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Art. 1373 Codice Civile — Anno 2022

Altri anni per Art. 1373 Codice Civile

Disdetta dell’accordo aziendale: persi i premi ad personam
Un gruppo di dipendenti ha presentato ricorso contro l'azienda per contestare l'interruzione di una voce retributiva integrativa. La società aveva applicato la disdetta dell'accordo aziendale che garantiva un premio fisso denominato ex premio aziendale individuale ad personam. I lavoratori ritenevano che tale compenso fosse ormai un diritto acquisito intoccabile e incorporato nel contratto individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la disdetta dell'accordo aziendale cancella legittimamente gli obblighi retributivi futuri derivanti dai contratti collettivi. Tali premi accessori non entrano automaticamente nel contratto individuale. Pertanto, la perdita del premio non viola il principio di irriducibilità della retribuzione né la tutela del salario minimo, trattandosi di un trattamento economico collettivo non più esistente.
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Disdetta del contratto integrativo: addio ai premi
Diversi dipendenti hanno richiesto la conservazione di una voce retributiva denominata premio aziendale ad personam. L'Azienda aveva soppresso l'emolumento dopo il recesso unilaterale dall'accordo aziendale. I lavoratori ritenevano che la somma fosse ormai incorporata nei contratti individuali come diritto acquisito intangibile. I giudici di merito hanno respinto le domande dei dipendenti, qualificando la voce come compenso accessorio di natura puramente collettiva. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni precedenti. La disdetta del contratto integrativo aziendale elimina legittimamente i compensi accessori collettivi. Le clausole collettive non confluiscono automaticamente nel contratto individuale. La garanzia costituzionale della retribuzione proporzionata tutela solo il minimo stipendiale e non i premi aggiuntivi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dei lavoratori con condanna alle spese legali.
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Recesso dal Contratto Preliminare: Offerta Migliore Valida, Danni Negati
Un acquirente ha citato in giudizio dei venditori per ottenere un risarcimento danni, sostenendo l'inadempimento di un contratto preliminare di vendita di un terreno. Una delle venditrici ha esercitato il suo diritto di recesso dal contratto preliminare, motivando la decisione con una clausola contrattuale che le permetteva di recedere in caso di offerta di acquisto più vantaggiosa da terzi. Gli altri venditori hanno disconosciuto le proprie firme sul preliminare. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni precedenti, che avevano rigettato la richiesta di risarcimento dell'acquirente e riconosciuto la legittimità del recesso. La Corte ha stabilito che l'acquirente aveva implicitamente ammesso l'esistenza dell'offerta migliore, contestando solo la tempistica del recesso.
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Acconto professionale e recesso: il compenso nel fallimento del cliente
Un professionista legale stipulava un contratto d'opera con un'azienda, prevedendo un acconto e rate mensili. Esercitava il recesso dall'incarico e, dopo il fallimento dell'azienda, chiedeva l'ammissione al passivo per l'acconto non versato e i compensi maturati, chiedendo il privilegio. I giudici di merito ammettevano solo una parte del compenso, qualificando l'acconto come anticipo e non come penale. La Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. Ha confermato che l'acconto era un anticipo sul compenso professionale e recesso non poteva trasformarlo in una penale a carico del receduto. Inoltre, il credito IVA non poteva essere ammesso in privilegio senza l'indicazione di beni specifici su cui esercitarlo.
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Condotta antisindacale e disdetta del contratto integrativo
Un'organizzazione sindacale ha promosso un ricorso per accertare la condotta antisindacale del datore di lavoro. L'azienda, dopo aver disdetto il contratto integrativo aziendale, ne aveva sospeso l'applicazione economica e normativa durante le trattative di rinnovo, violando la clausola di ultravigenza. I giudici di merito avevano rigettato le richieste del sindacato, ritenendo la violazione un mero inadempimento contrattuale verso i singoli dipendenti, sanato dalla prosecuzione delle trattative e dall'approvazione del nuovo accordo tramite referendum. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, affermando che la disapplicazione unilaterale dell'accordo scaduto mina l'autorevolezza e il potere negoziale del sindacato. L'illecito ha natura plurioffensiva e giustifica l'azione sindacale autonoma. La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso dell'associazione sindacale e cassato la sentenza d'appello.
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Disdetta accordo aziendale: addio al premio fisso
Alcuni dipendenti hanno chiesto l'accertamento del diritto a mantenere una voce retributiva fissa, denominata premio individuale, anche a seguito del recesso datoriale dall'intesa collettiva di secondo livello. I giudici di merito hanno respinto la domanda, rilevando la natura collettiva dell'emolumento e l'assenza di un suo recepimento nei singoli contratti di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, rigettando il ricorso dei lavoratori. La Suprema Corte ha chiarito che la disdetta accordo aziendale fa decadere legittimamente i trattamenti economici accessori previsti dalla contrattazione collettiva. Le clausole collettive operano dall'esterno e non si incorporano nei contratti individuali. Di conseguenza, i lavoratori non possono vantare un diritto acquisito alla conservazione indefinita di voci salariali accessorie istituite a livello aziendale, una volta venuta meno la fonte collettiva istitutiva.
