Definizione
Una difesa che può essere sollevata in qualsiasi momento del processo, anche per la prima volta in appello, e che può essere rilevata d'ufficio dal giudice. Riguarda fatti che impediscono, modificano o estinguono il diritto fatto valere dall'avversario.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 156 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 41%
- Rigettato 46%
- Inammissibile 9%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro41%
- Civile Sez. 133%
- Civile Sez. 226%
Precedenti più richiamati
- Cass. 27998/2018in 12 provvedimenti
- Cass. 3155/2025in 4 provvedimenti
- Cass. 4548/2014in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 10531/2013in 28 provvedimenti
- Cass. S.U. 15661/2005in 20 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un contribuente riceve un avviso di intimazione per mancato pagamento di sanzioni amministrative e tasse locali. Il cittadino contesta l'atto sostenendo la prescrizione cartella esattoriale per decorso del termine di cinque anni dalla notifica originaria. Il Tribunale accoglie l'opposizione, ma in appello l'Agente della Riscossione evidenzia che una legge del 2014 ha disposto la sospensione automatica dei termini di riscossione per centosessantasei giorni. La Corte di Cassazione conferma la validità del recupero del credito: la sospensione opera per legge a favore di tutti i carichi affidati entro il 31 ottobre 2013. Tale beneficio normativo costituisce un rilievo d'ufficio e non una difesa tardiva, rendendo tempestiva la richiesta di pagamento dell'ente riscossore.
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Un contribuente impugna un'intimazione di pagamento e una comunicazione preventiva di ipoteca per vizi di notifica e decorso del tempo. I giudici d'appello accolgono parzialmente il ricorso, ritenendo nulla la notifica per irreperibilità assoluta e dichiarando prescritti i tributi più datati, ma confermando il termine decennale per le imposte dirette e l'IVA. L'Agente della Riscossione ricorre in Cassazione contestando la qualificazione della notifica e la mancata verifica degli atti interruttivi. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'Agente: la notifica andava valutata come irreperibilità temporanea e il giudice doveva accertare se le cartelle esattoriali avessero interrotto i termini. Inoltre, per la prescrizione tributi erariali come IRPEF, IVA e IRAP vale sempre il termine ordinario di dieci anni e non quello quinquennale. La causa torna quindi al giudice tributario di secondo grado.
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L'Agente della Riscossione ha notificato una cartella esattoriale a una società per oltre 235.000 euro per ritenute non versate. L'impresa ha impugnato l'atto contestando la tardività della notifica, la difesa dell'ente affidata a un avvocato del libero foro e la nullità della cartella di pagamento via PEC priva di firma digitale. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso della contribuente. La Corte ha stabilito che l'ente di riscossione può avvalersi di legali esterni e che l'assenza di firma digitale non invalida la cartella di pagamento via PEC regolarmente inviata all'indirizzo dell'impresa. Inoltre, la decadenza per la notifica decorre dal mancato versamento dell'ultima rata del piano concordato e non dalla dichiarazione originaria.
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Una società ha impugnato una cartella esattoriale di oltre 62.000 euro per contributi previdenziali e sanzioni relativi a un dipendente non regolarizzato tra il 1989 e il 1996. L'azienda eccepiva la nullità della notifica postale diretta, vizi formali dell'atto e la prescrizione contributi previdenziali. I giudici di merito hanno respinto l'opposizione rilevando la tardività delle eccezioni formali e la validità degli atti interruttivi della prescrizione. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni precedenti. La notifica a mezzo raccomandata diretta da parte dell'agente della riscossione è pienamente legittima. Inoltre, le lettere di messa in mora e le denunce del lavoratore hanno validamente interrotto i termini di prescrizione, rendendo l'intero credito dell'ente di previdenza pienamente esigibile.
