sociale per reati di mafia e droga non è stata smentita. L'Indagato rimane in carcere e deve pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: contestazioni e conferma finale
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per concorso nello spaccio di oltre tre chilogrammi di sostanza stupefacente. La difesa ha sostenuto l'assenza di gravi indizi, fornendo una ricostruzione alternativa dei fatti e contestando la necessità della misura detentiva massima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non spetta alla Suprema Corte riesaminare i fatti o valutare prove alternative se la motivazione del giudice di merito è logica e completa. La pericolosità sociale e lo stretto legame con l'associazione criminale giustificano il mantenimento della misura cautelare in carcere. L'Indagato deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese processuali.
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Pericolo di reiterazione del reato: confermato il carcere
L'imputato, un commerciante del settore dei veicoli, è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per gravi illeciti fiscali, tra cui la distruzione delle scritture contabili e l'omessa dichiarazione IVA. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la confessione resa e la mancanza di una società attiva escludessero la possibilità di commettere nuovi illeciti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura detentiva. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede un'occasione imminente o già definita. È sufficiente la presenza di un contesto organizzato, di precedenti specifici e di una condotta abituale che renda highly probabile la commissione di nuovi reati fiscali.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: stop agli arresti
Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contro l'annullamento degli arresti domiciliari disposti per L'Indagata, accusata del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l'accusa, la donna avrebbe versato denaro per finanziare un clan. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Pubblica Accusa. I giudici hanno chiarito che il Pubblico Ministero ha omesso di dimostrare l'attualità delle esigenze cautelari necessarie al ripristino della misura. Inoltre, la Corte ha confermato l'assenza di gravi indizi: le somme versate rappresentavano semplici compensi personali dovuti per precedenti attività e non un contributo consapevole destinato a rafforzare l'organizzazione criminale.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il corriere
Un uomo è stato fermato in Calabria mentre trasportava in auto 150 grammi di cocaina purissima, idonei a ricavare oltre 700 dosi. Il Tribunale del Riesame ha confermato nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere per il pericolo che commettesse di nuovo lo stesso reato. L'indagato ha proposto ricorso, chiedendo gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico e contestando le presunte ricostruzioni del giudice sugli accordi con la malavita locale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Secondo i giudici, il grande quantitativo di droga, l'elevata qualità, il viaggio da Torino e i precedenti penali specifici dimostrano un pericolo reale e attuale di reiterazione. La custodia cautelare in carcere risulta quindi l'unica misura idonea. L'indagato deve restare nel carcere e pagare le spese del processo.
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Traffico di stupefacenti: quando la sola parentela non fa mafia
Un indiziato ricorre in Cassazione contro l'ordinanza cautelare che ha confermato la custodia in carcere per i reati legati al traffico di stupefacenti, contestando la sussistenza dei gravi indizi e delle esigenze cautelari. Anche il Pubblico Ministero propone ricorso, lamentando la revoca della misura per il reato di associazione mafiosa. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili entrambi i ricorsi. Per il traffico di stupefacenti, la Suprema Corte conferma la presenza di intercettazioni e riscontri reali che dimostrano l'operatività continua dell'indagato. Per l'accusa mafiosa, la Corte ribadisce che i rapporti di parentela e la mera conoscenza delle dinamiche del clan costituiscono solo una connivenza non punibile in assenza di un ruolo attivo. L'indagato rimane in carcere con condanna alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non basta
L'imputato, accusato di reati di droga e associazione a delinquere, ha chiesto la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il trascorrere del tempo dai fatti e la buona condotta tenuta durante una precedente misura attenuassero il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il solo decorso del tempo non è sufficiente ad attenuare le esigenze cautelari o a superare la presunzione di pericolosità prevista per i reati più gravi. Per ottenere una misura meno afflittiva servono elementi concreti e nuovi che dimostrino l'effettiva recisione dei legami con il contesto criminale. Il semplice rispetto delle prescrizioni non costituisce una prova sufficiente del cambiamento di vita.
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Intestazione fittizia di beni e mafia: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'organizzazione mafiosa. L'indagato operava come prestanome per conto del figlio di un noto capo criminale. Insieme avevano strutturato aziende nel settore della distribuzione di prodotti alimentari. L'operazione mirava ad attuare l'intestazione fittizia di beni ed eludere i sequestri patrimoniali. L'organizzazione imponeva la vendita di prodotti a prezzi di favore e clausole di esclusiva agli imprenditori locali. L'intimidazione derivava direttamente dalla fama del gruppo criminale, senza la necessità di minacce esplicite. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. La presunzione di pericolosità sociale rimane valida anche in caso di apparente allontanamento dal gruppo criminale.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. Le accuse riguardavano un omicidio aggravato dal metodo mafioso e un'estorsione ai danni di un'impresa di trasporti. La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, criticando l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimità non sostituisce le valutazioni dei fatti svolte dai giudici di merito. Essendo la motivazione del Riesame logica e priva di vizi, la presenza di gravi indizi di colpevolezza e la pericolosità sociale giustificano pienamente la misura carceraria. I ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il passaporto falso non basta
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico internazionale di cocaina, nonché di corruzione e falso per aver ottenuto un passaporto contraffatto per favorire la sua latitanza. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del giudice, l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e l'assenza di attuali esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che il legame tra l'uso del passaporto falso e l'attività del sodalizio criminale giustifica la competenza del tribunale e che la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata dalla difesa.
