Definizione
Soggetto che acquista un diritto di credito da un altro soggetto tramite un contratto di cessione.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 56 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 58% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 28%
- Rigettato 58%
- Inammissibile 10%
- Altro 4%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro47%
- Civile Sez. 131%
- Civile Sez. 322%
Precedenti più richiamati
- Cass. 12094/2016in 3 provvedimenti
- Cass. 9469/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 10414/2020in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Alcuni lavoratori contestavano la cessione del loro settore operativo verso una nuova società del gruppo. I dipendenti chiedevano il ripristino del rapporto con la ditta originaria, sostenendo che l'operazione mascherasse una semplice cessione di contratti priva del loro consenso. Essi lamentavano l'assenza di una reale autonomia del settore e contestavano la legittimità del passaggio. La Corte d'Appello ha ribaltato il verdetto iniziale e ha dichiarato legittimo il trasferimento di ramo d'azienda, accertando la preesistenza del reparto, il passaggio dei software e la validità dell'assetto organizzativo comune mediante contratto di rete. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questa decisione e ha respinto il ricorso dei dipendenti. I giudici hanno stabilito che la riorganizzazione aziendale rispetta la legge quando il reparto ceduto mantiene la propria identità funzionale.
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Una società richiede il rilascio di una concessione di derivazione d'acqua per un torrente montano. Durante la procedura di gara, l'ente pubblico competente ordina di adeguare i documenti tecnici alla nuova Direttiva Deflussi Ecologici. La società impugna la richiesta, sostenendo che le norme sopravvenute valgano solo per le nuove domande presentate dopo il luglio 2018. Le Sezioni Unite della Cassazione respingono il ricorso dell'impresa. I giudici confermano che nei procedimenti amministrativi vige la regola secondo cui l'amministrazione deve applicare la normativa vigente al momento dell'emanazione dell'atto finale. Le esigenze ambientali sopravvenute prevalgono sull'interesse dell'istante, imponendo il rispetto dei nuovi parametri di tutela del corso idrico.
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Un dipendente comunale si trasferisce presso un'Agenzia fiscale tramite la mobilità nel pubblico impiego. L'ente di destinazione assegna al lavoratore una fascia economica inferiore, ignorando gli scatti stipendiali già maturati. Il lavoratore agisce in giudizio per ottenere il riconoscimento del livello economico superiore e le differenze retributive. I giudici di merito accolgono la domanda del dipendente e condannano l'amministrazione al pagamento. L'Agenzia ricorre in Cassazione sostenendo l'irrilevanza delle progressioni economiche precedenti. La Suprema Corte rigetta il ricorso dell'ente e conferma che il passaggio tra enti costituisce una cessione del contratto a tutele piene. L'amministrazione deve garantire l'invarianza del trattamento economico e riconoscere la posizione acquisita.
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La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta di Correzione di errore materiale presentata da una società che gestisce crediti (la Mandataria), agendo per conto di una Banca. La richiesta riguardava una precedente sentenza della stessa Corte, dove per sbaglio era stata indicata "UniCredit Leasing S.p.A." al posto di "UniCredit S.p.A." come parte nel processo. Questo errore, pur non alterando la sostanza della decisione, rendeva imprecisa l'identificazione di una delle parti coinvolte. La Corte ha quindi ordinato la rettifica del nome della parte in due punti specifici del testo della sentenza originaria.
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La Società Creditrice ha proposto domanda di insinuazione tardiva al passivo fallimentare per ottenere il riconoscimento di un credito ipotecario pari a oltre duecentomila euro. Il Tribunale ha respinto l'opposizione rigettando la richiesta poiché ritenuta una mera duplicazione di altre tutele pendenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società dichiarando la nullità della motivazione del decreto impugnato. I giudici di legittimità hanno riscontrato l'assenza del contenuto minimo richiesto dalla Costituzione, in quanto il provvedimento conteneva soltanto affermazioni sintetiche e generiche. La decisione non analizzava minimamente le argomentazioni difensive presentate. La Cassazione ha quindi annullato il decreto e ha rinviato la causa al Tribunale per un nuovo esame.
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Un lavoratore ha sottoscritto un accordo conciliativo con la propria cooperativa datrice di lavoro cedente per saldare retribuzioni arretrate e trattamento di fine rapporto. Nello stesso patto, il dipendente accettava di rinunciare a far valere la responsabilità solidale cessionaria a condizione che la cedente pagasse le rate pattuite. A seguito del mancato pagamento del debito da parte della società cedente, il lavoratore ha ottenuto la risoluzione del patto conciliativo. La Corte di Cassazione ha confermato che l'inadempimento del cedente annulla l'intero accordo, ripristinando in pieno la responsabilità solidale cessionaria. La nuova società cessionaria deve quindi pagare integralmente gli stipendi e il trattamento di fine rapporto non corrisposti.
