Definizione
Procedura concorsuale che ha sostituito il fallimento, finalizzata a liquidare il patrimonio di un'impresa insolvente per soddisfare i creditori.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 208 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 34% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 21%
- Rigettato 32%
- Inammissibile 34%
- Estinto 4%
- Altro 10%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 187%
- Civile Sez. 27%
- Penale Sez. 56%
Precedenti più richiamati
- Cass. 33091/2018in 5 provvedimenti
- Corte cost. 146/2016in 5 provvedimenti
- Cass. 30827/2018in 5 provvedimenti
- Cass. 30785/2023in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 33408/2021in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un agente di commercio ha citato in giudizio la società preponente per ottenere differenze provvigionali e le indennità connesse alla fine del rapporto, affermando di essersi dimesso per giusta causa a causa di reiterati ritardi nei pagamenti. I giudici di merito hanno accolto solo la richiesta delle provvigioni arretrate, escludendo la sussistenza della giusta causa e respingendo le indennità di fine mandato. L'agente ha impugnato la decisione, ma durante il giudizio di legittimità l'azienda è stata assoggettata a liquidazione giudiziale. A fronte della nuova situazione patrimoniale, il lavoratore ha formalizzato la rinuncia al ricorso per cassazione, prontamente accettata dal curatore della società previa autorizzazione del giudice delegato. La Suprema Corte ha preso atto dell'accordo estintivo, dichiarando chiuso il processo senza alcuna condanna alle spese legali.
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Una società cooperativa ha accumulato debiti per oltre ottanta milioni di euro a fronte di crediti edilizi fiscali per lavori collegati al Superbonus. Un creditore ha chiesto l'apertura della liquidazione giudiziale. Alla prima udienza la società ha pagato il singolo creditore con assegno, ottenendo un rinvio. Successivamente sono intervenuti altri creditori. Solo allora l'impresa ha presentato domanda di concordato preventivo con riserva per bloccare il crac. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dichiarato inammissibile la richiesta per tardività e aperto la liquidazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: il termine di decadenza coincide tassativamente con la prima udienza fissata dal giudice. Inoltre, i crediti fiscali non monetizzabili tempestivamente non escludono lo stato di insolvenza dell'impresa.
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Un imprenditore, indagato quale amministratore di fatto per bancarotta fraudolenta e reati tributari, subisce il sequestro preventivo per equivalente e impeditivo di quote societarie e beni personali per novecentomila euro. L'indagine contesta la cessione a prezzo incongruo di un compendio aziendale prima della liquidazione giudiziale. La difesa contesta la qualifica direttiva dell'indagato e sostiene che un accordo transattivo civile con la curatela fallimentare per centotrentamila euro debba ridurre o annullare il sequestro penale. Il Tribunale del riesame conferma la misura, evidenziando l'autonomia del piano sanzionatorio penale rispetto alla definizione civile del danno. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che l'accordo economico privato non elimina automaticamente il vincolo sui beni e che, senza prova delle singole quote di arricchimento tra correi, il profitto viene diviso in parti uguali.
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Un imprenditore ha subito misure cautelari interdittive che gli vietavano la gestione societaria e la contrattazione pubblica per presunti reati di bancarotta fraudolenta. L'accusa sosteneva che una fusione per incorporazione e la cessione di automezzi e di un marchio storico avessero depauperato l'azienda poi finita in liquidazione giudiziale. La difesa ha dimostrato versamenti personali per oltre un milione di euro, la congruità delle perizie e la correttezza del bilancio secondo i principi contabili. Il Tribunale ha tuttavia confermato le misure limitandosi a riprodurre le tesi accusatorie senza analizzare le memorie difensive. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato e ha annullato il provvedimento, ribadendo che il giudice dell'impugnazione deve motivare in modo autonomo e confrontarsi punto per punto con le deduzioni della difesa.
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Una società ha proposto un piano di risanamento con transazione fiscale, offrendo il saldo integrale ai creditori privati ed una falcidia ai soli enti pubblici. L'Agenzia delle Entrate ha respinto la proposta e la società ha chiesto l'omologazione forzosa al tribunale. I giudici di merito hanno respinto la domanda e aperto la liquidazione giudiziale dell'impresa. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. La Suprema Corte ha stabilito che la legge applicabile si individua al momento dell'invio della proposta agli uffici tributari, non al successivo deposito in tribunale. Poiché all'epoca della comunicazione la normativa vietava l'omologazione forzosa in assenza di altri creditori aderenti, il tribunale non poteva superare il veto dell'amministrazione finanziaria. La società perde la causa e subisce la definitiva chiusura per insolvenza con condanna alle spese.
