Un dipendente con qualifica di quadro direttivo bancario ha subito l'assegnazione a mansioni meramente impiegatizie e standardizzate, prive di autonomia decisionale. Nonostante un precedente ordine giudiziale di ripristino, l'istituto di credito ha mantenuto la dequalificazione per oltre quattrocento giorni. Il lavoratore ha quindi agito in giudizio per ottenere il risarcimento per demansionamento, lamentando un grave pregiudizio alla dignità professionale ed esistenziale. La Corte di Cassazione ha confermato l'illiceità della condotta datoriale, stabilendo che la prova del danno non patrimoniale può essere fornita attraverso presunzioni ricavate da durata, gravità della dequalificazione e lesione della sfera personale. I giudici supremi hanno condannato la banca al pagamento di oltre sedicimila euro a titolo risarcitorio oltre alle spese legali.
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