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Art. 2086 Codice Civile — Anno 2026

Altri anni per Art. 2086 Codice Civile

Concordato preventivo: il rinvio dell’udienza non salva il termine
Una società in crisi ha proposto una seconda domanda di concordato preventivo dopo la revoca della prima proposta. L'Agente della Riscossione aveva già richiesto l'apertura della liquidazione giudiziale. Il tribunale ha dichiarato inammissibile la nuova proposta perché presentata oltre la prima udienza del procedimento, violando il termine di decadenza previsto dalla legge. La società ha sostenuto che per prima udienza si dovesse intendere quella di effettiva trattazione del merito e non un'udienza di mero rinvio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la prima udienza utile fa scattare la decadenza, anche se in tale sede il giudice si limita a rinviare la decisione. Di conseguenza, la società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Domanda con riserva: senza notaio scatta la liquidazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società in liquidazione, confermando l'inammissibilità della sua domanda con riserva di accesso agli accordi di ristrutturazione dei debiti. I giudici hanno stabilito che la decisione di accedere a uno strumento di regolazione della crisi deve essere formalizzata tramite un verbale redatto da un notaio, come previsto dall'articolo 120-bis del Codice della Crisi e dell'Insolvenza. Questa formalità non è un semplice adempimento burocratico, ma un requisito societario essenziale per garantire la trasparenza verso i soci e i terzi, oltre a definire le responsabilità degli amministratori. Di conseguenza, la mancanza del verbale notarile rende la domanda con riserva del tutto inammissibile, confermando l'apertura della liquidazione giudiziale richiesta dall'ente creditore.
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Società di comodo: superare la presunzione legale
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro una sentenza che aveva annullato accertamenti fiscali basati sulla disciplina della società di comodo. Il giudice di merito aveva erroneamente considerato lo stato di abbandono di un cantiere navale e la crisi di mercato come cause oggettive di inoperatività. La Suprema Corte ha stabilito che l'inattività e il degrado dei beni aziendali non costituiscono automaticamente una prova contraria alla presunzione di non operatività, poiché spesso rappresentano l'effetto di scelte gestionali inefficienti piuttosto che cause esterne imprevedibili. Per superare la presunzione, il contribuente deve dimostrare l'esistenza di un piano aziendale o di tentativi concreti di recupero produttivo.
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Sfruttamento del lavoro: Cassazione su estorsione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9200/2026, ha confermato la condanna per un datore di lavoro accusato di sfruttamento del lavoro ed estorsione. I dipendenti erano costretti a turni massacranti, privi di riposi e sicurezza, e obbligati a restituire parte dello stipendio sotto minaccia di licenziamento. La Corte ha chiarito che lo stato di bisogno non richiede l'annientamento della libertà, ma una grave difficoltà che condizioni le scelte del lavoratore.
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Società di comodo: Cassazione e la Direttiva IVA
Una società operante nel settore del riciclo è stata classificata come 'società di comodo' dall'Agenzia delle Entrate per mancanza di ricavi, nonostante avesse sostenuto costi significativi per avviare l'attività. La causa dell'inattività era il ritardo del Comune nel rilasciare la necessaria concessione edilizia. La Corte di Cassazione, richiamando una sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha annullato l'accertamento. Ha stabilito che la qualifica di società di comodo non può basarsi su una mera presunzione legata ai ricavi, specialmente in presenza di oggettive cause di forza maggiore. La normativa italiana è stata ritenuta in contrasto con il principio di neutralità dell'IVA sancito dal diritto europeo.
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Società non operative: il grant revocato non basta
La Corte di Cassazione ha stabilito che la revoca di un finanziamento regionale non costituisce una scusa sufficiente per disapplicare la normativa sulle società non operative. Un'impresa non può fondare il suo intero piano di sviluppo su fondi pubblici e deve dimostrare di aver cercato attivamente finanziamenti alternativi o di aver intrapreso altre iniziative per perseguire i propri scopi sociali. La Corte ha cassato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto la revoca del contributo una valida 'situazione oggettiva impeditiva'.
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Responsabilità professionale avvocato: no onorario
La Corte di Cassazione ha negato il compenso a un legale per inadempimento, evidenziando la sua responsabilità professionale avvocato. La strategia adottata, sebbene formalmente corretta, è stata giudicata concretamente inutile e non ha tutelato gli interessi del cliente, una società in grave crisi. Il dovere del professionista non si limita al compimento di atti procedurali, ma include una valutazione sostanziale sull'utilità e fattibilità delle azioni intraprese per il cliente.
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Responsabilità professionale avvocato: il caso
La Corte di Cassazione conferma il rigetto della richiesta di compenso di un avvocato per l'assistenza a un'impresa in crisi. La Corte ha stabilito che la responsabilità professionale dell'avvocato impone di fornire prestazioni utili. Proporre una soluzione di risanamento palesemente impraticabile fin dall'inizio, data la condizione dell'impresa, costituisce un inadempimento contrattuale che non dà diritto al pagamento.
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