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Una società impugna la sentenza che ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale a suo carico su istanza di un fornitore creditore. La debitrice sostiene di non poter fallire: contesta la legittimità del creditore per via di una causa pendente in Cassazione, dichiara la qualifica di impresa minore non fallibile e afferma di aver rateizzato i debiti fiscali. La Corte di Appello respinge il reclamo. I giudici chiariscono che per chiedere la liquidazione giudiziale basta un credito accertabile in via incidentale. Inoltre, la società supera la soglia di 500.000 euro di debiti e i bilanci depositati in ritardo risultano inattendibili. La semplice rateizzazione del debito fiscale, infine, non cancella l'insolvenza se mancano i flussi per pagare le rate.
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Una società attiva nella gestione di un ambulatorio odontoiatrico ha presentato ricorso in proprio chiedendo l'apertura della liquidazione giudiziale a causa di una grave crisi di liquidità. Il Tribunale ha riscontrato l'assenza di fondi per onorare i debiti sociali, un monte debiti scaduti ampiamente superiore alla soglia di trentamila euro e il superamento dei limiti dimensionali dell'impresa minore. I giudici hanno quindi dichiarato aperta la procedura concorsuale. La sentenza ha nominato il giudice delegato e il curatore, ordinando alla società il deposito immediato di libri contabili e dichiarazioni fiscali. Il tribunale ha fissato l'udienza per l'esame dello stato passivo e ha assegnato ai creditori il termine perentorio per presentare le istanze di ammissione.
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Un proprietario terriero e un'impresa edile avevano firmato una scrittura per cedere un terreno in cambio di denaro e della costruzione di villette e appartamenti. La società aveva versato 180.000 euro e costruito una villetta. Tuttavia, le parti non avevano mai specificato i lotti, i tempi né perfezionato il contratto definitivo. Dopo la morte del proprietario e l'apertura della liquidazione giudiziale dell'impresa, l'erede pretendeva l'adempimento dell'accordo, mentre la procedura chiedeva la restituzione dei pagamenti e il valore dei lavori. La Corte d'Appello ha stabilito che il documento integra una semplice puntuazione contrattuale e non un contratto valido ed efficace. Di conseguenza, l'inizio di esecuzione non colma le lacune sostanziali. L'erede perde la causa ed è condannata a restituire alla curatela i 180.000 euro e a pagare 450.000 euro per la villa realizzata, oltre a 26.155 euro di spese legali.
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La Corte d'Appello ha confermato l'apertura della Liquidazione Giudiziale per un imprenditore individuale, respingendo il reclamo basato sulla contestazione del credito. La Corte ha chiarito che un decreto ingiuntivo non opposto nei termini diviene definitivo, acquisendo autorità di giudicato e costituendo prova certa del credito ai fini della dichiarazione di insolvenza, indipendentemente dalla pendenza di giudizi autonomi di accertamento negativo.
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Gli amministratori di una società dichiarata insolvente continuavano clandestinamente l'attività produttiva di calzature impiegando i macchinari aziendali affidati in custodia. Le forze dell'ordine hanno sequestrato l'opificio, i semilavorati e la merce formalmente intestata a due società schermo create da stretti familiari. Gli indagati hanno proposto ricorso sostenendo la liceità dell'uso dei beni e l'assenza di danno patrimoniale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi confermando il sequestro preventivo per bancarotta fraudolenta patrimoniale. I giudici hanno chiarito che l'ex amministratore non ha legittimazione a impugnare il sequestro sui beni dell'impresa fallita, potere spettante solo alla curatela, e che i beni delle società terze costituivano mero strumento e provento dell'illecita prosecuzione dell'impresa a danno del ceto creditorio.
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Il Tribunale di Roma ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale per una società commerciale insolvente. La decisione si fonda sull'accertamento di una debitoria erariale e previdenziale superiore a 30.000 euro e sulla mancata prova del possesso dei requisiti di non fallibilità da parte del debitore, confermando la legittimazione attiva del creditore e la competenza del tribunale.
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Il Tribunale di Roma ha sancito l'apertura della liquidazione giudiziale per una società operante nel settore della telefonia. La decisione scaturisce dal ricorso del Pubblico Ministero, che ha evidenziato uno stato di insolvenza conclamato da un debito fiscale superiore a 1,4 milioni di euro e dall'assenza di bilanci depositati dal 2013.
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Un creditore ha chiesto e ottenuto l'apertura della liquidazione giudiziale contro una società debitrice. L'azienda ha contestato il provvedimento sostenendo di possedere lo status di impresa minore e di essere esente dalle procedure concorsuali. La debitrice ha depositato meri bilanci non registrati e ha escluso dal conteggio il debito contestato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I bilanci non depositati offrono solo una presunzione semplice e non costituiscono prova piena. Il giudice deve valutare la contabilità insieme ai debiti contestati. Avendo superato la soglia di legge, la società è assoggettabile alla liquidazione giudiziale e subisce una pesante condanna per lite temeraria.
