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Tribunale Del Riesame — Anno 2026

Altri anni per Tribunale Del Riesame

Provvedimenti

Sequestro probatorio: illegittimo se usato per cercare il reato
La Procura ha disposto una perquisizione con sequestro probatorio di computer e telefoni nei confronti di un professionista, indagato per truffa aggravata e abusivismo finanziario in un presunto giro di investimenti illeciti nel trading online. Il Tribunale del Riesame ha confermato il provvedimento, basandosi su denunce di investitori raggirati e sui rapporti formali tra l'indagato e una società coinvolta. L'indagato ha contestato la natura meramente esplorativa del vincolo, evidenziando l'assenza di condotte illecite concrete a suo carico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno chiarito che il sequestro probatorio non può trasformarsi in uno strumento per andare alla ricerca di una notizia di reato. Il provvedimento deve spiegare le ragioni del reato ipotizzato e la pertinenza specifica dei dispositivi rispetto all'accusa.
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Custodia cautelare in carcere confermata per traffico di droga
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere a carico di un indagato per associazione finalizzata al traffico di droga aggravata dal metodo mafioso. La difesa contestava l'assenza di un ruolo stabile nel gruppo e sosteneva l'insussistenza del pericolo di reiterazione per il tempo trascorso dai fatti, richiamando precedenti assoluzioni in indagini simili. I giudici hanno respinto il ricorso. Gli ermellini hanno evidenziato il ruolo attivo dell'indagato, il quale aveva reclutato un corriere per trasportare 32 chili di marijuana e gli aveva consegnato cellulari con chat criptate per parlare con il vertice del clan. La Suprema Corte ha chiarito che i gravi indizi cautelari richiedono solo una qualificata probabilità di colpevolezza e che il tempo trascorso non cancella la pericolosità criminale.
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Sostituzione della custodia cautelare e offerta di ospitalità
Un indagato sottoposto a carcere cautelare ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari, presentando una dichiarazione scritta del fratello pronto a ospitarlo e ad assisterlo. Il Tribunale del riesame ha respinto l'istanza evidenziando la gravità dei reati di droga e i precedenti dell'uomo, ma ha ignorato del tutto la disponibilità alloggiativa offerta dal familiare. La Corte di Cassazione, respinta l'eccezione di inammissibilità per il deposito via PEC giustificato dal blocco tecnico del portale ministeriale, ha accolto il ricorso dell'indagato. I Supremi Giudici hanno stabilito che i magistrati non possono ignorare l'offerta di accoglienza di un parente, poiché tale elemento incide direttamente sulla valutazione di adeguatezza della misura restrittiva. L'ordinanza è stata dunque annullata con rinvio per una nuova e motivata decisione sul punto.
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Pericolo di reiterazione del reato e blocco del bancomat
Un collaboratore domestico convivente ha sottratto la carta di credito del datore di lavoro, affetto da grave disabilità, prelevando mille euro e tentando altri prelievi. Il primo giudice aveva negato misure restrittive ritenendo che il licenziamento e il blocco della carta escludessero nuovi reati. Il Tribunale del riesame ha invece applicato l'obbligo di firma, ravvisando il pericolo di reiterazione del reato in base ai precedenti penali dell'uomo e alla spregiudicatezza della condotta. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento, dichiarando inammissibile il ricorso dell'indagato e condannandolo al pagamento delle spese. I giudici supremi hanno chiarito che il rischio di ricaduta non riguarda solo la stessa persona offesa, ma condotte simili verso chiunque.
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Custodia cautelare in carcere: niente domiciliari per lo spaccio
Il Tribunale del riesame confermava la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di plurime cessioni continuative di cocaina. L'indagato proponeva ricorso per Cassazione, sostenendo che gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico fossero adeguati in virtù della sua incensuratezza e di una parziale collaborazione investigativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni ammissive dell'indagato costituivano una mera strategia difensiva, incapace di identificare il fornitore. L'attività illecita era continuata perfino dopo una precedente violazione dell'obbligo di dimora, svolgendosi nell'abitazione familiare con il concorso della coniuge. La custodia cautelare in carcere è risultata l'unica misura proporzionata alla pericolosità sociale dell'indagato, condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Deposito del ricorso via PEC: perché la Cassazione lo boccia
Il Tribunale del riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato per reati di sostanze stupefacenti. La difesa proponeva ricorso per cassazione contestando la competenza territoriale del giudice, i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari. Tuttavia, il difensore trasmetteva l'atto tramite posta elettronica certificata all'indirizzo dell'ufficio giudiziario anziché utilizzare l'apposito portale telematico. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. La legge vieta il deposito del ricorso via PEC per le misure cautelari dopo la scadenza del regime transitorio fissata al 31 marzo 2026. L'indagato resta in carcere ed è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione via PEC: scatta l’inammissibilità
Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati di droga ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del riesame. La difesa ha inoltrato il ricorso per cassazione via PEC alla cancelleria del tribunale dopo la scadenza del regime transitorio di digitalizzazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno chiarito che, terminata la fase transitoria, gli atti difensivi in materia cautelare devono transitare obbligatoriamente dal portale telematico dedicato. L'invio della posta elettronica certificata ordinaria non è più consentito e rende irricevibile il gravame, salva la prova di un guasto informatico accertato.
