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Art. 2219 Codice Civile — Sezione Quinta Civile

Altri anni per Art. 2219 Codice Civile

Rimborso IVA non spettante: silenzio costa 350.000€ all’azienda
Una società chiede un rimborso IVA di 350.000 euro. L'Agenzia delle Entrate, per verificare la richiesta, chiede di visionare fatture e documenti contabili. La società non fornisce la documentazione. Di conseguenza, l'Agenzia emette un avviso di accertamento, negando il rimborso e applicando pesanti sanzioni. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Agenzia delle Entrate. I giudici hanno stabilito che la mancata esibizione dei documenti giustifica la presunzione di un rimborso IVA non spettante. Chi chiede un credito ha l'onere di provarlo. La società, non avendo collaborato, perde il diritto al rimborso e deve pagare quanto richiesto dal Fisco.
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Rimborso accise: quando il PVC non è obbligatorio
Una società si è vista negare un rimborso accise per presunte irregolarità contabili. I giudici di merito le avevano dato ragione per la mancata emissione di un Processo Verbale di Constatazione (PVC) da parte del Fisco. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che in caso di diniego di un'istanza di rimborso, l'amministrazione non è tenuta al contraddittorio preventivo tramite PVC, poiché l'onere della prova grava interamente sul contribuente che avanza la pretesa.
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Documenti in lingua straniera: quando sono validi?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 9410/2024, ha stabilito che i documenti in lingua straniera sono utilizzabili nel processo tributario anche senza una traduzione giurata. La decisione si basa sul principio che l'obbligo della lingua italiana vale per gli atti processuali, non per i documenti probatori. Se il giudice è in grado di comprendere il contenuto del documento, o se non vi sono contestazioni specifiche, non è necessaria la nomina di un traduttore. Nel caso di specie, un imprenditore si è visto riconoscere la deducibilità di costi sostenuti all'estero, provati tramite fatture in lingua russa e serba.
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Immobilizzazioni immateriali: la Cassazione decide
Un'impresa sostiene costi di ristrutturazione su un immobile in comodato, classificandoli come immobilizzazioni materiali. L'Agenzia delle Entrate contesta, sostenendo che si tratti di immobilizzazioni immateriali. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che le migliorie non separabili su beni di terzi devono essere classificate come attività immateriali, una distinzione cruciale per la verifica dello status di società non operativa.
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