Definizione
L'estensione del periodo di tempo a disposizione dell'Agenzia delle Entrate per controllare le dichiarazioni e richiedere le imposte non pagate, che passa dal termine ordinario a quello doppio in specifici casi, come la detenzione di capitali non dichiarati in paradisi fiscali.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 224 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 72% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 72%
- Rigettato 27%
- Inammissibile 0%
- Estinto 0%
- Altro 0%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 592%
- Civile Sez. 68%
Precedenti più richiamati
- Corte cost. 247/2011in 87 provvedimenti
- Cass. 17586/2019in 45 provvedimenti
- Cass. 24576/2022in 19 provvedimenti
- Cass. 13481/2020in 39 provvedimenti
- Cass. 10483/2018in 44 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a un contribuente contestando costi indeducibili per operazioni oggettivamente inesistenti. Il contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la decadenza dell'amministrazione e negando i presupposti per il raddoppio dei termini di accertamento, oltre a lamentare difetti di motivazione. I giudici di merito hanno respinto le tesi difensive per mancata prova dell'effettiva esecuzione delle prestazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del contribuente: i motivi erano generici, confusi e privi di un reale confronto con le ragioni della sentenza impugnata. I Supremi Giudici hanno ribadito che il raddoppio dei termini di accertamento scatta con il semplice riscontro di fatti che comportano l'obbligo di denuncia penale, a prescindere dall'effettiva trasmissione della notizia di reato o dall'esito del processo penale.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso a un contribuente dopo indagini sui conti correnti bancari per l'anno 2005. Il contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la decadenza dei termini ordinari e l'annullamento di annualità simili. La Corte di Cassazione ha confermato la validità dell'atto applicando il raddoppio dei termini di accertamento. I giudici hanno chiarito che questo prolungamento scatta con l'obbligo di denuncia penale, a prescindere dalla successiva archiviazione del procedimento da parte della Procura. Inoltre, i versamenti sui conti bancari costituiscono una presunzione legale di reddito occultato: spetta al contribuente giustificare ogni singolo movimento con prove analitiche. La Suprema Corte ha respinto il ricorso e ha condannato il privato al pagamento delle spese.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un contribuente un avviso per redditi illeciti nel dicembre 2016 relativi all'anno d'imposta 2007, invocando il raddoppio dei termini di accertamento per reati tributari e integrando un precedente atto notificato pochi mesi prima. Il contribuente ha contestato la decadenza temporale del Fisco e l'assenza di elementi nuovi sopravvenuti a supporto della seconda richiesta fiscale. I giudici di secondo grado hanno dato ragione all'Amministrazione Finanziaria, ma la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che il Fisco non può allungare i termini senza verificare il legame storico con la tempestiva denuncia originaria, né può qualificare a posteriori il primo controllo come parziale senza esaminare i documenti.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato quattro avvisi di accertamento all'erede di un contribuente deceduto, contestando capitali detenuti in Svizzera e scudati in modo ritenuto fittizio. L'amministrazione ha applicato il raddoppio dei termini di accertamento per presunti reati tributari. La Commissione Tributaria Regionale ha confermato la legittimità delle pretese del Fisco. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'erede. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice tributario non può applicare automaticamente tempi più estesi senza verificare l'effettivo superamento delle soglie penali di punibilità. La Corte ha cassato la decisione d'appello con rinvio per una nuova verifica delle violazioni penali contestate.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato avvisi di accertamento a due soci di una società a responsabilità limitata a ristretta base per maggiori redditi da partecipazione Irpef. I contribuenti hanno contestato la tardività degli atti, sostenendo l'inapplicabilità del raddoppio dei termini di accertamento per reati tributari alla socia di minoranza estranea alla gestione e l'omessa allegazione del verbale della Guardia di Finanza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei contribuenti. I giudici hanno chiarito che il raddoppio dei termini di accertamento opera oggettivamente per la sola astratta configurabilità del reato e si estende a tutti i soci per trasparenza, confermando la piena validità della motivazione per rinvio agli atti societari consultabili.
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L'Agenzia delle Entrate notificava a una società un avviso di accertamento per recuperare imposte non versate relative a operazioni societarie ritenute fittizie. L'atto impositivo giungeva oltre i termini ordinari. L'ufficio applicava il raddoppio dei termini di accertamento a causa della rilevanza penale delle condotte. La società impugnava l'atto eccependo la decadenza temporale del Fisco, dato che il procedimento penale originario era stato archiviato per intervenuta prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la piena legittimità dell'atto fiscale. I giudici hanno stabilito che il prolungamento dei controlli scatta con l'obbligo oggettivo di denuncia penale e non viene annullato dall'archiviazione penale per prescrizione.