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Un ente locale ha richiesto l'apertura della procedura concorsuale contro una società debitrice per tributi scaduti superiori a trecentomila euro. L'azienda ha contestato la liquidazione giudiziale dichiarandosi piccolo imprenditore esente e affermando di voler accedere al concordato minore, allegando bilanci non approvati e rateizzazioni non dimostrate. I giudici di merito hanno dichiarato l'insolvenza rilevando l'inattendibilità dei documenti contabili. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dichiarando il ricorso inammissibile: i bilanci non depositati non provano lo stato di impresa sotto soglia e le censure difettano di specificità.
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Una società debitrice omette il deposito del piano di concordato preventivo nei termini fissati dal tribunale. La banca creditrice chiede un rinvio di sessanta giorni per valutare un possibile accordo transattivo. Nonostante la richiesta di rinvio, il tribunale dispone l'apertura della liquidazione giudiziale, accertando un pesante debito tributario e previdenziale non sanabile. La società impugna la decisione sostenendo che la tolleranza della banca equivaleva a una rinuncia all'istanza e che il giudice avrebbe agito d'ufficio. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'azienda. I giudici confermano che la semplice richiesta di rinvio avanzata dal creditore non costituisce desistenza. L'inadempimento degli obblighi procedurali e lo stato di insolvenza irreversibile legittimano l'immediata apertura della liquidazione giudiziale, garantendo la celerità del procedimento concorsuale.
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La Corte d'Appello ha revocato l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di una società cooperativa. Attraverso una consulenza tecnica, è emerso che l'impresa non superava i requisiti dimensionali previsti dal Codice della Crisi, avendo debiti, ricavi e attivo patrimoniale sotto le soglie legali nonostante l'inattendibilità dei bilanci iniziali.
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Un Avvocato ha chiesto a una Banca il pagamento dei compensi per l'attività professionale svolta. Il Tribunale ha riconosciuto gli interessi di mora a partire da trenta giorni dopo l'invio del preavviso di parcella. La Banca ha contestato questa decorrenza, sostenendo che gli interessi dovessero partire solo dalla liquidazione giudiziale del compenso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca, stabilendo che gli interessi di mora compensi avvocato decorrono dalla messa in mora (richiesta di pagamento o domanda giudiziale), anche se l'importo finale liquidato dal giudice è inferiore a quello inizialmente richiesto. La contestazione del cliente non impedisce la mora se la sua condotta è dilatoria.
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Un difensore ha promosso un ricorso per ottenere una maggiore liquidazione compensi avvocato dopo aver assistito un supercondominio e vari condomìni in una procedura esecutiva conclusasi con un accordo. Il legale richiedeva oltre ventidue mila euro, applicando i parametri per il pignoramento presso terzi e la maggiorazione per la difesa di una pluralità di parti. I condomìni si sono opposti, evidenziando la semplicità dell'attività svolta e l'avvenuto pagamento di un congruo acconto. I giudici di merito hanno respinto la richiesta del legale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. Il giudice possiede la facoltà discrezionale di negare l'aumento per la difesa di più soggetti se la prestazione non presenta un aggravio difensivo o questioni giuridiche differenziate.
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La vicenda riguarda un contenzioso tra una società commerciale e la liquidazione giudiziale di un consorzio. La società aveva impugnato un decreto del Tribunale dinanzi alla Corte di Cassazione, ma ha successivamente presentato formale rinuncia al ricorso. La liquidazione giudiziale ha accettato espressamente tale rinuncia nello stesso atto. La Corte di Cassazione ha preso atto dell'accordo tra le parti e ha dichiarato l'estinzione del giudizio. A fronte dell'adesione della controparte alla rinuncia al ricorso, i giudici non hanno pronunciato alcuna condanna al pagamento delle spese processuali, chiudendo definitivamente la vertenza senza impatti economici reciproci.
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Un creditore garantito da fideiussione ha richiesto l'apertura della procedura concorsuale contro una società debitrice non adempiente. Dopo l'accoglimento del reclamo in appello con la dichiarazione di crisi, la società si è opposta con ricorso alla Corte di Cassazione. Il giudizio ha affrontato la tempestività dell'impugnazione. La Suprema Corte ha stabilito che per la liquidazione giudiziale termine ricorso resta rigorosamente fissato in trenta giorni. L'azienda debitrice ha notificato l'atto oltre la scadenza prevista dall'articolo 51 del Codice della Crisi. I giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione tardiva della società, confermando l'apertura della procedura e condannandola alle spese di causa.
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