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La controversia nasce a seguito della nullità di una cessione di ramo d'azienda. I giudici avevano già accertato l'invalidità del passaggio e ordinato la prosecuzione del rapporto con l'azienda cedente. Il lavoratore ha richiesto e ottenuto le retribuzioni maturate dopo la formale messa in mora. L'azienda cedente ha contestato le somme, sostenendo che le vicende intercorse con la ditta cessionaria escludessero il debito o imponessero detrazioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda datrice. I giudici hanno chiarito che le somme dovute dall'azienda cedente dopo la messa in mora hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, il datore deve versare lo stipendio pieno senza detrarre altri importi.
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La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fallimento di un'azienda contro l'ammissione al passivo di un credito bancario derivante da un mutuo. La curatela contestava l'operato della banca per abusiva concessione di credito, avendo questa erogato il finanziamento nonostante un enorme debito fiscale del beneficiario e discrepanze tra bilanci e dichiarazioni IRAP. Il Tribunale aveva escluso la responsabilità della banca, ritenendo non obbligatoria la verifica dei carichi pendenti tributari. La Cassazione ha invece stabilito che la corrispondenza formale tra bilanci e dichiarazioni dei redditi non esonera l'istituto di credito da controlli più approfonditi. Spetta al giudice di merito valutare se, secondo la diligenza dell'accorto banchiere, fosse esigibile l'acquisizione del certificato dei carichi fiscali pendenti. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Tre lavoratori hanno chiesto il pagamento del rimborso chilometrico per la tratta verso la sede di lavoro, invocando un accordo interno e l'esistenza di un uso aziendale, dato che altri colleghi ricevevano lo stesso beneficio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici precedenti. La Corte ha chiarito che il rimborso spetta solo ai lavoratori in trasferta temporanea e non a quelli assegnati stabilmente a una sede. Inoltre, l'uso aziendale non si applica automaticamente ai nuovi assunti o trasferiti se il datore di lavoro decide legittimamente di escluderli, mantenendo il beneficio solo per chi già ne godeva. I lavoratori perdono la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Una banca propone opposizione allo stato passivo di un fallimento dichiarato nel 2001. Il Tribunale rigetta l'opposizione nel 2015. La società cessionaria del credito impugna la decisione direttamente davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Per i fallimenti dichiarati prima del 16 luglio 2006, si applica la vecchia disciplina fallimentare. Di conseguenza, contro la sentenza del tribunale che decide sull'opposizione allo stato passivo, il creditore deve proporre appello dinanzi alla Corte d'Appello e non può ricorrere direttamente in Cassazione. Il creditore perde la causa e viene condannato al pagamento del doppio del contributo unificato.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo avviato da una compagnia aerea e la nullità del recesso intimato a una lavoratrice nel periodo protetto per matrimonio. I giudici hanno accertato la violazione dei criteri di scelta dei lavoratori, illegittimamente limitati a livello locale anziché nazionale, e l'acquisizione di nuovo personale in concomitanza con la procedura di esubero. Inoltre, in caso di trasferimento d'azienda in crisi, l'accordo sindacale non può escludere il passaggio automatico dei dipendenti all'impresa acquirente. Di conseguenza, la Corte ha respinto i ricorsi delle società, confermando l'obbligo di reintegrare le lavoratrici e di risarcire i danni in solido.
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Due lavoratrici aeroportuali impugnano il licenziamento intimato dall'azienda cedente nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il recesso per violazione dei criteri di scelta, avendo l'azienda limitato irragionevolmente il confronto al solo scalo di Milano-Linate invece che all'intero territorio nazionale. Ordina quindi la reintegra alle dipendenze dell'azienda cessionaria. La Cassazione conferma l'illegittimità del licenziamento collettivo e l'obbligo di reintegra. Tuttavia, accoglie il ricorso della cessionaria in amministrazione straordinaria limitatamente alla condanna al risarcimento del danno: le pretese economiche contro una società in procedura concorsuale vanno infatti azionate davanti al giudice fallimentare e non davanti al giudice del lavoro, dichiarando la domanda risarcitoria improcedibile in questa sede.
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Una lavoratrice viene licenziata all'esito di una procedura di licenziamento collettivo avviata da una compagnia aerea, la cui attività viene successivamente trasferita a un'altra società. I giudici di merito dichiarano l'illegittimità del licenziamento per violazione dei criteri di scelta, non potendo limitare la selezione a singole unità senza giustificazione. Ordinano quindi la reintegrazione della dipendente presso l'azienda acquirente. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, rigettando i ricorsi delle due società. La Corte chiarisce che il trasferimento d'azienda in stato di crisi non permette di escludere il passaggio dei lavoratori all'acquirente, ma consente solo modifiche alle condizioni di lavoro.
