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Art. 1359 Codice Civile — Anno 2026

Altri anni per Art. 1359 Codice Civile

Responsabilità professionale dell’avvocato: l’errore senza danno
Un ingegnere cita in giudizio il proprio legale per ottenere il risarcimento del danno, lamentando che il difensore aveva depositato in ritardo l'atto di appello contro una sentenza insoddisfacente sui compensi per opere pubbliche. I giudici di merito respingono la richiesta risarcitoria per mancata prova delle chance di vittoria. La Corte di Cassazione conferma la decisione: la responsabilità professionale dell'avvocato non scatta in automatico per la sola decadenza dai termini processuali. Il cliente ha il preciso onere di dimostrare che il ricorso respinto avrebbe avuto un esito favorevole qualora fosse stato depositato tempestivamente. Escluso tale esito, nessun risarcimento è dovuto.
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Indennità di esclusività negata al medico senza l’ok ministeriale
Un dirigente medico dipendente di un ente previdenziale pubblico ha citato l'amministrazione per ottenere il risarcimento del danno equivalente alla mancata indennità di esclusività e ai guadagni persi per l'attività intramoenia non svolta. Il medico sosteneva che un regolamento interno del 2010 avesse introdotto il trattamento economico e che l'ente avesse riconosciuto il debito accantonando le somme nel bilancio di previsione. I giudici territoriali hanno respinto la richiesta poiché l'accordo sindacale non aveva mai superato il controllo dei Ministeri vigilanti. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici hanno chiarito che l'efficacia del testo contrattuale dipendeva da una condizione sospensiva mai avverata. La mera iscrizione delle somme a bilancio rappresenta una misura contabile prudenziale e non genera alcun diritto al pagamento in capo al lavoratore.
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Indennità di esclusività: accordo bloccato senza avallo
Un dirigente medico dipendente di un ente pubblico previdenziale ha agito in giudizio per ottenere il risarcimento del danno derivante dal mancato riconoscimento dell'attività intramoenia e della correlata indennità di esclusività. Il professionista lamentava l'inadempimento del datore di lavoro rispetto a un accordo regolamentare interno che disciplinava tale regime. Sia il Tribunale sia la Corte di Appello hanno respinto le pretese risarcitorie. I giudici hanno chiarito che l'accordo conteneva una clausola sospensiva espressa: la sua reale efficacia dipendeva dal rilascio della certificazione di compatibilità finanziaria da parte dei Ministeri vigilanti. Tale autorizzazione governativa non è mai intervenuta a causa di criticità rilevate dai ministeri competenti. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il rigetto della domanda, stabilendo che le mere previsioni di bilancio dell'ente non superano il blocco ministeriale e non conferiscono al dipendente alcun diritto soggettivo all'indennità.
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Preliminare di locazione: risarcimento per l’affitto sfumato
Un aspirante locatore e una società commerciale sottoscrivono un preliminare di locazione per un immobile commerciale. L'accordo subordina l'affitto all'acquisto definitivo dell'immobile da parte del promittente locatore. Quest'ultimo adduce presunti ostacoli urbanistici e ritardi nell'acquisto per non formalizzare la locazione promessa. In realtà, l'uomo fa acquistare l'immobile tramite una società di leasing a favore di un'azienda riconducibile alla madre. La società promissaria conduttrice cita in giudizio la controparte per inadempimento contrattuale. I giudici di merito accertano la violazione dell'obbligo di buona fede nella pendenza della condizione e condannano il promittente al risarcimento del danno per il mancato guadagno. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma integralmente la condanna risarcitoria a carico del proprietario sleale.
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Recesso del socio cooperatore: il silenzio batte il divieto
Alcuni soci inviano la comunicazione di recesso a una cooperativa di trasporti. Il consiglio di amministrazione respinge la richiesta oltre il termine di legge di sessanta giorni. La cooperativa e i soci rimasti citano in giudizio gli usciti per presunta concorrenza sleale e sviamento di clientela, sostenendo l'inefficacia dell'uscita. La Suprema Corte respinge il ricorso della cooperativa e conferma la piena validità del recesso del socio cooperatore. Il termine di sessanta giorni concesso agli amministratori per esaminare la dichiarazione ha natura perentoria e decadenziale. L'inerzia del consiglio di amministrazione consolida definitivamente lo scioglimento del vincolo societario. I soci usciti vincono la causa e la cooperativa deve pagare le spese di lite.