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Sequestro probatorio: illegittimo il blocco dell’intera azienda
La Procura disponeva il sequestro probatorio di un intero stabilimento balneare per verificare presunti abusi edilizi e occupazioni demaniali abusive. L'accertamento contestava difformità su circa 17 metri quadri di area demaniale e 227 metri quadri di manufatti interni. Il legale rappresentante della struttura ricorreva contro il vincolo totale, lamentando la sproporzione della misura rispetto ai pochi manufatti sotto indagine. Il Tribunale del riesame confermava il blocco integrale dell'attività. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul profilo della proporzionalità del vincolo e sulle esigenze di prova. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'autorità deve spiegare espressamente perché sequestra l'intera azienda invece di limitare il blocco ai singoli manufatti contestati. Di conseguenza, la Corte ha annullato l'ordinanza impugnata rinviando gli atti al tribunale per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: la voce contestata resta valida
Due indagati per associazione a delinquere ed estorsione contestano l'ordinanza del Tribunale del Riesame che conferma la loro custodia cautelare in carcere. I difensori lamentano errori nell'interpretazione delle intercettazioni e nell'identificazione delle voci dei presunti estorsori. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici supremi chiariscono che non è possibile chiedere una nuova valutazione dei fatti già analizzati con logica nel merito. Le prove indiziarie risultano solide e motivate. I due indagati restano quindi reclusi e subiscono la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ruolo di organizzatore nell’associazione mafiosa e cassa comune
L'Indagato impugna l'ordinanza del Tribunale del Riesame che conferma la custodia cautelare in carcere per partecipazione mafiosa e gestione della cassa comune. La difesa contesta l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e sostiene l'assenza di poteri verticistici, non essendo contestati reati di estorsione specifici. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e convalida il ruolo di organizzatore nell'associazione mafiosa attribuito all'Indagato. I giudici evidenziano che l'autonoma gestione delle estorsioni, i summit mafiosi documentati e la distribuzione dei sussidi ai detenuti dimostrano una posizione sovraordinata. Anche senza essere il capo supremo della cosca, chi gestisce le risorse economiche e coordina gli altri sodali risponde di concorso qualificato.
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Accesso abusivo a sistema informatico: sequestro lecito al tecnico
La Procura ha disposto il sequestro probatorio di un computer ai danni di un referente informatico di un istituto penitenziario. L'indagine ipotizza il delitto di accesso abusivo a sistema informatico per l'installazione non autorizzata di un software di controllo e monitoraggio remoto sui terminali della direzione e del personale. L'indagato ha contestato la legittimità del vincolo, lamentando l'assenza di una valida notizia di reato e motivazioni esplorative. Il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro del computer fisso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del tecnico, ritenendo sussistenti gli indizi del reato: anche l'operatore abilitato commette illecito se accede ai sistemi informatici per finalità estranee ai doveri d'ufficio.
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Moduli standard e beni bloccati: valido il sequestro probatorio
La polizia giudiziaria ha bloccato matrici da stampa con marchi commerciali noti dentro il negozio di un commerciante, privo di documenti sull'origine della merce. La procura ha convalidato la misura d'urgenza usando una formula sintetica per accertare l'autenticità dei prodotti. L'imprenditore ha contestato il sequestro probatorio dinanzi al tribunale del riesame e poi in Cassazione, lamentando una motivazione apparente e priva di spiegazioni autonome. La Suprema Corte ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che, quando il legame tra il bene sequestrato e il reato di contraffazione è immediato ed evidente, l'autorità inquirente può motivare il provvedimento anche in modo rapido e richiamando gli atti di polizia.
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Dal carcere all’assoluzione: sopravvenuta carenza di interesse
Un indagato subisce la custodia cautelare in carcere per sequestro a scopo di estorsione e rapina aggravata. Il Tribunale del riesame conferma l'ordinanza restrittiva e la difesa propone ricorso per cassazione. Poco prima dell'udienza di legittimità, la Corte di assise assolve l'imputato da ogni accusa nel processo principale e dispone la cessazione della misura cautelare. Il difensore rinuncia quindi all'impugnazione. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché l'inutilità del ricorso dipende dall'assoluzione nel merito e non da vizi originari, i giudici non applicano la consueta condanna alle spese di giustizia né la sanzione verso la cassa delle ammende.
