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Esimente — Anno 2026

Altri anni per Esimente

Provvedimenti

Diffamazione a mezzo stampa: la critica giudiziaria resta lecita
Un imprenditore ha citato in giudizio un'emittente televisiva pubblica e un giornalista d'inchiesta. L'attore chiedeva il risarcimento del danno per diffamazione a mezzo stampa a causa di un articolo pubblicato sul portale online di una nota trasmissione. L'articolo ricostruiva il contrasto tra Procura antimafia e Tribunale sulle imputazioni rivolte al soggetto, omettendo secondo la tesi difensiva il dovuto risalto alle successive assoluzioni. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello hanno rigettato la richiesta risarcitoria, ritenendo l'articolo un legittimo esercizio del diritto di critica su vicende giudiziarie reali. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo integralmente il ricorso dell'imprenditore e condannandolo al pagamento delle spese di lite.
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Dosi e bilancino: addio esimente dell’uso personale
I giudici hanno condannato un imputato sorpreso con 3,8 grammi di cocaina all'interno di un locale commerciale. L'uomo custodiva la sostanza suddivisa in quattro involucri sigillati pronti alla cessione. Nel locale le forze dell'ordine hanno trovato anche un bilancino di precisione e tracce di droga sul bancone. La difesa ha sostenuto la tesi del mero consumo proprio, invocando l'esimente dell'uso personale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno confermato la condanna per spaccio di lieve entità. Il quantitativo, le modalità di confezionamento, gli strumenti rinvenuti e il continuo andirivieni di avventori escludono categoricamente il consumo personale.
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Imposta unica sulle scommesse: sanzioni piene per l’estero
L'Agenzia fiscale ha notificato un avviso di accertamento a un allibratore estero privo di concessione, chiedendo il versamento del tributo per le giocate raccolte nel 2014 tramite un centro trasmissione dati locale. L'operatore straniero contestava la pretesa e le relative sanzioni pecuniarie. I giudici di secondo grado hanno confermato il debito principale ma hanno annullato le penalità, ritenendo sussistente una grave confusione nell'interpretazione della normativa. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato tale esito, accogliendo il ricorso dell'ente pubblico. Il legislatore aveva eliminato ogni dubbio normativo già alla fine del 2010. Di conseguenza, l'imposta unica sulle scommesse e le relative sanzioni si applicano integralmente anche a chi opera tramite ricevitorie collegate senza alcuna concessione formale, confermando la totale legittimità del recupero.
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Diffamazione a mezzo stampa: assolto il cronista
Un giornalista pubblica un articolo di inchiesta mettendo in dubbio il numero effettivo delle donazioni di sangue celebrate dal presidente di un ente assistenziale pubblico. Il cronista si basa su documenti del centro trasfusionale e sul sito ufficiale, ma i registri contenevano un errore anagrafico imputabile al sistema informatico. La persona offesa querela il cronista per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Dopo la condanna nei gradi di merito, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso del giornalista e annulla la sentenza senza rinvio. La Suprema Corte stabilisce che l'errore del cronista era scusabile data la verifica diligente delle banche dati e che i toni aspri rientravano nel legittimo esercizio del diritto di critica verso figure con ruoli pubblici.
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Diffamazione a mezzo stampa tra inchiesta e menzogna
Un giornalista ha pubblicato un articolo sul proprio quotidiano online accusando i vertici di un consorzio pubblico di aver ceduto gratuitamente un vasto terreno a una società privata per favoritismi personali. Nel testo, il redattore definiva l'ente come un luogo opaco e la presidente come una figura priva di competenze. Gli atti ufficiali, già noti al cronista, smentivano integralmente tale ricostruzione: il terreno era stato regolarmente venduto per duecentocinquantamila euro. I giudici di merito hanno condannato il direttore per diffamazione a mezzo stampa e al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna penale, rigettando le eccezioni sul rinvio dell'udienza e stabilendo che l'inventata cessione gratuita supera i confini del diritto di cronaca e di critica, sfociando in una lesione gratuita della reputazione.
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Imposta unica sulle scommesse: regole di calcolo e poteri del giudice
L'Agenzia delle Dogane ha richiesto il pagamento dell'imposta unica sulle scommesse per l'anno 2015 a un allibratore estero privo di concessione e al gestore del centro trasmissione dati collegato. Il Fisco pretendeva di applicare un metodo forfettario calcolato sul triplo della media provinciale della raccolta. La Corte di Cassazione ha chiarito che tale criterio forfettario maggiorato è entrato in vigore solo dal primo gennaio 2016 per effetto della legge di stabilità. Per il 2015 trova ancora applicazione il pregresso regime ordinario di accertamento. Contestualmente, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Erario poiché il giudice tributario d'appello aveva delegato all'amministrazione la quantificazione del dovuto anziché rideterminare direttamente l'importo della pretesa fiscale.