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Recesso ad nutum: quando il cliente può sciogliere il contratto di vigilanza
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di **recesso ad nutum** in un contratto di vigilanza. Una società di vigilanza aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per servizi non pagati. La società cliente aveva opposto, sostenendo di aver esercitato il recesso dal contratto. La Corte d'Appello aveva dato ragione al cliente, ritenendo valido il recesso e non necessario un 'passaggio di consegne'. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società di vigilanza. Ha ribadito che il recesso era legittimo e che la condotta del cliente non violava la buona fede, condannando la società di vigilanza al pagamento delle spese legali.
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Recesso dal contratto collettivo aziendale e stop ai bonus
Alcuni dipendenti hanno chiesto il pagamento di compensi aggiuntivi previsti da un accordo aziendale. L'Azienda aveva esercitato il recesso dal contratto collettivo aziendale a tempo indeterminato, interrompendo l'erogazione dei bonus. I lavoratori sostenevano che tali premi fossero ormai diritti acquisiti e che la decisione violasse la garanzia di giusta retribuzione. La Corte di Cassazione ha rigettato le pretese dei dipendenti. I giudici hanno stabilito che il recesso dal contratto collettivo aziendale a tempo indeterminato è legittimo per evitare vincoli perpetui. Gli aumenti retributivi aziendali costituiscono componenti accessorie e non rientrano nel nucleo essenziale della retribuzione tutelato dalla Costituzione. Di conseguenza, l'Azienda ha vinto la causa e i lavoratori non rinuncianti devono pagare le spese di giudizio.
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Irriducibilità della retribuzione: lecita la revoca dell’indennità
Un lavoratore dipendente riceveva un assegno economico mensile aggiuntivo. In seguito, le parti hanno stipulato un accordo conciliativo per ricondurre tale somma all'indennità per specifiche responsabilità prevista dal contratto collettivo. Successivamente, l'ente datore di lavoro ha riorganizzato le mansioni e ha rimosso l'incarico di responsabile di laboratorio, cessando la corresponsione del compenso accessorio. Il dipendente ha promosso ricorso giudiziale invocando il principio di irriducibilità della retribuzione e contestando l'inadempimento degli accordi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che le indennità accessorie legate a particolari incarichi temporanei non compongono la retribuzione fissa fondamentale. Di conseguenza, la perdita dell'incarico organizzativo legittima la revoca della relativa voce economica senza violare le tutele di legge.
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Contratto a progetto: sospensione illegittima e risarcimento
Un lavoratore con contratto a progetto subisce la sospensione unilaterale della collaborazione da parte dell'ente committente prima del formale recesso. La Corte di Appello accoglie la domanda del lavoratore, condannando l'ente a risarcire i danni per il periodo di inattività forzata e a versare i compensi arretrati. L'ente ricorre in Cassazione contestando la quantificazione economica e la legittimità delle richieste. I giudici di legittimità, rilevando la presenza di questioni interpretative di particolare rilievo riguardanti la gestione del contratto a progetto e la tutela risarcitoria, scelgono di non decidere in camera di consiglio. La Corte emette un'ordinanza interlocutoria e rimette gli atti alla pubblica udienza della sezione lavoro.
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Recesso del conduttore: chi resta paga l’intero canone
Un proprietario concede in locazione un immobile a due conduttori in regime di solidarietà. Uno degli inquilini esercita il recesso del conduttore e riconsegna le proprie chiavi, mentre l'altro resta nell'immobile e decide di versare solo metà del canone mensile pattuito. Il locatore intima lo sfratto per morosità richiedendo l'intero importo contrattuale. I giudici di merito dichiarano risolto il contratto per grave inadempimento e ordinano il rilascio dell'appartamento, accertando che l'inquilino rimasto ha mantenuto la disponibilità dell'intero bene senza alcuna riduzione oggettiva del contratto. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione e dichiara inammissibile il ricorso dell'inquilino, condannandolo alle spese di lite.
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Risoluzione del contratto preliminare: lite sulle spese e stop
La vicenda nasce dalla controversia tra una promittente venditrice e i promissari acquirenti in merito alla risoluzione del contratto preliminare di compravendita immobiliare. I giudici di merito hanno escluso l'inadempimento della venditrice, valutando però negativamente il suo recesso e compensando le spese legali. La proprietaria ha quindi impugnato la decisione contestando l'errata qualificazione del recesso e la mancata condanna alle spese della controparte. Tuttavia, durante il procedimento davanti alla Corte di Cassazione, la ricorrente ha notificato un formale atto di rinuncia. I giudici di legittimità hanno preso atto dell'abbandono della causa, dichiarando l'estinzione del processo ed esonerando la parte dal raddoppio del contributo unificato.