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La Corte d'Appello aveva dichiarato estinto il debito di una contribuente per intervenuta prescrizione contributi previdenziali, ritenendo decorso il termine di cinque anni tra la notifica dell'avviso di addebito e la successiva intimazione di pagamento. I giudici di secondo grado avevano ignorato un atto interruttivo intermedio del 2012, prodotto tardivamente dall'Ente previdenziale nelle note scritte di udienza poiché pervenuto dall'Agente della Riscossione solo a causa inoltrata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente previdenziale, stabilendo che l'interruzione della prescrizione costituisce un'eccezione in senso lato rilevabile anche d'ufficio dal magistrato. Di conseguenza, nel rito del lavoro i documenti sopravvenuti o indispensabili per la decisione non possono essere ignorati, imponendo al giudice l'obbligo di stimolare il contraddittorio tra le parti sulla loro ammissibilità ed efficacia.
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I proprietari di un immobile danneggiato dal sisma del 1997 citano in giudizio il Comune. L'ente locale omette l'inoltro dei documenti necessari e i privati lamentano la perdita di chance di ottenere i contributi pubblici per la ricostruzione. I giudici di primo e secondo grado condannano il Comune e i suoi tecnici a risarcire oltre 135.000 euro. Durante la causa, tuttavia, i proprietari ricevono un consistente contributo pubblico post-sisma 2016 per riparare le medesime opere. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Comune: il giudice d'appello doveva esaminare tale fatto sopravvenuto. Se il vantaggio successivo copre gli stessi interventi, il danno economico scompare del tutto.
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La Cassazione ha esaminato un caso di crediti lavorativi contro un'Amministrazione. Ha stabilito che l'interruzione della prescrizione non è un'eccezione in senso stretto e può essere rilevata d'ufficio dal giudice, anche tramite copia documentale prodotta tardivamente se il fatto era già noto. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la sentenza d'appello perché la motivazione sulla quantificazione dei crediti era
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Un Lavoratore rivendicava diritti di servitù di pascolo su un terreno, basandosi su scritture private la cui autenticità era stata accertata giudizialmente. L'Azienda, proprietaria del terreno, aveva acquisito la proprietà tramite donazione. La Corte d'Appello aveva negato l'opponibilità dei diritti del Lavoratore, poiché la trascrizione della sentenza di accertamento era avvenuta dopo la trascrizione della donazione dell'Azienda. Il Lavoratore ha ricorso in Cassazione, sostenendo che l'eccezione di difetto di tempestiva trascrizione fosse tardiva e non rilevabile d'ufficio. La Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che il difetto di trascrizione, che incide sull'Opponibilità diritti reali, è un'eccezione in senso lato. Il giudice può rilevarla d'ufficio in ogni fase del processo, anche se proposta tardivamente, purché i fatti siano documentati.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità dei contratti a tempo determinato e di somministrazione stipulati dalla Pubblica Amministrazione con una lavoratrice per gestire l'emergenza immigrazione. I giudici hanno chiarito che le ordinanze di protezione civile non possono derogare implicitamente alle norme di legge che impongono l'indicazione precisa delle ragioni temporanee dell'assunzione. Di conseguenza, l'ente pubblico risponde dell'abuso dei contratti a termine e deve versare l'indennità risarcitoria pari a dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto. La successiva stabilizzazione della lavoratrice non cancella il risarcimento se l'amministrazione non allega tempestivamente tale circostanza durante il giudizio di merito.
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Un Contribuente ha impugnato cartelle esattoriali per prescrizione. L'Agenzia delle Entrate ha sostenuto l'**interruzione della prescrizione tributaria**. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'interruzione della prescrizione è un'eccezione in senso lato, quindi il giudice può rilevarla d'ufficio e non è una 'nuova eccezione' in appello. Inoltre, ha precisato che l'onere di provare la mancata ricezione o il contenuto diverso di un atto notificato spetta al destinatario. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione del caso.
