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Art. 1206 Codice Civile — Anno 2023

Altri anni per Art. 1206 Codice Civile

Risoluzione contratto appalto: ko l’impresa che rifiuta i lavori
L'Appaltatore ha chiesto la risoluzione contratto appalto contro due Comuni Committenti per la costruzione di loculi cimiteriali, lamentando il blocco dei lavori e la mancata approvazione di varianti. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, rilevando che l'inadempimento grave era dell'Appaltatore, il quale si era rifiutato di riprendere i lavori dopo l'approvazione della perizia di variante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Appaltatore. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può riesaminare i fatti già accertati nei gradi di merito e che l'appaltatore non può condizionare la ripresa dei lavori a ulteriori modifiche contrattuali non concordate. L'Appaltatore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese legali.
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Messa in mora: vince la causa ma perde lo stipendio per inattività
Il Lavoratore, dopo aver ottenuto una sentenza favorevole che dichiarava nullo il termine del suo contratto e ordinava la reintegrazione, è rimasto inattivo per oltre due anni senza offrire concretamente le proprie prestazioni. Successivamente, ha chiesto il pagamento delle retribuzioni arretrate. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibile il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che, per pretendere le retribuzioni dopo una sentenza di ripristino del rapporto, è necessaria una formale messa in mora del datore di lavoro attraverso l'offerta effettiva della prestazione lavorativa. La semplice notifica della sentenza non è sufficiente a manifestare la reale volontà di riprendere il servizio, escludendo così il diritto a ricevere lo stipendio per il periodo di inattività non concordato.
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Cessione di ramo d’azienda: l’azienda paga anche se non riassume
Un lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro il datore di lavoro originario per il pagamento degli stipendi arretrati. La richiesta nasceva dalla mancata riammissione in servizio dopo che il giudice aveva annullato la cessione di ramo d'azienda verso un'altra società. La Corte d'Appello ha confermato che il datore originario, una volta costituito in mora, deve pagare le retribuzioni e non un semplice risarcimento, anche se il dipendente ha continuato a lavorare temporaneamente per l'acquirente. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha poi depositato una formale rinuncia, accettata dal lavoratore. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, confermando l'obbligo di pagamento a carico dell'azienda.
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Cessione di ramo d’azienda: risarcimento solo con messa in mora
Un lavoratore ha contestato la cessione di ramo d'azienda della propria società, ottenendo dal giudice la dichiarazione di illegittimità del trasferimento. Successivamente, ha richiesto all'azienda cedente il risarcimento del danno per le differenze retributive relative al periodo precedente alla sentenza. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo non necessaria la formale offerta della prestazione lavorativa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che per il periodo antecedente alla pronuncia giudiziale il risarcimento spetta solo se il dipendente ha provveduto a costituire in mora il datore di lavoro originario, offrendo formalmente le proprie energie lavorative. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio.
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Cessione di ramo d’azienda: niente danni senza messa in mora
Un lavoratore, trasferito a un'altra società a seguito di una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto all'azienda cedente il risarcimento dei danni per il periodo precedente alla sentenza di annullamento. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per quel periodo, il rapporto di lavoro rimane sospeso. Di conseguenza, il dipendente non ha diritto automatico al risarcimento se non ha prima offerto formalmente le proprie prestazioni lavorative all'originario datore di lavoro, mettendolo in mora. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso dell'azienda, annullando la decisione precedente che aveva concesso il risarcimento in modo automatico.
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Cessione del ramo d’azienda: stipendio dovuto anche senza lavoro
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda contro il decreto ingiuntivo ottenuto da un dipendente per il pagamento dello stipendio. La cessione del ramo d'azienda a cui il lavoratore era addetto era stata dichiarata invalida. Il datore di lavoro originario sosteneva di poter trattenere le somme percepite dal lavoratore a titolo di indennità risarcitoria da parte dell'azienda acquirente. La Suprema Corte ha invece chiarito che, dichiarata inefficace la cessione del ramo d'azienda, il rapporto di lavoro originario rimane in vita. Di conseguenza, l'obbligo di pagare le retribuzioni ha natura retributiva e non risarcitoria. Non si applica quindi la compensazione con quanto percepito dal lavoratore per altre vicende lavorative di fatto. Il lavoratore ha diritto all'intero stipendio.
