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Art. 1439 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

Altri anni per Art. 1439 Codice Civile

Accertamento della subordinazione: persa la pensione fittizia
Una Presidente di una società cooperativa ha impugnato l'annullamento della propria posizione contributiva disposto dall'INPS. L'ente previdenziale ha infatti contestato l'esistenza di un vero contratto da dipendente e ha richiesto la restituzione della pensione erogata. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. Nel compiere l'accertamento della subordinazione, i giudici hanno evidenziato che la donna operava in totale autonomia decisionale, senza subire alcun potere direttivo, e che il consiglio di amministrazione era a composizione familiare. Il rapporto di lavoro è stato ritenuto fittizio e creato dolosamente per ottenere benefici previdenziali. Pertanto, l'INPS ha legittimamente annullato i contributi con effetto retroattivo e preteso la restituzione della pensione non dovuta.
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Vizi del consenso: l’accordo sindacale regge senza prove di dolo
Il Lavoratore ha impugnato un accordo conciliativo firmato in sede sindacale con l'ex datore di lavoro, sostenendo la presenza di vizi del consenso. Secondo il ricorrente, la società lo avrebbe indotto a firmare la risoluzione del rapporto con l'inganno, rassicurandolo falsamente sulla solidità finanziaria della nuova azienda presso cui sarebbe stato assunto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Corte ha chiarito che spetta al lavoratore dimostrare il dolo determinante della controparte. Nel caso specifico, il lavoratore aveva valide alternative alla firma e tempo sufficiente per informarsi sulla reale situazione economica della nuova società, escludendo così qualsiasi inganno idoneo a invalidare il consenso.
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Licenziamento del dirigente: contratto valido anche se indagato
Un istituto di credito ha intimato il licenziamento del dirigente per giusta causa. La banca ha chiesto l'annullamento del contratto di lavoro per dolo o errore, sostenendo che l'uomo avesse taciuto un'indagine penale a suo carico al momento dell'assunzione. Il contratto individuale prevedeva inoltre l'applicazione della tutela dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca. I giudici hanno accertato che l'indagine penale era iniziata dopo la firma del contratto, escludendo così qualsiasi inganno o errore. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato che il richiamo all'articolo 18 era di tipo statico, cristallizzando la tutela più favorevole vigente al momento della stipula. Il licenziamento del dirigente è stato quindi valutato secondo le regole originarie, e la banca è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Mente sul CV: Contratto Annullato, Perde Lavoro e Risarcimento
Un lavoratore impugna un licenziamento verbale. L'azienda si difende sostenendo che il dipendente aveva mentito sulle sue qualifiche e esperienze per ottenere il posto. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici precedenti, stabilendo che la menzogna del lavoratore costituisce un 'dolo' che giustifica l'annullamento del contratto di lavoro. Poiché il lavoratore non ha mai negato le accuse di aver mentito, i fatti sono stati considerati provati. Di conseguenza, il contratto è stato ritenuto invalido fin dall'inizio e la richiesta di risarcimento del lavoratore è stata respinta. L'azienda ha vinto la causa.
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Mente sul CV: l’azienda vince con l’annullamento contratto per dolo
Una lavoratrice, assunta come Maitre d'Hotel, impugna il licenziamento orale. L'azienda si difende sostenendo di essere stata ingannata da false dichiarazioni sulle qualifiche e le esperienze della dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo la validità dell'**annullamento contratto per dolo**. Poiché la lavoratrice non ha mai contestato le accuse di aver mentito, queste sono state considerate vere. L'inganno è stato ritenuto così grave da invalidare il contratto di lavoro fin dall'inizio, rendendo infondata qualsiasi pretesa legata al licenziamento. L'azienda ha quindi vinto la causa.
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Accordo di Conciliazione: Bugia Passata Non Annulla l’Assunzione
Un'azienda si era impegnata con un accordo di conciliazione ad assumere a tempo indeterminato un lavoratore. Successivamente, l'azienda ha ritirato l'offerta, accusando il dipendente di aver mentito anni prima, omettendo di dichiarare di avere un parente già impiegato, in violazione di una circolare interna. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'**inadempimento dell'accordo di conciliazione** era illegittimo. Il patto firmato non conteneva alcun riferimento a quella vecchia dichiarazione o alla regola interna come condizione per l'assunzione. Pertanto, l'accordo restava valido e l'azienda è stata condannata ad assumere il lavoratore e a risarcire il danno.
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Dolo incidente e incentivo all’esodo: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un istituto bancario che ha richiesto il risarcimento dei danni contro un ex dirigente. Il lavoratore, in sede di risoluzione consensuale, aveva taciuto la pendenza di un procedimento penale a suo carico per fatti commessi durante il servizio. La Suprema Corte ha stabilito che tale omissione configura un dolo incidente ai sensi dell'art. 1440 c.c. Sebbene l'accordo di cessazione resti valido, il silenzio ha alterato le condizioni della trattativa, permettendo alla banca di richiedere la restituzione dell'incentivo all'esodo versato.
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Dimissioni incentivate: quando sono nulle per dolo?
Un lavoratore accetta delle dimissioni incentivate e, pochi mesi dopo, l'azienda avvia una procedura di licenziamento collettivo. Il dipendente impugna le dimissioni per dolo, ma la Corte di Cassazione rigetta il ricorso. Secondo la Corte, il lasso di tempo intercorso tra le dimissioni e l'avvio della procedura è un elemento chiave per escludere l'intento fraudolento del datore di lavoro, la cui prova spetta al lavoratore. La sentenza affronta anche la validità delle udienze svoltesi in forma scritta durante l'emergenza pandemica.
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Cessione contratto di lavoro: se è una finta è nulla
Un'ordinanza della Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di una cessione contratto di lavoro ritenuta fittizia, poiché orchestrata al solo fine di licenziare un dirigente. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, ribadendo che la valutazione dei fatti che provano una "macchinazione" spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Di conseguenza, il licenziamento è stato giudicato inefficace e il rapporto di lavoro ripristinato con la società originaria.
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