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Art. 1358 Codice Civile — Sezione Prima Civile

Altri anni per Art. 1358 Codice Civile

Appalto e perizia di variante: stop al sovrapprezzo non approvato
Un'impresa costruttrice ha sottoscritto un atto per opere aggiuntive nell'ambito di un appalto e perizia di variante, concordando nuovi prezzi subordinati all'approvazione dell'ente concedente. Il direttore dei lavori ha ordinato l'avvio delle attività, contabilizzando in via provvisoria importi maggiori. In seguito, l'ente pubblico ha negato l'approvazione del sovrapprezzo per i materiali di rilevato. Nel saldo finale la committente ha trattenuto oltre due milioni di euro anticipati. L'appaltatore ha agito con decreto ingiuntivo, sostenendo che l'ordine del direttore dei lavori vincolasse la stazione appaltante e integrasse una rinuncia alla condizione. I giudici di merito hanno revocato l'ingiunzione e la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'impresa, confermando che il direttore dei lavori non può impegnare la volontà contrattuale del committente e che la mancata approvazione dell'ente rende legittimo lo stralcio dei compensi non approvati.
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Clausola pagamento PA: quando è nulla la condizione?
Un istituto scolastico ha subordinato il pagamento di una fornitura tecnologica all'accreditamento di fondi ministeriali. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10671/2024, ha stabilito che la clausola pagamento PA è valida, ma l'ente pubblico ha l'obbligo di agire in buona fede per ottenere i fondi. Non avendolo fatto, la scuola è stata condannata a pagare il fornitore, come se la condizione si fosse avverata.
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Rivendicazione beni: soci senza azione diretta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soci che, dopo la risoluzione di un contratto di cessione quote, chiedevano la restituzione di immobili appartenenti alla società. La decisione si fonda sulla carenza di legittimazione attiva dei soci a esperire l'azione di rivendicazione beni, che spetta unicamente alla società, e sulla mancata trascrizione della domanda giudiziale, che rende la sentenza inopponibile ai terzi acquirenti.
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Modifica della domanda in corso di causa: limiti
Un'impresa ha citato in giudizio un ente pubblico previdenziale per maggiori oneri derivanti da un contratto di appalto. Durante la causa, ha tentato di cambiare la natura della sua richiesta di risarcimento, da responsabilità contrattuale a pre-contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità di tale operazione, delineando i rigidi confini della modifica della domanda e ribadendo che un cambiamento sostanziale del fondamento della pretesa è vietato per tutelare il corretto svolgimento del processo.
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Finzione avveramento condizione: quando si applica?
La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti della finzione di avveramento della condizione in un contratto di cessione di quote sociali. Il pagamento del saldo era subordinato all'ottenimento di autorizzazioni ambientali da parte della società le cui quote erano state cedute. Poiché la condizione non si è verificata, il venditore ha agito in giudizio sostenendo che l'inerzia degli acquirenti avesse impedito l'avveramento. La Corte ha respinto il ricorso, specificando che la finzione di avveramento della condizione richiede una condotta dolosa o colposa e non una semplice inerzia, a meno che non esista un obbligo specifico di agire, che in questo caso non gravava sugli acquirenti ma sulla società target.
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Condizione sospensiva: il contratto non produce effetti
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso relativo a una cessione di quote societarie subordinata a una condizione sospensiva: la liberazione dei venditori da garanzie bancarie. Poiché tale condizione non si è verificata, la Corte ha confermato che il contratto non ha mai prodotto i suoi effetti, rigettando la richiesta di risarcimento per inadempimento avanzata dai venditori. La sentenza chiarisce che il mancato avveramento di una condizione non equivale a un inadempimento contrattuale, ma semplicemente impedisce al negozio di diventare efficace.
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Frazionamento mutuo: rifiuto lecito se c’è debito
Una società costruttrice ha citato in giudizio un istituto di credito per i danni derivanti dal rifiuto di procedere al frazionamento del mutuo fondiario. La banca ha giustificato il diniego a causa del grave inadempimento della società nel pagamento degli interessi di preammortamento. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei gradi precedenti, ha respinto il ricorso della società, stabilendo che il rifiuto della banca era legittimo in base all'eccezione di inadempimento e non contrario al principio di buona fede, dato che il diritto al frazionamento del mutuo era contrattualmente subordinato alla regolarità dei pagamenti.
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