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Custodia cautelare in carcere: il calciatore resta in cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di aver assunto un ruolo di vertice in un'associazione finalizzata al traffico di droga dopo l'arresto del fratello. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di prove sulla sua partecipazione stabile e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, valorizzando la sua attività di calciatore e l'assenza di precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità della custodia cautelare in carcere, evidenziando che le intercettazioni provano la gestione attiva del gruppo criminale e che solo la massima misura restrittiva può impedire la reiterazione dei reati e recidere i contatti con la rete criminale.
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Misure cautelari personali: il carcere vince sui domiciliari
Una donna, indagata per associazione finalizzata al traffico di droga, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare. La difesa sosteneva l'assenza di prove sulla sua partecipazione stabile all'organizzazione, chiedendo la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimità delle misure cautelari personali applicate, evidenziando che le intercettazioni dimostravano chiaramente il ruolo di gestione della cassa del gruppo criminale. La Cassazione ha chiarito che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e che il pericolo di reiterazione del reato giustifica ampiamente la restrizione della libertà, condannando la ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il corriere
Il Tribunale di Milano ha confermato la custodia cautelare in carcere per un'indagata accusata di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, con il ruolo di corriere. L'indagata ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e contestando l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi di droga opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. Questa presunzione può essere superata solo se la difesa dimostra elementi concreti che escludano la necessità della massima misura, circostanza non avvenuta nel caso di specie, dove l'indagata disponeva di mezzi dedicati forniti dal sodalizio.
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Custodia cautelare in carcere: basta la fiducia, no al rito
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione mafiosa e di una dedita al narcotraffico. La difesa sosteneva l'assenza di prove di un'affiliazione formale e la mancanza di reati specifici commessi dall'indagato. I giudici hanno chiarito che, per applicare la custodia cautelare in carcere, non serve un rito formale di ingresso nel clan, né la commissione di singoli reati. È sufficiente la costante messa a disposizione del gruppo, dimostrata dalla partecipazione a riunioni operative in cui si pianificavano lo spaccio e il sostentamento dei detenuti. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Sequestro preventivo impeditivo: no al blocco di tutta l’azienda
Il Tribunale di Pistoia confermava il sequestro preventivo impeditivo dell'intero patrimonio e delle quote di una società di costruzioni. La misura derivava dalle indagini per corruzione a carico dell'amministratore di fatto, parente delle socie. La difesa impugnava il provvedimento evidenziando che l'attività illecita rappresentava solo il 5% del fatturato complessivo e che la società aveva rimosso il soggetto e adottato nuovi modelli organizzativi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che il sequestro preventivo impeditivo deve rispettare i principi di proporzionalità e adeguatezza. Il giudice deve valutare l'impatto della misura sulla parte lecita dell'attività d'impresa per evitare una ingiustificata compressione della libertà di iniziativa economica.
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Sequestro preventivo: azienda salva se l’illecito è marginale
Il Tribunale confermava il sequestro preventivo dei beni e delle quote di una Società, ipotizzando un sistema corruttivo gestito dall'Amministratore di Fatto. Le Socie, estranee ai fatti, ricorrevano in Cassazione lamentando la sproporzione del provvedimento, dato che le attività illecite rappresentavano solo il 5% del fatturato totale, a fronte di una prevalente attività lecita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo deve rispettare i principi di proporzionalità e adeguatezza. Il giudice deve valutare se l'uso illecito dell'azienda sia prevalente rispetto all'attività lecita, per evitare un'ingiusta compressione della libertà d'impresa. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Socio o no? Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura degli arresti domiciliari per il Fornitore, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Inizialmente, la difesa sosteneva che il rapporto fosse di mera fornitura occasionale. Tuttavia, i giudici hanno valorizzato le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e alcune intercettazioni telefoniche. Da queste emergeva un debito di ben 70.000 euro contratto dal Capo Clan e la richiesta della moglie di quest'ultimo di ricevere un mantenimento mensile dal Fornitore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fornitore, confermando che la stabilità del rapporto e l'esclusività della fornitura dimostrano l'effettiva partecipazione al sodalizio criminale, giustificando così la misura cautelare applicata.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: liberi senza spese
L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del riesame che confermava la sua custodia cautelare. Successivamente, un altro provvedimento dello stesso Tribunale ha disposto la scarcerazione dell'indagato. Di conseguenza, il difensore ha depositato una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso per cassazione per sopravvenuta carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso a causa della rinuncia. Poiché la scarcerazione è derivata da un provvedimento autonomo, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna al pagamento delle spese processuali, solitamente prevista in caso di inammissibilità.
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