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L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento contro un'Azienda per crediti IRAP indebitamente riportati e sanzioni relative all'anno 2008, a seguito di una dichiarazione integrativa tardiva. I giudici di merito avevano annullato le sanzioni, invocando l'incertezza normativa oggettiva tributaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che l'incertezza normativa oggettiva non era stata adeguatamente provata. Pertanto, le sanzioni per l'anno 2008 sono dovute.
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Una società ha stipulato contratti di "stock lending" (prestito di titoli) e ha dedotto fiscalmente le commissioni pagate. L'Agenzia delle Entrate ha contestato la *deducibilità fiscale stock lending*, equiparando l'operazione all'usufrutto di azioni, rendendo i costi non deducibili. La società ha impugnato gli avvisi di accertamento, contestando anche il raddoppio dei termini e l'accertamento induttivo. La Corte di Cassazione ha confermato che le operazioni di *stock lending* con dividendi esenti e commissioni deducibili sono assimilabili all'usufrutto di azioni, rendendo le commissioni non deducibili. Tuttavia, ha accolto parzialmente il ricorso per altri oneri finanziari, rinviando la questione alla Commissione tributaria regionale.
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Un Contribuente ha ricevuto avvisi di accertamento per IRPF, IVA e IRAP relativi all'anno 2004. Ha contestato la legittimità del raddoppio dei termini accertamento, l'attribuzione di attività imprenditoriale e la tassazione per autoconsumo di immobili concessi in comodato gratuito ai figli. La Corte di Cassazione ha rigettato tutti i motivi di ricorso. Ha confermato che il raddoppio dei termini si applica se c'è l'obbligo di denuncia penale per reati tributari, a prescindere dall'esito del procedimento penale. Ha inoltre ribadito che l'assegnazione gratuita di beni aziendali a fini personali genera ricavi o plusvalenze tassabili. Il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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La Corte di Cassazione ha affrontato il tema del raddoppio termini accertamento tributario. L'Agenzia delle Entrate aveva emesso un avviso di accertamento IVA e sanzioni contro un'Azienda, basato su una fattura inesistente. I giudici di merito avevano annullato l'accertamento per decadenza, ritenendo che mancasse una "notizia di reato" specifica per l'anno in questione. La Cassazione ha invece stabilito che il raddoppio dei termini si applica se sussistono i presupposti oggettivi per l'obbligo di denuncia di un reato tributario, anche se la denuncia non è stata effettivamente presentata o è avvenuta in ritardo. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato maggiori imposte a una società in accomandita semplice e ai suoi soci dopo aver riscontrato costi indeducibili penalmente rilevanti. I giudici di merito avevano annullato gli atti verso i soci accomandanti ritenendo scaduti i termini ordinari e non applicabile a loro l'estensione temporale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il raddoppio dei termini di accertamento opera anche verso i soci accomandanti privi di responsabilità penale. L'imputazione del reddito per trasparenza lega in modo unitario la posizione dei soci a quella della società, estendendo i tempi di rettifica IRPEF ma escludendo l'IRAP.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato a una società un avviso di accertamento per maggiori imposte IVA, IRAP e IRES. Il ricorso della contribuente è stato respinto in primo grado. La corte d'appello ha poi dichiarato inammissibile l'impugnazione per difetto di specificità dei motivi. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, accogliendo il ricorso societario. Gli Ermellini hanno stabilito due principi cruciali: la riproposizione delle proprie difese rende valido l'appello tributario e il raddoppio dei termini di accertamento non opera per l'IRAP, essendo una tassa priva di risvolti penali. La controversia torna ora ai giudici regionali per un nuovo esame.
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Il Fallimento di una società ha contestato un avviso di accertamento dell'Agenzia delle Entrate, che aveva ricostruito i ricavi della società dopo una dichiarazione "in bianco" e applicato il raddoppio termini accertamento. La Commissione Tributaria Regionale aveva confermato l'accertamento. La Corte di Cassazione, riconoscendo la particolare rilevanza della questione sulla compatibilità dell'applicazione congiunta del raddoppio dei termini di accertamento con la proroga biennale, ha deciso di rimettere la causa in pubblica udienza. Questo significa che la Corte non ha emesso una decisione finale, ma ha ritenuto necessario un approfondimento della questione giuridica.