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Un'impresa di costruzioni, subentrata in un appalto pubblico per la ristrutturazione di un istituto ospedaliero, ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture il pagamento di ingenti somme a titolo di riserve per maggiori costi e ritardi. Sia il Tribunale che la Corte d'appello hanno rigettato le richieste principali per tardività nella registrazione delle riserve. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, respingendo il ricorso dell'impresa. I giudici hanno chiarito che le riserve negli appalti pubblici devono essere iscritte immediatamente non appena il danno diventa oggettivamente percepibile, secondo criteri di diligenza e buona fede. L'impresa ha perso la causa anche per non aver allegato correttamente i documenti necessari nel ricorso, violando il principio di autosufficienza.
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Un lavoratore, licenziato da un'azienda in liquidazione il 22 gennaio, viene assunto il giorno successivo da una nuova società subentrante con contratto a termine e patto di prova, per poi essere licenziato per mancato superamento della prova. Il lavoratore chiede l'applicazione delle tutele del trasferimento d'azienda (Art. 2112 c.c.). I giudici di merito respingono la domanda ritenendo il rapporto ormai cessato al momento del passaggio. La Cassazione accoglie il ricorso del lavoratore: i giudici non possono limitarsi alla sequenza temporale dei contratti, ma devono verificare se il licenziamento e la successiva riassunzione siano stati preordinati per aggirare la legge. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Il Lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro L'Azienda per il pagamento dello stipendio di gennaio 2015, basandosi sulla sentenza che dichiarava illegittima la cessione del suo ramo d'azienda. Tuttavia, L'Azienda ha fatto opposizione poiché il dipendente aveva richiesto e ottenuto il pensionamento volontario già nel 2013. La Corte d'Appello ha revocato il decreto, ritenendo che la pensione avesse estinto il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che il pensionamento volontario costituisce un comportamento concludente che esprime la chiara volontà di cessare l'attività lavorativa, rendendo incompatibile la richiesta di retribuzioni successive. Di conseguenza, L'Azienda vince la causa e non deve pagare le somme richieste.
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La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza di un trasferimento d'azienda tra due società di trasporti, avvenuto tramite un decreto della pubblica amministrazione. Di conseguenza, ha riconosciuto il diritto del Lavoratore, precedentemente licenziato in modo illegittimo dalla società cedente, alla reintegrazione nel posto di lavoro presso la società cessionaria. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso incidentale del Lavoratore riguardante il calcolo del risarcimento danni. I giudici d'appello avevano infatti omesso di esaminare i documenti dell'Agenzia delle Entrate relativi ai redditi effettivi percepiti dal Lavoratore durante il periodo di inattività, necessari per calcolare correttamente la detrazione dell'aliunde perceptum. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo calcolo delle somme dovute.
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Il Lavoratore ha richiesto il risarcimento danni da demansionamento e la reintegrazione presso la Banca Cedente, contestando la cessione del ramo d'azienda alla Società Cessionaria. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la reintegrazione per precedente contenzioso e ha rigettato la domanda risarcitoria. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso del Lavoratore. I giudici hanno chiarito che la richiesta di risarcimento copre anche i danni futuri maturati durante il processo, a meno che non vi sia un'esplicita limitazione temporale da parte del ricorrente. Di conseguenza, il precedente giudicato precludeva una nuova richiesta per lo stesso periodo. Per il periodo successivo alla cessione, la responsabilità ricade unicamente sulla Società Cessionaria, ma le accuse del Lavoratore sono state ritenute troppo generiche e prive di prove concrete sul danno alla professionalità.
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Un Fallimento ha ottenuto una sentenza di condanna contro una banca per somme non restituite. Successivamente, la banca debitrice è stata posta in liquidazione coatta amministrativa e un altro istituto ha acquistato il suo ramo d'attività tramite un contratto di cessione d'azienda bancaria. Il Fallimento ha quindi intimato il pagamento alla banca acquirente, che si è opposta sostenendo l'inopponibilità del debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca acquirente. I giudici hanno stabilito che, in base alla disciplina speciale e all'articolo 111 del codice di procedura civile, la sentenza emessa all'esito di una causa pendente al momento del trasferimento è pienamente efficace nei confronti della banca cessionaria, la quale risponde dei relativi debiti.
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Una società correntista ha chiesto la restituzione di somme a una banca cessionaria per un conto estinto nel 2002. La banca cedente era finita in liquidazione coatta amministrativa e i suoi rapporti erano stati trasferiti tramite una cessione d'azienda bancaria regolata dal D.L. 99/2017. La Corte d'Appello aveva ritenuto la banca cessionaria responsabile solo perché la causa era pendente al momento del trasferimento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca cessionaria. I giudici hanno stabilito che i rapporti bancari già estinti prima della cessione non rientrano nel perimetro dei debiti trasferiti, anche se oggetto di causa pendente. Mancando il requisito della funzionalità all'esercizio dell'impresa della banca acquirente, la legittimazione passiva resta in capo alla liquidazione della vecchia banca.
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