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Soccombenza — Anno 2026

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Altri anni per Soccombenza

Provvedimenti

Giudicato implicito sulla giurisdizione: il Comune perde la causa
Una Società ha impugnato davanti al TAR i provvedimenti di un Comune che imponevano la rimozione di cartelli pubblicitari abusivi. Il Comune ha eccepito il difetto di giurisdizione, ma il TAR ha respinto il ricorso della Società nel merito, senza pronunciarsi espressamente sulla giurisdizione. In appello, il Consiglio di Stato ha dato ragione alla Società. Il Comune ha quindi fatto ricorso in Cassazione contestando nuovamente la giurisdizione. Le Sezioni Unite hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che si è formato il giudicato implicito sulla giurisdizione: poiché il Comune non ha proposto un appello incidentale sul punto dopo la sentenza di primo grado, la competenza del giudice amministrativo è diventata definitiva e non può più essere contestata. Il Comune perde la causa e deve pagare le spese.
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Ripartizione spese terrazza a livello: privato contro comune
La Proprietaria di un appartamento ha impugnato la delibera del proprio condominio che le addebitava l'intero costo di manutenzione per la parte sporgente della sua terrazza a livello. La Proprietaria sosteneva che l'intera superficie dovesse seguire la ripartizione spese terrazza a livello prevista dall'articolo 1126 del codice civile (un terzo a suo carico e due terzi a carico dei condomini sottostanti). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la parte sporgente della terrazza funge solo da balcone privato e non copre l'edificio. Di conseguenza, le spese per questa porzione (pari al 60% del totale) spettano interamente alla Proprietaria esclusiva, mentre la regola di ripartizione proporzionale si applica solo al restante 40% che funge da effettiva copertura dello stabile.
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Affidamento incarichi professionali: compensi salvi per i tecnici
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società pubblica contro due professionisti (un ingegnere e un geometra) che chiedevano il pagamento delle loro spettanze per la progettazione di un impianto di smaltimento rifiuti. La società pubblica eccepiva la nullità del contratto per violazione delle regole sull'affidamento incarichi professionali sopra la soglia dei centomila euro e per presunto superamento delle competenze professionali del geometra. La Suprema Corte ha confermato la decisione d'appello, dichiarando inammissibili tutti i motivi di ricorso. I giudici hanno chiarito che l'incarico congiunto è valido se le prestazioni vengono ripartite nel rispetto delle specifiche competenze di ciascun professionista. Di conseguenza, la società pubblica dovrà saldare i compensi dovuti e pagare le spese di giudizio.
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Ricorso per motivi di giurisdizione: la sostanza batte la forma
La Società Ricorrente ha proposto un ricorso per motivi di giurisdizione contro un provvedimento del Consiglio di Stato. Tale atto, sebbene qualificato formalmente come ordinanza per la nomina di un consulente tecnico, decideva in realtà sull'ammissibilità dell'appello, riconoscendo l'interesse ad agire di una società concorrente per la gestione di un campeggio. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito che il provvedimento ha natura sostanziale di sentenza ed è quindi impugnabile. Tuttavia, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: stabilire se esista un interesse legittimo tutelabile non riguarda i limiti della giurisdizione, ma attiene al merito della controversia. Di conseguenza, la società ricorrente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Senza contratto con la pubblica amministrazione niente compenso
Un professionista ha richiesto al Comune il pagamento di oltre 23.000 euro per prestazioni professionali. Il Comune si è opposto evidenziando la mancanza di un contratto scritto. La Corte d'Appello ha revocato il decreto ingiuntivo, rilevando che le attività erano state svolte senza un formale incarico scritto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che per ogni contratto con la pubblica amministrazione è indispensabile la forma scritta a pena di nullità. Inoltre, le ammissioni contenute negli atti difensivi firmati dal solo avvocato costituiscono indizi validi per dimostrare l'assenza di un accordo scritto. Il professionista perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Imposta regionale sulle concessioni: canone ridotto, meno tasse
La Regione Toscana ha impugnato la decisione che riduceva l'imposta regionale sulle concessioni dovuta da una società per l'anno 2016. La società aveva aderito alla definizione agevolata dei canoni demaniali marittimi, pagando una somma ridotta. La Regione sosteneva che la base imponibile dovesse rimanere ancorata al canone originario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la riduzione del canone statale ridetermina a tutti gli effetti la base imponibile per l'imposta regionale sulle concessioni. L'imposta deve quindi essere calcolata sull'importo effettivamente versato in misura ridotta. La Regione perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Imposta regionale sulle concessioni statali ridotta se il canone scende
Un'azienda che gestisce concessioni demaniali ha aderito alla definizione agevolata per ridurre il canone dovuto allo Stato. L'Ente Pubblico Regionale ha emesso un avviso di accertamento pretendendo il pagamento dell'imposta regionale calcolata sul canone originario e non su quello ridotto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico Regionale, confermando che l'imposta regionale sulle concessioni statali deve essere calcolata sul canone effettivamente versato a seguito della rottamazione. La riduzione del canone riduce proporzionalmente anche la base imponibile del tributo regionale, poiché esiste un legame necessario di allineamento tra il canone e l'imposta stessa. Di conseguenza, l'Ente Pubblico Regionale perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Imposta regionale sulle concessioni: si paga sul canone ridotto
Un Ente Pubblico ha emesso un avviso di accertamento contro una Società Concessionaria per il pagamento dell'imposta regionale sulle concessioni statali dei beni del demanio. La Società aveva precedentemente ridotto il canone di concessione aderendo alla definizione agevolata prevista dalla legge. L'Ente Pubblico pretendeva che l'imposta venisse calcolata sul canone originario e non su quello ridotto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico, stabilendo che l'imposta regionale sulle concessioni deve essere calcolata sul canone effettivamente versato, anche se ridotto grazie alla sanatoria. Di conseguenza, la Società Concessionaria vince la causa e l'Ente Pubblico viene condannato a pagare le spese legali.