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Reazione ad atti arbitrari: l’offesa cancella la resistenza
Il Tribunale assolveva Il Cittadino dall'accusa di resistenza a pubblico ufficiale riconoscendo la reazione ad atti arbitrari quale causa di non punibilità. Durante un controllo, un pubblico agente aveva rivolto una grave ingiuria alla madre dell'uomo, scatenando la sua immediata condotta oppositiva. Il Tribunale proscioglieva inoltre l'imputato dal reato di lesioni personali a causa della particolare tenuità del fatto. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso per cassazione, sostenendo l'inverosimiglianza dell'offesa verbale e la mancanza di riscontri esterni a carico dei pubblici agenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione della Procura poiché generica e volta a richiedere un riesame del merito vietato in sede di legittimità. La scriminante protegge pienamente il privato di fronte a comportamenti sconvenienti dei pubblici ufficiali. Vince Il Cittadino, che mantiene l'assoluzione definitiva e non subisce alcuna sanzione penale.
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Stato di necessità: inutile invocarlo con la madre vicina
Una cittadina ha presentato ricorso per cassazione contestando la condanna penale e invocando lo stato di necessità. La difesa ha sostenuto che la donna versasse in condizioni di estremo bisogno e ha lamentato il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'imputata risultava anagraficamente e formalmente inserita nel nucleo familiare della madre, residente nella medesima via. Questa vicinanza abitativa e l'appoggio familiare escludono un pericolo attuale e inevitabile. Di conseguenza, il presunto stato di necessità non sussiste per totale assenza di urgenza abitativa. La ricorrente ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: perché 690 dosi escludono lo sconto
Due soggetti, un uomo e una donna, hanno proposto ricorso in Cassazione a seguito della condanna per detenzione di sostanze stupefacenti. La difesa ha richiesto il riconoscimento dello spaccio di lieve entità, oltre al riesame delle attenuanti generiche per l'uomo e l'assoluzione della donna per presunta estraneità ai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il possesso di circa 690 dosi medie di crack e la gestione congiunta del denaro provento dell'illecito dimostrano l'inserimento in un traffico ben avviato. Questa circostanza esclude del tutto la minima offensività del fatto, confermando le condanne precedenti.
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Falsa testimonianza: il timore non salva dalla condanna penale
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due cittadini, madre e figlio, condannati per il reato di falsa testimonianza dopo aver reso dichiarazioni reticenti per paura di ritorsioni da parte di esponenti della criminalità locale. La difesa ha invocato la causa di non punibilità della necessità di salvarsi da un danno grave alla persona e lo stato di necessità. I giudici hanno chiarito che il semplice timore per la propria incolumità fisica non giustifica la falsa testimonianza ai sensi dell'articolo 384 del codice penale, richiedendo la legge un pericolo imminente e concreto. Il ricorso del figlio è stato integralmente rigettato. La sentenza contro la madre è stata invece annullata con rinvio solo per la mancata motivazione sul beneficio della non menzione della condanna.
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Diffamazione a mezzo stampa: il danno non è mai automatico
Un imprenditore e la sua azienda hanno citato in giudizio un giornalista, un direttore e il presidente di un associazione per la pubblicazione di articoli e interviste lesivi della reputazione, legati a un indagine penale poi conclusasi con il proscioglimento. La Corte di Cassazione ha chiarito che nei casi di diffamazione a mezzo stampa il risarcimento del danno non patrimoniale non spetta mai in modo automatico. La vittima deve sempre dimostrare il concreto pregiudizio patito, ovvero il danno-conseguenza. Inoltre, il diritto di critica non protegge chi attribuisce fatti falsi o diversi da quelli reali oggetto delle indagini. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di appello, rinviando la causa per un nuovo giudizio.