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Danni da farina nociva: sì alla responsabilità extracontrattuale
Un produttore dolciario subisce ingenti danni commerciali, tra cui la perdita di un importante cliente estero, a causa della presenza di arachidi non dichiarate nella farina fornita da un partner commerciale, che ha causato uno shock anafilattico a una consumatrice. La Corte d'Appello respinge la richiesta di risarcimento ritenendo tardiva la denuncia dei vizi della merce. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso del produttore, stabilendo che, oltre alla responsabilità contrattuale, è configurabile la responsabilità extracontrattuale del venditore se il danno lede diritti assoluti estranei al contratto, come l'avviamento commerciale e la reputazione aziendale. Questa azione non è soggetta ai brevi termini di decadenza previsti per i vizi della vendita. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Segnalazione alla Centrale dei Rischi: tra danno e usura
I Mutuatari e la Cooperativa Agricola hanno citato in giudizio la Banca contestando l'illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi e chiedendo il risarcimento dei danni, oltre alla restituzione di interessi asseritamente usurari. La Corte d'Appello ha ridotto il risarcimento per i singoli a 5.000 euro e ha rigettato la domanda della Cooperativa per mancanza di prove sul danno patrimoniale. La Corte di Cassazione ha rigettato sia il ricorso principale dei clienti sia quello incidentale della banca. La Suprema Corte ha chiarito che la segnalazione alla Centrale dei Rischi non costituisce un danno in re ipsa alla reputazione commerciale, ma richiede la prova concreta del peggioramento dell'affidabilità creditizia. Inoltre, i contributi regionali versati direttamente alla banca escludono l'usura soggettiva per somme mai sborsate dai mutuatari.
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Cessione ramo d’azienda: stipendio dovuto anche senza reintegra
Un lavoratore ha contestato la cessione ramo d'azienda che aveva comportato il trasferimento del suo contratto a una nuova società. I giudici hanno dichiarato illegittimo il trasferimento, ma l'azienda originaria non ha riassunto il dipendente, nonostante la sua disponibilità. Il lavoratore ha quindi continuato a lavorare per la società acquirente, chiedendo però lo stipendio anche all'azienda originaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'azienda originaria deve pagare le retribuzioni arretrate. Il pagamento ricevuto dalla società acquirente non cancella il debito dell'azienda originaria, poiché quest'ultima è in mora per aver rifiutato il dipendente. Il ricorso dell'azienda è stato respinto.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: no al doppio stipendio
Un lavoratore, a seguito della dichiarazione di illegittimità della cessione di ramo d'azienda, ha richiesto all'azienda cedente il pagamento delle retribuzioni già percepite dall'azienda cessionaria presso cui aveva lavorato. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha revocato il decreto ingiuntivo ritenendo i pagamenti del cessionario come adempimento del terzo. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione invocando un nuovo orientamento giurisprudenziale favorevole. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice di rinvio è rigidamente vincolato al principio di diritto enunciato nella precedente sentenza rescindente, anche in presenza di successivi mutamenti della giurisprudenza. Vince l'azienda cedente.
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Trasferimento di ramo d’azienda nullo: stipendi comunque dovuti
Una lavoratrice ha ottenuto la dichiarazione di invalidità del trasferimento di ramo d'azienda tra la sua azienda originaria e una nuova società. Nel frattempo, era stata licenziata dalla nuova società e aveva scelto di percepire l'indennità sostitutiva della reintegrazione. Successivamente, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle retribuzioni arretrate. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che l'indennità ricevuta e la risoluzione del rapporto con la nuova società estinguessero il debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda originaria. I giudici hanno stabilito che, dichiarata la nullità del trasferimento, il rapporto di lavoro originario sopravvive di diritto. Le vicende risolutive con la nuova società, inclusa l'indennità sostitutiva, non incidono sull'obbligo dell'azienda originaria di pagare gli stipendi dovuti a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Azione revocatoria: aeroporto costretto a restituire i pagamenti
Una società di gestione aeroportuale riceveva pagamenti da una compagnia aerea sull'orlo del fallimento. Dopo la dichiarazione di insolvenza, il commissario straordinario avviava un'azione revocatoria fallimentare per riavere indietro quelle somme. La società aeroportuale si difendeva sostenendo di essere stata obbligata ad accettare i pagamenti per legge (art. 802 Cod. Nav.), per poter autorizzare la partenza degli aerei. La Corte di Cassazione ha dato torto alla società aeroportuale, stabilendo che la conoscenza dello stato di insolvenza rende i pagamenti revocabili. La norma invocata tutela il gestore, ma non lo obbliga ad accettare un pagamento a rischio di revocatoria, né crea un'eccezione alle regole fallimentari. Di conseguenza, la società è stata condannata a restituire oltre 1,7 milioni di euro.
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Sospensione illegittima dei lavori: committente paga i danni
La Corte di Cassazione ha stabilito che la sospensione illegittima dei lavori in un appalto pubblico, causata dalla mancata messa a disposizione dei terreni da parte dell'Ente Committente, costituisce un grave inadempimento contrattuale. Questa mancanza non può essere considerata una difficoltà ordinaria o una causa di forza maggiore. Di conseguenza, l'impresa appaltatrice ha pieno diritto non solo alla risoluzione del contratto, ma anche al risarcimento di tutti i danni subiti, inclusi i maggiori oneri e le spese generali. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'Ente Committente, confermando la sua responsabilità e l'obbligo di risarcire l'impresa per il fermo del cantiere.