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Distanze legali piscina: il vicino deve arretrare l’opera
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio Il Proprietario della Piscina lamentando la violazione delle distanze minime tra costruzioni per la realizzazione di una piscina parzialmente interrata con tubature posizionate sul proprio terreno. La Corte d'appello ha ordinato l'arretramento del manufatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del costruttore, confermando che anche una piscina parzialmente interrata, dotata di stabilità e solidità, rientra nella nozione di costruzione ed è soggetta alle norme sulle distanze legali piscina. Inoltre, la regola della prevenzione non si applica se i terreni sono separati da una striscia di proprietà di terzi. Il ricorrente perde la causa e deve arretrare la piscina e pagare le spese legali.
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Fideiussione a prima richiesta: il garante paga anche senza bonifico
Una società di garanzia, dopo aver pagato la banca creditrice, si è surrogata nei diritti di quest'ultima per recuperare la somma dal fideiussore di una società fallita. Il fideiussore si è opposto al decreto ingiuntivo, sostenendo che mancasse la prova dell'effettiva erogazione del finanziamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per la surrogazione è sufficiente provare l'escussione e il pagamento della garanzia. Inoltre, la presenza di una fideiussione a prima richiesta e il pagamento delle prime rate da parte della debitrice principale costituiscono prove idonee dell'avvenuta erogazione del denaro. Il fideiussore è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: indennizzo sì, spese no
Un cittadino, assolto con formula piena da gravi reati, ottiene dalla Corte d'appello la riparazione per ingiusta detenzione, quantificata in oltre 54.000 euro. Il giudice territoriale condanna il Ministero dell'Economia e delle Finanze a pagare gli interessi legali dalla notifica del provvedimento e a rimborsare le spese di giudizio. Il Ministero ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso: stabilisce che gli interessi decorrono solo dal passaggio in giudicato della decisione, momento in cui il credito diventa esigibile. Inoltre, esclude la condanna alle spese legali poiché l'Amministrazione non si era costituita in giudizio, escludendo così una sua reale soccombenza. La Cassazione annulla senza rinvio queste specifiche statuizioni.
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Scorrimento della graduatoria: idoneità non garantisce promozione
Una ricercatrice ha fatto causa al proprio ente pubblico di ricerca chiedendo la promozione al livello superiore. La lavoratrice lamentava il mancato scorrimento della graduatoria in cui era idonea e la mancata indizione di nuove selezioni biennali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che non esiste un diritto automatico allo scorrimento della graduatoria. L'indizione di nuove procedure selettive e l'avanzamento di carriera dipendono dalle scelte discrezionali dell'amministrazione, dalla disponibilità effettiva di risorse finanziarie e dalle autorizzazioni di spesa. Senza la contrattazione integrativa e i fondi necessari, l'ente non ha l'obbligo di promuovere il personale. Di conseguenza, la dipendente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese processuali.
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Difesa personale dell’avvocato: vince ma gli negano il compenso
Un avvocato ha assistito un cliente ammesso al patrocinio a spese dello Stato. Successivamente, ha contestato la liquidazione dei propri compensi proponendo opposizione. Avendo scelto la difesa personale dell'avvocato, il Tribunale ha accolto l'opposizione ma ha negato il rimborso degli onorari professionali per la fase di opposizione, riconoscendo solo le spese vive. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del legale, stabilendo che l'autodifesa non cancella la natura professionale dell'attività svolta. Di conseguenza, il giudice deve liquidare anche gli onorari in base al principio della soccombenza. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Plusvalenza cessione aree edificabili: no se c’è un fabbricato
L'Agenzia delle Entrate ha riqualificato la vendita di un fabbricato abitativo, poi demolito dall'acquirente, come cessione di un terreno edificabile, richiedendo le imposte sulla plusvalenza. Gli eredi della contribuente hanno impugnato l'atto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che la vendita di un edificio esistente al momento del rogito non può essere tassata come cessione di area edificabile, anche se è prevista la successiva demolizione. Di conseguenza, non si applica la tassazione sulla Plusvalenza cessione aree edificabili. Inoltre, poiché l'immobile era adibito ad abitazione principale, l'operazione era esente da imposte e non sussisteva alcun obbligo di dichiarazione, rendendo tardivo l'accertamento notificato oltre i termini ordinari. Vince la parte contribuente, con condanna del fisco alle spese.