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Una Vedova ha chiesto il risarcimento del danno patrimoniale da morte dopo che il Marito è deceduto in un incidente di caccia. Il Tribunale le ha dato ragione, ma la Corte d'Appello ha escluso il danno patrimoniale, rilevando che il reddito della Vedova era superiore a quello del Marito. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che l'esistenza di un reddito proprio della Vedova, anche se non esclude automaticamente il danno, impedisce il risarcimento se non si prova un effettivo pregiudizio economico dovuto alla perdita del contributo del Marito. La Cassazione ha rigettato il ricorso della Vedova, confermando l'assenza di un effettivo danno patrimoniale da morte.
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Un docente precario ha svolto supplenze annuali per quattro anni scolastici consecutivi su posti vacanti. La Corte di Appello ha accertato la condotta illegittima del Ministero e ha riconosciuto al lavoratore un indennizzo di sei mensilità. Il Ministero ha impugnato la decisione in Cassazione sostenendo che l'avvenuta stabilizzazione del docente escludesse il danno. La Suprema Corte ha confermato la condanna dell'amministrazione. L'eventuale assunzione a ruolo costituisce un'eccezione che il datore di lavoro deve provare tempestivamente nelle fasi precedenti. Poiché il Ministero ha sollevato la questione con grave ritardo solo nel giudizio di legittimità, la reiterazione contratti a termine impone il risarcimento del danno subito dal docente.
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Una lavoratrice ha prestato servizio per un Ministero tramite reiterati contratti a termine stipulati con un'agenzia interinale. I giudici hanno accertato la nullità degli accordi per assenza di causali specifiche, condannando l'amministrazione a risarcire dieci mensilità. Il Ministero ha impugnato la decisione sostenendo che le ordinanze della Protezione Civile emanate per fronteggiare emergenze giustificassero la deroga alla disciplina ordinaria. La Cassazione ha respinto il ricorso statale, chiarendo che l'emergenza non sana l'omissione dei requisiti di legge se le ordinanze non prevedono deroghe espresse. In presenza di somministrazione illegittima nella PA, la lavoratrice ha pieno diritto al danno comunitario senza necessità di specifica prova del pregiudizio.
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Una società impugna una cartella esattoriale relativa a un debito IRES dell'anno 2002, eccependo il decorso del tempo e l'estinzione del credito erariale. L'Agenzia delle Entrate afferma l'intervenuta interruzione della prescrizione tributaria, richiamando una precedente sentenza. L'ente impositore, tuttavia, deposita soltanto un estratto informatico del proprio archivio interno, privo del testo integrale della decisione e riferito a tributi differenti. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici affermano che l'onere di provare i fatti interruttivi grava interamente sull'erario tramite elementi probatori ritualmente prodotti. Il semplice estratto digitale non dimostra il blocco dei termini per il tributo contestato. La società contribuente vince la causa e l'Agenzia delle Entrate subisce la condanna alle spese legali.
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Una Professionista ha contestato la richiesta di pagamento dell'Ente Previdenziale per i contributi del 2009, eccependo l'estinzione del debito per decorso del tempo. La Corte d'Appello ha accolto l'opposizione, fissando la decorrenza al 16 giugno 2010 e dichiarando tardivo il sollecito notificato il 30 giugno 2015. L'Ente ha proposto ricorso per Cassazione. I Giudici di legittimità hanno chiarito che il magistrato individua d'ufficio l'esatto momento iniziale del termine legale. In virtù della proroga fiscale stabilita per legge, la scadenza originaria risultava differita al 6 luglio 2010. Di conseguenza, la richiesta di pagamento notificata entro tale arco temporale ha interrotto tempestivamente i termini. La Corte ha accolto il ricorso dell'Ente e ha cassato la decisione, ridefinendo il calcolo relativo alla prescrizione contributi Gestione separata.
