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Art. 1207 Codice Civile — Anno 2023

Altri anni per Art. 1207 Codice Civile

Messa in mora: vince la causa ma perde lo stipendio per inattività
Il Lavoratore, dopo aver ottenuto una sentenza favorevole che dichiarava nullo il termine del suo contratto e ordinava la reintegrazione, è rimasto inattivo per oltre due anni senza offrire concretamente le proprie prestazioni. Successivamente, ha chiesto il pagamento delle retribuzioni arretrate. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che, per pretendere le retribuzioni dopo una sentenza di ripristino del rapporto, è necessaria una formale messa in mora del datore di lavoro attraverso l'offerta effettiva della prestazione lavorativa. La semplice notifica della sentenza non è sufficiente a manifestare la reale volontà di riprendere il servizio, escludendo così il diritto a ricevere lo stipendio per il periodo di inattività non concordato.
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Cessione del ramo d’azienda: stipendio dovuto anche senza lavoro
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda contro il decreto ingiuntivo ottenuto da un dipendente per il pagamento dello stipendio. La cessione del ramo d'azienda a cui il lavoratore era addetto era stata dichiarata invalida. Il datore di lavoro originario sosteneva di poter trattenere le somme percepite dal lavoratore a titolo di indennità risarcitoria da parte dell'azienda acquirente. La Suprema Corte ha invece chiarito che, dichiarata inefficace la cessione del ramo d'azienda, il rapporto di lavoro originario rimane in vita. Di conseguenza, l'obbligo di pagare le retribuzioni ha natura retributiva e non risarcitoria. Non si applica quindi la compensazione con quanto percepito dal lavoratore per altre vicende lavorative di fatto. Il lavoratore ha diritto all'intero stipendio.
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Cessione ramo d’azienda: stipendio dovuto anche senza reintegra
Un lavoratore ha contestato la cessione ramo d'azienda che aveva comportato il trasferimento del suo contratto a una nuova società. I giudici hanno dichiarato illegittimo il trasferimento, ma l'azienda originaria non ha riassunto il dipendente, nonostante la sua disponibilità. Il lavoratore ha quindi continuato a lavorare per la società acquirente, chiedendo però lo stipendio anche all'azienda originaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'azienda originaria deve pagare le retribuzioni arretrate. Il pagamento ricevuto dalla società acquirente non cancella il debito dell'azienda originaria, poiché quest'ultima è in mora per aver rifiutato il dipendente. Il ricorso dell'azienda è stato respinto.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: no al doppio stipendio
Un lavoratore, a seguito della dichiarazione di illegittimità della cessione di ramo d'azienda, ha richiesto all'azienda cedente il pagamento delle retribuzioni già percepite dall'azienda cessionaria presso cui aveva lavorato. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha revocato il decreto ingiuntivo ritenendo i pagamenti del cessionario come adempimento del terzo. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione invocando un nuovo orientamento giurisprudenziale favorevole. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice di rinvio è rigidamente vincolato al principio di diritto enunciato nella precedente sentenza rescindente, anche in presenza di successivi mutamenti della giurisprudenza. Vince l'azienda cedente.