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Resistenza a pubblico ufficiale sul treno: condanna confermata
Un passeggero su un treno ha rifiutato di indossare la mascherina di protezione e ha assunto un comportamento aggressivo. Il capotreno ha richiesto l'intervento della polizia ferroviaria. Gli agenti hanno ordinato all'uomo di scendere dal convoglio per completare gli accertamenti in sicurezza. L'uomo ha reagito con violenza, sferrando calci e pugni ai poliziotti. I giudici lo hanno condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna e hanno escluso la particolare tenuità del fatto. La condotta violenta e il grave turbamento dell'ordine pubblico impediscono di considerare l'offesa come minima. L'imputato deve quindi pagare le spese processuali.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile e sanzione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, il quale ha impugnato la decisione di merito contestando la ricostruzione dei fatti e invocando la scusante della reazione agli atti arbitrari delle forze dell'ordine. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. L'impugnazione riproponeva censure generiche e mirava unicamente a ottenere una rivalutazione delle prove già vagliate nei precedenti gradi, senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna definitiva dell'imputato, disponendo anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Armi incustodite: scatta la particolare tenuità del fatto
Un cittadino subiva una condanna per irregolare custodia e omessa ripetizione della denuncia di trasferimento di alcune armi da fuoco. Durante il processo, la difesa chiedeva il proscioglimento per particolare tenuità del fatto, evidenziando l'assenza di munizioni, il mancato pericolo concreto e la concessione delle attenuanti generiche. Il Tribunale ometteva qualsiasi motivazione su tale richiesta difensiva. L'interessato presentava ricorso per cassazione per contestare tale silenzio motivazionale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve valutare congiuntamente le modalità della condotta e l'entità del pericolo quando la difesa richiede l'esclusione della punibilità. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo punto.
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Ricorso per saltum: limiti processuali ed esclusioni
Due ospiti di una struttura di accoglienza rifiutavano di rivelare agli investigatori i responsabili del danneggiamento di una porta. Il Pubblico Ministero contestava il delitto di favoreggiamento personale. Il giudice di primo grado emetteva sentenza di non doversi procedere all'udienza predibattimentale, riconoscendo l'esimente dello stato di necessità per il timore di ritorsioni e il diritto al silenzio. La Procura impugnava la decisione saltando il secondo grado attraverso un ricorso per saltum in Cassazione, lamentando anche difetti di logica della motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso immediato per difetti motivazionali, riqualificando l'atto come appello e trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello competente.
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Stato di necessità: ricorso respinto per motivi generici
L'imputata ha proposto ricorso per cassazione chiedendo l'applicazione dell'esimente dello stato di necessità per andare esente da pena. La Corte d'appello aveva già respinto la tesi difensiva sulla base delle prove raccolte. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi proposti risultavano del tutto generici e riproducevano argomenti già esaminati e disattesi nei gradi precedenti. La difesa puntava inoltre a ottenere una nuova valutazione delle prove, operazione vietata alla Suprema Corte. A seguito dell'esito negativo, la ricorrente ha subito la condanna al rimborso delle spese di causa e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver promosso un giudizio manifestamente privo dei requisiti minimi di specificità.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: condanna confermata
Un imputato ha subito una condanna penale per minaccia aggravata e per il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Il soggetto ha sostenuto di aver agito per tutelare la propria salute da un pericolo imminente, invocando l'esimente dello stato di necessità. I giudici hanno respinto questa tesi per assenza di prove sul reale pericolo e per la disponibilità di tutele legali d'urgenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna definitiva e infliggendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende. La richiesta di rimborso spese della parte civile è stata rigettata per tardività del deposito.
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Reato di evasione: non basta il rischio sfratto per giustificarsi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione a carico di un soggetto sottoposto a misura restrittiva. L'imputato si era allontanato dal luogo autorizzato per raggiungere un altro comune e prelevare denaro, giustificando la condotta con l'asserita necessità di evitare un imminente sfratto. I giudici hanno respinto la tesi difensiva escludendo lo stato di necessità: la difesa non ha fornito alcuna prova del pericolo attuale di un grave danno alla persona o dell'effettiva esecuzione dello sfratto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la sussistenza della recidiva e negando le attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: condanna confermata dal Giudice
Un cittadino ha subito una condanna per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la propria responsabilità e invocando l'esimente della reazione a un comportamento arbitrario delle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. L'atto difensivo si limitava a riproporre le stesse contestazioni fattuali già respinte dai giudici territoriali, senza criticare la specifica motivazione della sentenza impugnata. I giudici hanno confermato la condanna penale e hanno sanzionato il ricorrente con le spese di lite e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uccisione di animali: confermata condanna per la vetturina
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di una vetturina responsabile della morte del proprio cavallo, impiegato nel traino di carrozze turistiche. L'animale era deceduto per collasso cardio-respiratorio causato da un colpo di calore in una torrida giornata estiva. L'imputata aveva costretto il cavallo a lavorare ininterrottamente senza concedere pause adeguate e senza un'idonea idratazione. I giudici hanno escluso qualsiasi causa di giustificazione legata all'attività commerciale autorizzata, poiché lo sfruttamento dell'equino violava ampiamente i regolamenti a tutela del benessere animale. La condotta integra pienamente il delitto di uccisione di animali previsto dal codice penale, rendendo l'impugnazione inammissibile.
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