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Liquidazione giudiziale: credito confermato e sanzione personale
Una società cessionaria di un ramo d'azienda ha impugnato la decisione che disponeva la sua liquidazione giudiziale su ricorso di un creditore. La debitrice sosteneva che il credito fosse incerto perché legato a un contratto con condizione non avverata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che per avviare la liquidazione giudiziale è sufficiente un accertamento sommaria e incidentale del credito. Inoltre, l'impossibilità di avverare la condizione contrattuale è risultata imputabile alla condotta colposa della stessa debitrice. I giudici hanno condannato al pagamento delle spese processuali la società e, in solido, il suo legale rappresentante per aver agito senza la normale prudenza.
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Omessa assunzione: niente risarcimento se il dipendente non coopera
Un lavoratore ha richiesto il risarcimento del danno per omessa assunzione a seguito di un accordo sindacale che prevedeva il suo inserimento come guardia giurata entro un anno. Il contratto subordinava l'assunzione al rilascio delle autorizzazioni prefettizie, stabilendo che entrambe le parti dovessero richiederle congiuntamente. Il lavoratore è rimasto inerte per sei anni, senza fornire le proprie autocertificazioni o sollecitare la pratica, per poi contestare l'inadempimento aziendale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta risarcitoria del dipendente. I giudici hanno stabilito che la mancata assunzione non è imputabile al datore di lavoro, poiché il dipendente ha violato il dovere di buona fede e collaborazione omettendo di consegnare i documenti indispensabili per avviare la procedura amministrativa.
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Cambio appalto e riassunzione: lite chiusa con accordo
Un lavoratore ottiene dal tribunale il riconoscimento di un contratto a tempo indeterminato con la precedente società affidataria di un servizio di igiene urbana. L'impresa fallisce e subentra una nuova ditta. Il dipendente agisce in giudizio contro la nuova società per ottenere l'assunzione e gli stipendi arretrati, invocando il trasferimento d'azienda e gli accordi sindacali. I giudici di merito respingono la domanda escludendo un passaggio automatico del rapporto. Il dipendente ricorre in Cassazione. Prima dell'udienza, le parti firmano un accordo transattivo in sede sindacale con rinuncia reciproca a tutte le pretese. La Suprema Corte dichiara la cessazione della materia del contendere in tema di cambio appalto e riassunzione, compensando integralmente le spese di lite tra le parti.
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Contratto preliminare: casa abusiva e mutuo negato, la sentenza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de L'Acquirente contro L'Azienda venditrice, cassando la sentenza d'appello per motivazione apparente. La vicenda nasce da un contratto preliminare di compravendita immobiliare condizionato all'ottenimento di un mutuo. Non essendo stato concesso il finanziamento a causa della natura abusiva dell'immobile, i giudici di merito avevano dichiarato inefficace il contratto, senza però valutare le contestazioni dell'acquirente sulla colpa del venditore e sulla disponibilità a pagare con fondi propri. La Cassazione ha stabilito che la sentenza d'appello che si limita a richiamare acriticamente la decisione di primo grado (motivazione per relationem) senza rispondere ai motivi di gravame è nulla. La causa torna alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Arricchimento senza causa: stop a indennizzi senza calcoli chiari
Un professionista ha svolto per un Comune attività di censimento di terreni demaniali. Il contratto è stato dichiarato nullo perché mancava la formale nomina regionale del tecnico. Il professionista ha quindi chiesto l'indennizzo per arricchimento senza causa. La Corte d'appello ha riconosciuto l'utilità del lavoro per l'ente e ha liquidato in via equitativa un indennizzo di 150.000 euro. Il Comune ha fatto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Comune, stabilendo che la liquidazione equitativa non può essere priva di una motivazione logica e dettagliata che spieghi il calcolo effettuato, specie se supera di molto le cifre inizialmente pattuite. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Retribuzione variabile: niente bonus se l’azienda è in crisi
Un dirigente ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare della ex azienda per ottenere il pagamento della retribuzione variabile degli anni 2018-2019 e il rimborso delle spese legali di un processo penale. Il Tribunale ha respinto le richieste per mancanza di obiettivi concordati, per la grave crisi aziendale che rendeva impossibile raggiungere i risultati e per l'assenza di prove sull'effettivo pagamento delle spese legali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la mancata fissazione degli obiettivi non fa scattare automaticamente la retribuzione variabile se la crisi aziendale rende comunque impossibile il risultato. Inoltre, per il rimborso delle spese legali, è indispensabile dimostrare l'effettivo esborso finanziario e non basta una semplice nota proforma del difensore.