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Sopravvenuta carenza di interesse: da arrestato ad assolto
Un indagato, accusato di sequestro a scopo di estorsione e rapina aggravata, finisce in custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del riesame conferma la misura restrittiva e la difesa presenta ricorso per cassazione. Nelle more del procedimento, la Corte di assise assolve l'imputato da ogni accusa ed estingue la misura carceraria. La difesa rinuncia quindi all'impugnazione. La Suprema Corte accerta la sopravvenuta carenza di interesse del ricorrente e dichiara il ricorso inammissibile. I giudici specificano che l'evento risolutivo, intervenuto dopo il deposito dell'atto, esclude qualsiasi condanna alle spese di lite o al versamento pecuniario verso la cassa delle ammende.
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Sequestro probatorio del cellulare tra spaccio e privacy
A seguito di appostamenti e del controllo di un acquirente uscito da un'abitazione con sostanza stupefacente, le forze dell'ordine hanno perquisito la casa dell'Indagato. Gli agenti hanno rinvenuto droga, un bilancino e uno smartphone. Il Pubblico Ministero ha disposto il sequestro probatorio del cellulare per estrarre chat, contatti e messaggi utili a ricostruire l'attività di spaccio, disponendo la successiva restituzione dell'apparecchio dopo la copia forense. L'Indagato ha impugnato il vincolo lamentando la mancata specificazione del reato e l'acquisizione indiscriminata dei dati personali. La Corte di Cassazione ha confermato la piena validità del sequestro: il decreto investigativo ha chiarito il legame tra il dispositivo e l'illecito, fissando precisi criteri di selezione del materiale informatico per salvaguardare la privacy.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici: stop ad abusi
La Procura europea indagava su una presunta frode transnazionale e disponeva perquisizioni e sequestri di telefoni e computer di una società e dei suoi rappresentanti. Il Tribunale del riesame annullava il decreto perché la ricerca di dati era onnivora, priva di perimetrazione temporale e tematica proporzionata e mancante di motivazione sul reato. L'accusa presentava ricorso per cassazione, chiedendo di colmare le lacune della motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del pubblico ministero. I giudici hanno confermato l'illegittimità del sequestro probatorio di dispositivi informatici quando manca una preventiva selezione dei dati pertinenti e la motivazione si riduce a formule generiche. Il Tribunale del riesame non può sostituirsi al magistrato dell'accusa per individuare scopi e collegamenti d'indagine omessi nel provvedimento.
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Custodia cautelare in carcere: 4000 dosi e vecchi precedenti
L'Indagato impugna l'ordinanza con cui i giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per la detenzione di oltre quattromila dosi di stupefacenti. La difesa lamenta l'impossibilità di applicare il carcere per pene previste inferiori a tre anni e contesta il pericolo di recidiva, ritenuto basato su precedenti vecchi di vent'anni. Nelle more del giudizio, una sentenza di condanna a due anni e otto mesi concede gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il primo motivo perde interesse a causa della concessione dei domiciliari, mentre la censura sulla recidiva risulta del tutto generica. L'Indagato paga le spese di giudizio ma evita la sanzione per la cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: i vincoli familiari non bastano
I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di narcotraffico e detenzione di armi clandestine. L'indagato chiedeva gli arresti domiciliari invocando la propria situazione familiare, caratterizzata da un figlio piccolo e un altro in arrivo, oltre alla presunta assenza di pericoli di fuga o recidiva. Il tribunale ha escluso i domiciliari, ritenendoli inidonei a frenare la gestione del narcotraffico a distanza e la pianificazione di ritorsioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità, condannando l'indagato al pagamento delle spese e a una sanzione di tremila euro. La decisione conferma che i legami familiari non superano il concreto allarme sociale dell'attività criminale organizzata.
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Profitto nella rapina aggravata: confermati i domiciliari
Due commercianti finiscono agli arresti domiciliari per aver aggredito un ispettore di polizia e aver nascosto la sua pistola di ordinanza nel proprio negozio. La difesa contesta la misura cautelare davanti alla Corte di Cassazione. I ricorrenti sostengono l'assenza del dolo, affermando che l'arma era stata sfilata da un terzo e che mancava un guadagno economico. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici osservano che la contestazione sui gravi indizi non era stata sollevata davanti al Tribunale del Riesame. Inoltre, la Corte ribadisce che il profitto nella rapina aggravata non richiede un guadagno patrimoniale, ma comprende qualsiasi utilità o vantaggio, anche non economico. La condotta violenta e i precedenti specifici giustificano pienamente la custodia cautelare domiciliare.
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Arresti domiciliari per spaccio: il lavoro non cancella la misura
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per spaccio con braccialetto elettronico a carico di un indagato. L'uomo gestiva trattative e cessioni continuative di hashish, proseguite perfino durante una precedente misura cautelare. La difesa chiedeva una misura meno gravosa, facendo leva sul modesto valore delle singole dosi e sulla recente assunzione con contratto a tempo indeterminato. I giudici hanno respinto il ricorso. Il nuovo posto di lavoro non cancella il pericolo concreto e attuale di commettere altri reati, dimostrato dalla capacità dell'uomo di operare sul mercato illecito anche da casa.
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