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Trasferimento di ramo d’azienda nullo: stipendi comunque dovuti
Una lavoratrice ha ottenuto la dichiarazione di invalidità del trasferimento di ramo d'azienda tra la sua azienda originaria e una nuova società. Nel frattempo, era stata licenziata dalla nuova società e aveva scelto di percepire l'indennità sostitutiva della reintegrazione. Successivamente, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle retribuzioni arretrate. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che l'indennità ricevuta e la risoluzione del rapporto con la nuova società estinguessero il debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda originaria. I giudici hanno stabilito che, dichiarata la nullità del trasferimento, il rapporto di lavoro originario sopravvive di diritto. Le vicende risolutive con la nuova società, inclusa l'indennità sostitutiva, non incidono sull'obbligo dell'azienda originaria di pagare gli stipendi dovuti a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Retribuzione senza prestazione: l’azienda vince se manca la mora
La Cassazione affronta il caso di alcune lavoratrici, il cui rapporto di lavoro diretto con un'azienda committente era stato accertato da un giudice a seguito di un appalto illecito. Nonostante l'ordine di reintegro, l'azienda non le riammetteva in servizio. La Corte ha stabilito che il diritto alla retribuzione senza prestazione lavorativa non è automatico. Esso sorge solo dal momento in cui le lavoratrici mettono formalmente in mora il datore di lavoro, offrendo la propria prestazione. Poiché un gruppo di lavoratrici non ha provato questo atto formale successivo alla sentenza, la Corte ha annullato la loro vittoria, rinviando il caso per una nuova valutazione. L'azienda vince quindi su un punto procedurale decisivo.
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Cessione d’azienda illegittima: danno negato senza offerta di lavoro
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto al suo datore di lavoro originario un indennizzo per il periodo tra la cessione e la sentenza. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: per ottenere il risarcimento danno cessione ramo d'azienda relativo a quel periodo, non basta la successiva dichiarazione di illegittimità. Il lavoratore deve aver formalmente messo a disposizione le proprie energie lavorative al datore di lavoro originario (costituzione in mora). In assenza di tale offerta, l'azienda non è considerata inadempiente e non è tenuta a risarcire il danno. La Corte ha quindi accolto il ricorso dell'azienda, chiarendo che il risarcimento non è una conseguenza automatica.
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Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda al pagamento delle retribuzioni a un gruppo di lavoratori. Il loro trasferimento a un'altra società era stato dichiarato illegittimo da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda originaria non li aveva riammessi in servizio. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche senza una prestazione lavorativa effettiva, se il lavoratore ha offerto i propri servizi e il datore li ha ingiustificatamente rifiutati. Il rifiuto di riammettere il lavoratore fa ricadere sull'azienda il peso economico degli stipendi, che mantengono la loro natura retributiva e non diventano un semplice risarcimento del danno.
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Cessione Illegittima: Azienda Paga Stipendio Senza Lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda a pagare gli stipendi a un gruppo di lavoratori. Il caso nasce da una cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda si era rifiutata di riammettere i dipendenti. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo post cessione illegittima sorge comunque. Il datore di lavoro deve pagare le retribuzioni dal momento in cui i lavoratori mettono a disposizione le loro energie, anche se di fatto non lavorano a causa del rifiuto ingiustificato dell'azienda stessa. L'azienda ha quindi perso la causa e deve pagare gli stipendi arretrati.
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Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione affronta il caso di alcuni lavoratori trasferiti a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima. I dipendenti avevano offerto le loro prestazioni lavorative all'azienda originaria, che però le aveva rifiutate. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche se il dipendente non ha effettivamente lavorato, qualora il mancato svolgimento dell'attività sia dovuto al rifiuto ingiustificato dell'azienda. L'azienda, trovandosi in 'mora del creditore', è tenuta a pagare gli stipendi come se la prestazione fosse stata regolarmente eseguita. La sentenza conferma che il diritto alla retribuzione non viene meno a causa del comportamento illegittimo del datore.
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Cessione Ramo d’Azienda Illegittima: Niente Risarcimento Senza Mora
Una lavoratrice, il cui rapporto di lavoro era stato trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle differenze retributive per il periodo tra la cessione e la sentenza. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. Ha chiarito che, per il periodo precedente alla sentenza, il lavoratore non ha diritto alla retribuzione ma a un eventuale risarcimento del danno. Per ottenere tale risarcimento, però, è indispensabile aver messo a disposizione le proprie energie lavorative, costituendo formalmente in mora il datore di lavoro. Senza questo passaggio, non spetta alcun risarcimento danno cessione ramo d'azienda. La lavoratrice ha quindi perso la causa.