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Una società ha contestato avvisi di accertamento per IRES, IVA e IRAP, emessi a seguito di una verifica fiscale che ipotizzava una frode fiscale con operazioni inesistenti. La società ha sostenuto la nullità degli avvisi per presunta carenza di potere del firmatario e per difetto di motivazione, oltre all'erronea applicazione del raddoppio dei termini accertamento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha dichiarato inammissibile la questione sulla firma, poiché non sollevata nei gradi precedenti, e comunque infondata. Ha confermato la legittimità della motivazione per relationem e ha ribadito che il raddoppio dei termini accertamento si applica quando è configurabile un reato tributario, senza necessità di una condanna penale definitiva.
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La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro un Contribuente. L'Agenzia aveva contestato l'indeducibilità di costi non inerenti da parte di un'Azienda in regime di trasparenza fiscale. I giudici precedenti avevano annullato l'accertamento. La Cassazione ha ritenuto che la sentenza impugnata presentasse una "motivazione apparente", non spiegando adeguatamente le ragioni della decisione sull'indeducibilità dei costi e sul condono IVA. Inoltre, ha rilevato un'errata applicazione del principio del "raddoppio termini accertamento tributario" in caso di reato fiscale. La Corte ha cassato la sentenza e rinviato il caso alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a un contribuente per redditi di capitale non dichiarati nel 2007, derivanti da un finanziamento a una società situata in un paradiso fiscale. I giudici di merito hanno annullato l'atto ritenendo non applicabile retroattivamente la normativa del 2009. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria chiarendo una fondamentale distinzione. La presunzione legale di evasione ha natura sostanziale e non è retroattiva, mentre il raddoppio dei termini di accertamento ha natura puramente procedimentale. Di conseguenza, il Fisco può utilizzare i termini raddoppiati anche per gli anni precedenti all'entrata in vigore della legge, purché provi l'evasione senza avvalersi della presunzione retroattiva.
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Un'Azienda riceve un avviso di accertamento per presunte fatture false relative al commercio di carni. L'Amministrazione Finanziaria richiede maggiori imposte per IRES e IRAP applicando il raddoppio dei termini di accertamento previsto in presenza di reati tributari. L'Azienda contesta il superamento dei termini ordinari di controllo. La Corte di Cassazione stabilisce che il raddoppio dei termini di accertamento scatta in presenza dell'obbligo di denuncia penale, indipendentemente dalla sua effettiva presentazione. Tuttavia, questo beneficio temporale si applica solo alle imposte sui redditi e non all'IRAP, poiché quest'ultima non prevede fattispecie di reato penale tributario. Di conseguenza, il Fisco incassa la vittoria sull'IRES ma perde definitivamente la pretesa fiscale sull'IRAP per intervenuta decadenza dei termini.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un'Azienda la deduzione di costi e la detrazione IVA per operazioni ritenute inesistenti, emettendo un avviso di accertamento. La questione centrale riguardava il "raddoppio termini accertamento" in presenza di reati fiscali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, confermando che per gli avvisi notificati dopo il 2 settembre 2015, il raddoppio dei termini è valido solo se la denuncia penale è stata trasmessa tempestivamente. Poiché la trasmissione era tardiva, l'accertamento era fuori termine. L'Azienda ha vinto, l'Agenzia deve pagare le spese.
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Due contribuenti hanno impugnato avvisi di accertamento per imposte non pagate, basati su dati bancari esteri ottenuti tramite cooperazione internazionale. Essi contestavano l'illegittimità dell'acquisizione dei dati e la decadenza dell'amministrazione dal potere di accertamento, sostenendo che il `raddoppio termini accertamento` fosse applicato retroattivamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che il raddoppio dei termini è una norma procedurale applicabile agli atti notificati dopo la sua entrata in vigore e che i dati bancari esteri, anche se originariamente ottenuti in modo irregolare, sono utilizzabili per l'accertamento fiscale.
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L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento integrativo a un Amministratore di fatto, contestando costi non documentati e fatture per operazioni inesistenti. I giudici di secondo grado avevano annullato l'atto ritenendo decaduto il potere impositivo del Fisco. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione accogliendo le tesi dell'Erario. I giudici hanno chiarito che il raddoppio dei termini di accertamento non richiede una condanna penale o l'effettiva presentazione della denuncia entro la scadenza ordinaria. È sufficiente la sussistenza oggettiva di seri indizi di reato tributario che facciano scattare l'obbligo di segnalazione alla Procura. La Cassazione ha inoltre precisato che il raddoppio non si applica all'IRAP, poiché le violazioni relative a questo tributo non costituiscono reato. La causa è stata quindi rinviata alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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