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Art. 1340 Codice Civile — Anno 2023

Altri anni per Art. 1340 Codice Civile

Rendimento della polizza TFR alla banca e non al dirigente
Un ex dirigente ha chiesto la condanna della banca datrice di lavoro al pagamento delle somme accumulate come rendimento della polizza TFR. La banca aveva stipulato una polizza assicurativa collettiva per garantire il pagamento del trattamento di fine rapporto dei dipendenti. Alla cessazione del rapporto, il dirigente ha ricevuto il TFR ma ha preteso anche il rendimento finanziario della polizza. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, rilevando che il contratto assicurativo riservava i rendimenti eccedenti alla banca contraente e non ai lavoratori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando che l'interpretazione del contratto spetta ai giudici di merito e che il dipendente, essendo estraneo all'accordo assicurativo tra banca e assicurazione, non può rivendicare il rendimento della polizza TFR in assenza di una specifica pattuizione.
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Superminimo riassorbibile: la prassi aziendale batte il contratto
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa al proprio datore di lavoro per contestare l'assorbimento degli aumenti del contratto collettivo nel loro superminimo riassorbibile. La Corte d'Appello aveva dato ragione all'azienda, ritenendo che la precedente scelta di non procedere all'assorbimento non costituisse una rinuncia definitiva a tale facoltà. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che la costante e generalizzata abitudine dell'azienda di non assorbire gli aumenti salariali configura un uso aziendale. Questo comportamento crea un diritto per i lavoratori che non può essere modificato unilateralmente dal datore di lavoro. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Uso aziendale pubblico impiego: la prassi non batte il contratto
La Cassazione chiarisce i limiti dell'uso aziendale nel pubblico impiego. Alcuni medici sindacalisti chiedevano a un'Azienda Sanitaria di continuare a pagare i permessi sindacali in modo forfettario, come fatto per anni, basandosi su una prassi consolidata. L'Azienda aveva invece iniziato a rimborsare solo le ore di sostituzione effettive, seguendo una nuova interpretazione del contratto collettivo. La Corte ha dato ragione all'Azienda Sanitaria. Ha stabilito che una prassi, anche se duratura, non può creare diritti economici per i dipendenti pubblici se va oltre quanto previsto dalla contrattazione collettiva. La Pubblica Amministrazione ha il dovere di interrompere pagamenti non giustificati dal contratto.
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Uso aziendale pubblico impiego: la prassi non crea diritti
Un medico, rappresentante sindacale, si è opposto alla decisione dell'Azienda Sanitaria di interrompere il pagamento forfettario per le ore di attività sindacale, una prassi consolidata da anni. L'Azienda aveva iniziato a rimborsare solo le ore di sostituzione effettive, come previsto dal contratto collettivo. La Cassazione ha dato ragione all'Azienda Sanitaria, stabilendo un principio fondamentale: l'uso aziendale nel pubblico impiego non può creare diritti economici per i dipendenti se questi non sono previsti dalla contrattazione collettiva. Una prassi favorevole, anche se pluriennale, derivante da un'errata interpretazione del contratto, non diventa un diritto e la Pubblica Amministrazione ha il dovere di interromperla.
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Premio aziendale ad personam: non è per sempre se scade l’accordo
Un lavoratore chiedeva di continuare a ricevere un premio aziendale ad personam anche dopo che l'azienda aveva disdetto l'accordo collettivo che lo prevedeva. Sosteneva che il premio fosse ormai parte del suo contratto individuale. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che le clausole di un contratto collettivo non si 'incorporano' automaticamente in quello individuale. Esse regolano il rapporto dall'esterno e la loro efficacia cessa con la scadenza o la disdetta dell'accordo collettivo. Di conseguenza, il lavoratore ha perso il diritto al premio.
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Anzianità Convenzionale: Paga per 6 Anni e Nega, ma Vince il Lavoratore
Un'azienda interrompe il pagamento di un emolumento a un dipendente, tentando di recuperare le somme già versate. Il diritto del lavoratore nasceva dal riconoscimento anzianità convenzionale pattuito all'assunzione, che retrodatava il suo ingresso. Per quasi sei anni, l'azienda aveva corrisposto l'emolumento, confermando l'accordo con il suo comportamento. La Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo che l'interpretazione del contratto individuale da parte del giudice di merito era logica e plausibile. Il riconoscimento dell'anzianità implicava l'estensione di tutti i benefici collegati, rendendo legittimo il pagamento. L'azienda non ha potuto imporre una diversa interpretazione, perdendo la causa.
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Licenziamento giusta causa: il limite dei permessi
Un rappresentante sindacale è stato licenziato per giusta causa dopo aver superato il monte ore concesso per i permessi sindacali, in violazione di un nuovo accordo aziendale e nonostante un invito a riprendere servizio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, respingendo le accuse di violazione procedurale, tolleranza aziendale e discriminazione. La sentenza sottolinea come un nuovo accordo collettivo prevalga sulle prassi precedenti e come la mancata ripresa del servizio, a seguito di un richiamo formale, possa integrare la giusta causa di licenziamento.
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