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Art. 245 Codice di Procedura Civile — Anno 2024

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Altri anni per Art. 245 Codice di Procedura Civile

Onere della prova mutuo: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 2044/2024, ha respinto il ricorso di due suoceri che chiedevano la restituzione di una somma di denaro alla nuora. Il caso sottolinea il principio fondamentale dell'onere della prova mutuo: chi afferma di aver concesso un prestito deve fornire la prova non solo della consegna del denaro, ma anche del titolo che obbliga alla restituzione. La Corte ha confermato le decisioni dei giudici di merito, che avevano rigettato la domanda per insufficienza di prove, evidenziando anche l'inammissibilità di istanze istruttorie non correttamente coltivate in primo grado.
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Criteri di valutazione: legittima scelta del datore
Una dirigente del settore pubblico contesta i criteri di valutazione adottati dalla sua amministrazione durante una riorganizzazione, che hanno favorito un collega nell'assegnazione di un nuovo incarico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità delle scelte aziendali. La Corte ha stabilito che i criteri di valutazione, sebbene non perfetti, non erano arbitrari ma giustificati da esigenze concrete, come l'indisponibilità di dati recenti. Inoltre, ha ribadito i rigorosi requisiti formali per presentare un ricorso, sanzionando la genericità delle censure sollevate.
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Servitù di passaggio: quando il permesso non è diritto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di alcuni proprietari che rivendicavano una servitù di passaggio su un fondo vicino. La Corte ha stabilito che il passaggio, avvenuto per decenni, si basava su un mero permesso di cortesia concesso al precedente affittuario e non su un possesso utile all'usucapione. È stata inoltre confermata la condanna dei ricorrenti per lite temeraria, avendo insistito in pretese infondate pur essendo a conoscenza della natura provvisoria del permesso.
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Usucapione tra coeredi: i limiti della prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 445/2024, ha rigettato il ricorso di un coerede che chiedeva l'usucapione di un bene ereditario. La Corte ha ribadito che per l'usucapione tra coeredi non è sufficiente il semplice godimento del bene, ma è necessaria la prova di un possesso esclusivo, manifestato con atti incompatibili con il diritto degli altri eredi. Il caso riguardava la divisione di una comunione ereditaria, in cui uno degli eredi si opponeva sostenendo di aver usucapito un podere. La sua domanda è stata respinta in tutti i gradi di giudizio.
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Disconoscimento scrittura privata: cosa fare?
Un'impresa edile perde la causa per il pagamento di lavori a seguito del disconoscimento scrittura privata da parte degli eredi del committente. La Cassazione conferma che, in caso di contestazione di una fotocopia, è onere di chi la produce presentare l'originale e avviare un formale procedimento di verificazione, non potendo supplire con prove testimoniali non correttamente riproposte in appello.
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Prova compenso amministratore: non basta la nomina
Una società creditrice, che aveva acquistato il diritto al compenso di un ex amministratore di un'azienda fallita, si è vista rigettare la richiesta di insinuazione al passivo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che per ottenere il compenso non è sufficiente provare la nomina alla carica di amministratore. È indispensabile fornire la prova specifica e concreta dell'attività effettivamente svolta, onere che nel caso di specie non è stato assolto. La genericità delle prove testimoniali proposte è stata una delle ragioni principali del rigetto del ricorso.
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Migliorie bene in comunione: no indennità per il coerede
In una causa di divisione ereditaria, un fratello chiedeva il rimborso per lavori di miglioria sulla casa di famiglia. La Cassazione ha confermato le decisioni dei giudici di merito, negando il diritto poiché il coerede non ha fornito prova adeguata di aver sostenuto personalmente le spese. La sentenza chiarisce che in caso di migliorie su bene in comunione, al coerede spetta il rimborso dei costi e non l'indennità per l'aumento di valore, e che la prova del pagamento è a suo esclusivo carico.
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Dimissioni per giusta causa e Naspi: il caso amianto
Un lavoratore si dimette invocando le dimissioni per giusta causa a causa di stipendi non pagati e della presenza di amianto sul luogo di lavoro. L'INPS nega la Naspi. La Cassazione conferma la decisione, sottolineando che la rassegnazione delle dimissioni quasi due anni dopo la scoperta del rischio amianto fa venir meno il requisito dell'immediatezza, essenziale per la giusta causa e quindi per l'accesso all'indennità di disoccupazione.
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