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Crollo soffitto e concorso di colpa: quando l’inquilino è colpevole
Un'azienda subisce danni per il crollo del controsoffitto nel locale in affitto, causato da scarsa manutenzione del proprietario. Quest'ultimo, pur avendo avvisato del pericolo, si era visto negare dall'azienda il trasferimento temporaneo in altri locali per eseguire le riparazioni. La Corte di Cassazione ha stabilito che il rifiuto dell'inquilino non basta a renderlo unico responsabile. Per escludere o ridurre il risarcimento per concorso di colpa del danneggiato, il proprietario deve dimostrare di aver fatto un'offerta formale per un locale alternativo e che il rifiuto dell'inquilino sia stato ingiustificato. La condotta del danneggiato non può essere considerata causa esclusiva del danno, che origina primariamente dall'inadempimento del locatore.
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Recesso leasing: stop ai canoni futuri
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di legittimo recesso leasing esercitato dall'utilizzatore di un'imbarcazione, non è dovuto il pagamento dei canoni residui fino alla scadenza naturale del contratto. La Corte ha inoltre chiarito che, se l'utilizzatore mette formalmente in mora la società di leasing offrendo la restituzione del bene, le spese di custodia successive gravano sulla società creditrice che ha rifiutato la consegna senza giustificato motivo.
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Obbligo retributivo cedente: il datore di lavoro paga
La Corte di Cassazione conferma che, in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, l'obbligo retributivo del cedente verso il lavoratore è di natura salariale e non risarcitoria. Il datore di lavoro originario, che non riammette in servizio il dipendente, è tenuto a corrispondere l'intera retribuzione, senza poter detrarre quanto percepito dal lavoratore presso l'azienda cessionaria (c.d. aliunde perceptum). La sentenza ribadisce che il rapporto di lavoro prosegue legalmente con il cedente, il quale si trova in una situazione di mora del creditore.
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Trasferimento ramo d’azienda: obblighi del cedente
La Cassazione conferma che in caso di trasferimento ramo d'azienda illegittimo, l'obbligo del datore di lavoro cedente che non ottempera all'ordine di reintegra ha natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, non è possibile detrarre quanto percepito dal lavoratore presso il cessionario. L'obbligo di pagare l'intera retribuzione sorge dalla mora del creditore (datore di lavoro).
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Risarcimento danno locazione: quando si paga?
Una recente ordinanza della Cassazione chiarisce che l'inquilino che causa la risoluzione anticipata del contratto per inadempimento è tenuto al risarcimento danno locazione. Tale risarcimento è pari ai canoni che il proprietario avrebbe percepito fino alla naturale scadenza del contratto, anche se l'immobile è stato riconsegnato. La semplice accettazione delle chiavi da parte del locatore non estingue il diritto al risarcimento.
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Cessione ramo d’azienda: obblighi del datore cedente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30087/2023, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il datore di lavoro originario (cedente) è tenuto a pagare le retribuzioni al lavoratore. Questo obbligo sorge dal momento in cui il lavoratore mette a disposizione le proprie energie lavorative, anche se di fatto ha continuato a lavorare per la società acquirente (cessionaria). La Corte ha rigettato il ricorso della società cedente, confermando la duplicità del rapporto di lavoro: uno 'de iure' con il cedente e uno 'di fatto' con il cessionario, e ha ribadito che il pagamento ricevuto dal cessionario non libera il cedente dal proprio obbligo retributivo.
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Cessione ramo d’azienda illegittima: paga la cedente
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione di ramo d'azienda illegittima, la società cedente è tenuta a pagare le differenze retributive ai lavoratori. Questo obbligo sussiste dal momento in cui i dipendenti mettono a disposizione le proprie energie lavorative, anche se di fatto hanno continuato a lavorare per la società cessionaria. La sentenza chiarisce che il pagamento ricevuto dalla cessionaria non estingue l'obbligazione retributiva della cedente, confermando un principio di duplicità dei rapporti di lavoro: uno di diritto con la cedente e uno di fatto con la cessionaria.
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