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Disdetta dell’accordo integrativo: perché il premio non è eterno
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa alla propria azienda per continuare a percepire un premio aziendale fisso, originariamente previsto da un accordo collettivo aziendale del 2007. L'azienda aveva infatti interrotto l'erogazione in seguito alla disdetta dell'accordo integrativo avvenuta nel 2015. I lavoratori sostenevano che il premio si fosse ormai incorporato nei loro contratti individuali come trattamento ad personam non modificabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, stabilendo che i contratti collettivi operano dall'esterno e non si integrano stabilmente nei contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo integrativo cancella legittimamente il diritto a percepire i premi futuri, poiché non si tratta di diritti quesiti (già acquisiti) ma di semplici aspettative legate alla vigenza dell'accordo stesso. I lavoratori perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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Recesso nel contratto preliminare: ritardo e tutela dell’acquisto
Un'azienda edile e un consorzio firmano un contratto preliminare di compravendita. Una clausola prevede che, se i lavori durano più di tre anni, il consorzio può chiedere la risoluzione immediata e la restituzione della caparra. Passati i tre anni, i lavori continuano e l'impresa offre una sede temporanea. Successivamente, il consorzio esercita il recesso. L'impresa contesta il recesso, ritenendolo tardivo o rinunciato. La Corte d'Appello e poi la Cassazione danno ragione al consorzio. La Suprema Corte conferma la legittimità del recesso nel contratto preliminare, qualificando la clausola come condizione risolutiva non meramente potestativa. Il comportamento del consorzio non indicava una rinuncia al diritto, e l'esercizio del recesso è valido anche dopo la scadenza del termine se le parti hanno proseguito il rapporto in buona fede. L'impresa perde la causa e deve pagare le spese.
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Disdetta del contratto collettivo: addio al premio aziendale
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa all'azienda per continuare a ricevere un premio aziendale fisso, denominato "ex premio aziendale individuale ad personam", anche dopo la disdetta del contratto collettivo aziendale del 2007. I lavoratori sostenevano che l'emolumento fosse ormai parte del loro contratto individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando che le disposizioni dei contratti collettivi non si incorporano nei contratti individuali ma operano dall'esterno. Di conseguenza, la legittima disdetta del contratto collettivo da parte dell'azienda comporta la cancellazione del premio, in quanto non si tratta di un diritto quesito né di un trattamento minimo costituzionale intoccabile.
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Premio aziendale ad personam: il bonus svanisce con la disdetta
I Lavoratori hanno fatto causa all'Azienda chiedendo di mantenere il premio aziendale ad personam anche dopo la disdetta dell'accordo integrativo aziendale del 2007. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei dipendenti, confermando che le disposizioni dei contratti collettivi non si incorporano nei contratti individuali. Di conseguenza, la disdetta dell'accordo collettivo da parte dell'Azienda ha legittimamente azzerato l'obbligo di pagare il premio per il futuro. Non si tratta di un diritto quesito, poiché le tutele collettive operano dall'esterno e possono essere modificate o cancellate, a differenza dei patti individuali. L'Azienda vince la causa e i lavoratori sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Servitù di passaggio: il cancello chiuso costa caro al condominio
Il Proprietario di un immobile agisce contro il Condominio che ha installato un cancello automatico all'ingresso del viale comune, ostacolando la sua servitù di passaggio. A causa della chiusura, una società conduttrice ha rescisso il contratto di locazione, causando un danno economico. I giudici di merito ordinano al Condominio di tenere aperto il cancello di giorno e lo condannano a risarcire ventimila euro. Il Condominio ricorre in Cassazione, sostenendo che il cancello non creasse un grave disagio avendo consegnato le chiavi. La Suprema Corte rigetta il ricorso: l'installazione del cancello senza citofono limita l'accesso di clienti e terzi, violando la servitù di passaggio. Il Condominio perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali e il risarcimento.
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Caparra confirmatoria: risolverlo non basta per trattenerla
L'Acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di un terreno dai Venditori, versando una caparra confirmatoria di 24.000 euro. Successivamente, l'Acquirente recede lamentando inadempimenti dei Venditori. Questi ultimi chiedono invece la risoluzione del contratto per colpa dell'Acquirente e il risarcimento dei danni, trattenendo la caparra. La Corte d'appello dichiara la risoluzione per colpa dell'Acquirente e autorizza i Venditori a trattenere la caparra. La Cassazione accoglie il ricorso dell'Acquirente: se la parte non inadempiente sceglie la via della risoluzione contrattuale e del risarcimento ordinario anziché il recesso, non può incamerare direttamente la caparra confirmatoria come indennizzo forfettario, ma deve provare l'effettivo danno subito. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Patto di non concorrenza: nullo se l’azienda decide il recesso
La Corte di Cassazione ha confermato l'invalidità del patto di non concorrenza stipulato tra un'azienda e un suo dipendente. Il contratto prevedeva la facoltà per il datore di lavoro di recedere unilateralmente dall'accordo prima della fine del rapporto di lavoro. Secondo i giudici, questa clausola rende il compenso del lavoratore del tutto incerto e indeterminato fin dall'inizio. Il lavoratore subisce infatti una limitazione della propria libertà professionale già al momento della firma, senza avere la certezza di ricevere il corrispettivo pattuito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, dichiarando nullo il patto e condannando il datore di lavoro a pagare le spese legali.
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