La Corte di Cassazione conferma la condanna per bancarotta fraudolenta di un imprenditore, ritenuto l'amministratore di fatto di una società fallita. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese al curatore fallimentare dall'amministratrice di diritto, una 'prestanome' straniera con scarsa conoscenza dell'italiano. La Corte ha stabilito che le relazioni del curatore sono prove documentali valide nel processo penale. Le dichiarazioni raccolte, anche senza un interprete ufficiale, sono utilizzabili perché la procedura fallimentare non è un procedimento penale. La condanna per l'amministratore di fatto per bancarotta è quindi definitiva, con il ricorso dichiarato inammissibile.
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