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Contratto preliminare con condizione sospensiva: caparra contesa
Un promissario acquirente ha stipulato un contratto preliminare con condizione sospensiva per l'acquisto di un terreno, subordinato al rilascio di concessioni edilizie entro un termine prestabilito. Poiché le autorizzazioni non sono state rilasciate, l'acquirente ha chiesto la restituzione della caparra confirmatoria. La società venditrice si è opposta, sostenendo che il mancato avveramento fosse imputabile all'inerzia del compratore e chiedendo la risoluzione per inadempimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della venditrice. I giudici hanno chiarito che, in pendenza della condizione sospensiva, non è possibile chiedere la risoluzione per inadempimento delle prestazioni principali, ma solo per violazione dell'obbligo di buona fede. Non essendo emerso un comportamento scorretto dell'acquirente, il contratto è rimasto inefficace e la venditrice deve restituire l'intera caparra.
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Contratto Preliminare senza planimetria: valido se l’oggetto è determinato
La Corte di Cassazione ha stabilito che la validità di un accordo immobiliare non è compromessa dalla mancata allegazione di una planimetria, se l'immobile è comunque identificabile. Nel caso specifico, le venditrici sostenevano la nullità di un preliminare per incertezza sull'oggetto. La Corte ha invece confermato la risoluzione del contratto per loro grave inadempimento, condannandole al risarcimento. Il principio sancito è che la determinatezza dell'oggetto del contratto preliminare può essere raggiunta anche tramite documenti esterni (come una pratica edilizia) e dal comportamento delle parti, che dimostravano di aver identificato chiaramente i beni. L'azienda acquirente ha quindi vinto la causa.
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Sentenza ex art. 2932 c.c.: Pagamento è Obbligo, non Condizione
Un promissario acquirente ottiene una sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c. per il trasferimento di un immobile, subordinata al pagamento del prezzo. Nel frattempo, i venditori vendono lo stesso bene a una società che estingue il mutuo, rendendo impossibile per il primo acquirente adempiere alla sua condizione. La Cassazione chiarisce un principio fondamentale: il pagamento del prezzo in questi casi non è una condizione sospensiva che blocca il trasferimento, ma un'obbligazione. La proprietà passa con la sentenza definitiva. Il mancato pagamento è un inadempimento che può portare alla risoluzione del contratto, ma non rende nullo in automatico il trasferimento già avvenuto. La Corte ha quindi accolto il ricorso del primo acquirente.
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Inammissibilità ricorso cassazione: guida ai motivi
Un avvocato dipendente del settore pubblico ha presentato ricorso in Cassazione contro una decisione della Corte d'Appello riguardante il suo rapporto di lavoro, il licenziamento e diverse pretese economiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'intero ricorso inammissibile, sottolineando i rigorosi requisiti procedurali per adire la Suprema Corte. La decisione evidenzia che non è sufficiente proporre una diversa interpretazione dei fatti, ma è necessario contestare specificamente la 'ratio decidendi' (la ragione giuridica della decisione) della sentenza impugnata, pena l'inammissibilità del ricorso per cassazione.
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