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Retribuzione senza prestazione: l’azienda vince se manca la mora
La Cassazione affronta il caso di alcune lavoratrici, il cui rapporto di lavoro diretto con un'azienda committente era stato accertato da un giudice a seguito di un appalto illecito. Nonostante l'ordine di reintegro, l'azienda non le riammetteva in servizio. La Corte ha stabilito che il diritto alla retribuzione senza prestazione lavorativa non è automatico. Esso sorge solo dal momento in cui le lavoratrici mettono formalmente in mora il datore di lavoro, offrendo la propria prestazione. Poiché un gruppo di lavoratrici non ha provato questo atto formale successivo alla sentenza, la Corte ha annullato la loro vittoria, rinviando il caso per una nuova valutazione. L'azienda vince quindi su un punto procedurale decisivo.
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Progetto esecutivo cantierabile: Comune negligente, paga i danni
Un'impresa edile chiede la risoluzione di un appalto pubblico e il risarcimento danni a un Comune. L'ente aveva sospeso i lavori per la costruzione di un carcere a causa della mancanza della documentazione tecnica necessaria. La Cassazione ha confermato la colpa del Comune, stabilendo un principio fondamentale: l'obbligo di fornire un progetto esecutivo cantierabile spetta sempre alla stazione appaltante. Questo dovere, previsto da norme imperative a tutela dell'interesse pubblico, non può essere trasferito all'impresa. La sospensione dei lavori, causata dalla negligenza del Comune stesso, è stata quindi giudicata illegittima, condannando l'ente a risarcire l'impresa.
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Appalto: il dovere di cooperazione del committente vince sul recesso
Una società appaltatrice segnala a un Comune la pericolosità dell'impianto di illuminazione pubblica che doveva manutenere. Il Comune, invece di intervenire per metterlo in sicurezza, non fa nulla e poi risolve il contratto accusando la società di inadempimento. La Cassazione dà ragione all'impresa, affermando che il cliente non può accusare l'appaltatore se prima non ha rispettato il proprio dovere di cooperazione del committente. L'inerzia del Comune ha reso impossibile il lavoro, quindi la risoluzione del contratto era illegittima. La mancata collaborazione del cliente blocca il suo diritto di lamentare l'inadempimento altrui.
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Cessione d’azienda illegittima: danno negato senza offerta di lavoro
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto al suo datore di lavoro originario un indennizzo per il periodo tra la cessione e la sentenza. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: per ottenere il risarcimento danno cessione ramo d'azienda relativo a quel periodo, non basta la successiva dichiarazione di illegittimità. Il lavoratore deve aver formalmente messo a disposizione le proprie energie lavorative al datore di lavoro originario (costituzione in mora). In assenza di tale offerta, l'azienda non è considerata inadempiente e non è tenuta a risarcire il danno. La Corte ha quindi accolto il ricorso dell'azienda, chiarendo che il risarcimento non è una conseguenza automatica.
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Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda al pagamento delle retribuzioni a un gruppo di lavoratori. Il loro trasferimento a un'altra società era stato dichiarato illegittimo da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda originaria non li aveva riammessi in servizio. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche senza una prestazione lavorativa effettiva, se il lavoratore ha offerto i propri servizi e il datore li ha ingiustificatamente rifiutati. Il rifiuto di riammettere il lavoratore fa ricadere sull'azienda il peso economico degli stipendi, che mantengono la loro natura retributiva e non diventano un semplice risarcimento del danno.
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Cessione Illegittima: Azienda Paga Stipendio Senza Lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda a pagare gli stipendi a un gruppo di lavoratori. Il caso nasce da una cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda si era rifiutata di riammettere i dipendenti. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo post cessione illegittima sorge comunque. Il datore di lavoro deve pagare le retribuzioni dal momento in cui i lavoratori mettono a disposizione le loro energie, anche se di fatto non lavorano a causa del rifiuto ingiustificato dell'azienda stessa. L'azienda ha quindi perso la causa e deve pagare gli stipendi arretrati.
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Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione affronta il caso di alcuni lavoratori trasferiti a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima. I dipendenti avevano offerto le loro prestazioni lavorative all'azienda originaria, che però le aveva rifiutate. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche se il dipendente non ha effettivamente lavorato, qualora il mancato svolgimento dell'attività sia dovuto al rifiuto ingiustificato dell'azienda. L'azienda, trovandosi in 'mora del creditore', è tenuta a pagare gli stipendi come se la prestazione fosse stata regolarmente eseguita. La sentenza conferma che il diritto alla retribuzione non viene meno a causa del comportamento illegittimo del datore.
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