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Compensazione delle spese di lite: no ai costi per l’appello tardivo
Il Proprietario di un terreno ha avviato una causa per ottenere una servitù di passaggio coattiva su un fondo vicino. Dopo l'estinzione della procedura di esproprio che bloccava l'accesso, il Tribunale ha dichiarato cessata la materia del contendere. Successivamente, L'Associazione ha proposto un appello tardivo. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'appello ma ha deciso per la compensazione delle spese di lite tra le parti. Il Proprietario ha impugnato questa scelta in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice inammissibilità dell'appello tardivo non costituisce un grave ed eccezionale motivo per evitare la condanna alle spese della parte soccombente.
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Sgravi contributivi revocati: l’onere della prova all’impresa
Una cooperativa ha impugnato un verbale di accertamento dell'INPS che revocava le agevolazioni per il mancato rispetto del contratto collettivo nazionale, avendo omesso i contributi su tredicesime e festività di dieci lavoratori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della cooperativa, confermando che l'onere della prova spetta all'impresa che richiede gli sgravi contributivi. Anche nelle cause per dichiarare l'inesistenza di un debito previdenziale, spetta al datore di lavoro dimostrare di possedere tutti i requisiti di legge per accedere ai benefici, inclusa la regolarità dei versamenti e il rispetto dei contratti collettivi. Di conseguenza, la cooperativa perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Rettifica della rendita catastale: il fisco vince sul capannone
Una società immobiliare ha contestato la rettifica della rendita catastale di un capannone industriale, decisa dall'Agenzia delle Entrate dopo alcuni lavori di ampliamento comunicati tramite procedura DOCFA. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ha ritenuto legittimo l'accertamento del fisco, poiché l'ampliamento aumenta il pregio complessivo dell'immobile. La società ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una motivazione illogica e l'uso di prezzari non depositati in giudizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la motivazione della sentenza d'appello rispetta ampiamente il minimo costituzionale, spiegando chiaramente l'iter logico seguito. Inoltre, la contestazione sull'uso dei prezzari è inammissibile poiché mira a una rivalutazione delle prove, preclusa in sede di legittimità. La società perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Rimborso IVA: la Cassazione batte il fisco sulle società estere
Una società lussemburghese, registrata in Italia tramite identificazione diretta, ha richiesto il rimborso IVA per alcune fatture emesse da fornitori italiani. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato la richiesta, sostenendo che la società estera e la sua posizione IVA italiana fossero due soggetti diversi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che l'identificazione diretta ha natura puramente formale e non crea un nuovo soggetto giuridico. Di conseguenza, la società estera ha pieno diritto a ottenere il rimborso IVA, in quanto unico e reale soggetto economico.
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Reinternalizzazione servizi: no al trasferimento di ramo d’azienda
Un gruppo di dipendenti di una società di servizi ha chiesto il riconoscimento del passaggio alle dipendenze di una grande azienda di telecomunicazioni. Nel 2000, quest'ultima aveva ceduto il servizio di amministrazione del personale, ma nel 2017 ha deciso di reinternalizzare alcune attività di payroll, senza però acquisire beni o personale. I lavoratori sostenevano che tale operazione costituisse una retrocessione, configurando un trasferimento di ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la semplice riassunzione di servizi, senza il passaggio di un complesso organizzato di beni e persone dotato di preesistente autonomia funzionale, non costituisce un trasferimento di ramo d'azienda, bensì una mera rimodulazione del contratto di appalto. Di conseguenza, i dipendenti rimangono alle dipendenze della società esterna.
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Liquidazione equitativa del danno: no al risarcimento automatico
Una professionista ha citato in giudizio una compagnia telefonica chiedendo il risarcimento dei danni per l'ingiusta disattivazione della linea telefonica e internet per oltre un anno. Il Tribunale ha rigettato la domanda per mancanza di prove concrete sul danno subito. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso della cliente. La Suprema Corte ha chiarito che la liquidazione equitativa del danno non può essere applicata se non vi è la certezza assoluta dell'esistenza stessa del pregiudizio economico o professionale. Non basta dimostrare il disservizio, ma occorre provare che da esso sia derivato un danno effettivo e serio, non risolvibile in semplici disagi quotidiani. Di conseguenza, la cliente perde la causa e viene condannata a pagare le spese di giudizio.
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