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Un appaltatore ha citato in giudizio diversi committenti per inadempimento legato a lavori edili. Durante la causa, l'appaltatore ha siglato un accordo transattivo con gli eredi di uno solo dei committenti per una cifra a saldo e stralcio. Gli altri committenti condebitori hanno dichiarato di voler profittare della transazione ai sensi dell'articolo 1304 del codice civile. La Corte di Cassazione ha confermato che la facoltà di profittare della transazione è un diritto potestativo esercitabile in ogni momento del processo, anche tramite il proprio difensore. Inoltre, accogliendo il ricorso di uno dei committenti, la Corte ha stabilito che la somma di trentamila euro già versata in esecuzione dell'accordo debba essere obbligatoriamente scomputata dal debito complessivo, riducendo l'importo finale dovuto all'appaltatore.
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Un Lavoratore ha prestato servizio presso un Ministero tramite contratti a termine e somministrazione per fronteggiare un'emergenza straordinaria. I contratti erano privi delle motivazioni giustificatrici previste dalla legge. Il datore pubblico ha invocato le deroghe contenute nelle ordinanze di protezione civile. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità dei contratti, ribadendo che le ordinanze emergenziali non possono derogare alle norme a tutela dell'occupazione senza una specifica previsione legislativa. Tuttavia, i giudici hanno accolto le doglianze ministeriali sul calcolo dei danni. In caso di abuso di contratti a termine nella Pubblica Amministrazione, il dipendente non ottiene la stabilizzazione né l'indennità per licenziamento ingiustificato, ma ha diritto al risarcimento forfettario stabilito dal Collegato Lavoro, compreso tra 2,5 e 12 mensilità.
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Due compagnie aeree societariamente collegate avviano una procedura di esubero. Un dipendente impugna il recesso contestando la limitazione della platea degli esuberi alla sola società formale datrice di lavoro. I giudici di merito accertano che le due società costituiscono un unico centro di imputazione aziendale. Conseguentemente, il licenziamento collettivo è illegittimo poiché la scelta dei lavoratori da licenziare doveva includere il personale di entrambe le aziende. La Corte di Cassazione conferma la decisione e rigetta il ricorso delle società. Il Giudice di legittimità ribadisce che, in caso di unico complesso aziendale, la selezione per il licenziamento collettivo deve riguardare la totalità dei dipendenti. La Cassazione precisa inoltre che i guadagni ottenuti altrove dal lavoratore (aliunde perceptum) devono essere provati dal datore di lavoro. Il lavoratore ottiene la reintegrazione e il risarcimento.
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Un lavoratore del settore pubblico ha ottenuto il risarcimento del danno per abusiva reiterazione di contratti a termine su organico di diritto. L'amministrazione ha contestato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione, sostenendo che l'intervenuta assunzione a tempo indeterminato del dipendente escludesse il diritto all'indennizzo. Secondo il datore di lavoro pubblico, spettava al dipendente dichiarare tale stabilizzazione durante il processo.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'amministrazione. I giudici hanno chiarito che la stabilizzazione successiva costituisce una semplice eccezione difensiva a carico del datore di lavoro e non un elemento costitutivo della domanda del lavoratore. Poiché l'amministrazione non ha dedotto tempestivamente la stabilizzazione durante il giudizio di appello, non può contestarla per la prima volta in sede di legittimità. L'amministrazione deve versare il risarcimento e pagare le spese processuali.
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Un'impresa pubblicitaria ha contestato diverse richieste di pagamento inviate da un Comune per la presunta occupazione abusiva di suolo pubblico mediante cartelloni pubblicitari. La società ha sostenuto l'illegittimità delle sanzioni e ha contestato l'ammontare richiesto, chiedendo di ricalcolare l'indennità in base alla reale durata dell'esposizione. La Corte di Appello ha rigettato la richiesta, qualificando la contestazione sul periodo di esposizione come una domanda tardiva non esaminabile. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, accogliendo il ricorso dell'impresa. Gli Ermellini hanno chiarito che contestare la quantificazione economica e la durata dell'illecito non costituisce una pretesa nuova in appello. I giudici devono quindi rivalutare l'effettiva durata della violazione.
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