Definizione
Procedimenti penali in corso a carico di una persona, che non si sono ancora conclusi con una sentenza definitiva.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 63 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 48% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 28%
- Rigettato 21%
- Inammissibile 48%
- Estinto 2%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 741%
- Penale Sez. 136%
- Civile Sez. 523%
Precedenti più richiamati
- Cass. 15338/2020in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 2320/2020in 3 provvedimenti
- Cass. 23343/2017in 3 provvedimenti
- Cass. 1410/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 31420/2015in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un condannato, già sottoposto a detenzione domiciliare per sette mesi di arresto a causa di violazioni del codice della strada, ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la domanda, evidenziando i precedenti penali del soggetto e la totale assenza di un'attività lavorativa o risocializzante. Il condannato ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione e l'omessa considerazione di sentenze di assoluzione per alcuni reati considerati pendenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che la mancata prospettazione di un lavoro o di un'attività di volontariato costituisce un elemento ostativo insuperabile per accedere alla misura. Il condannato rimane quindi in detenzione domiciliare e deve sostenere le spese di giudizio.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per quattro anni, con obbligo di soggiorno e cauzione, a carico di un individuo ritenuto socialmente pericoloso. La difesa contestava la misura lamentando la risalenza nel tempo dell'unica condanna per rapina e l'assenza di un tenore di vita agiato, attestato dall'ammissione al patrocinio a spese dello Stato e dalla percezione di sussidi pubblici. Gli Ermellini hanno ribadito che la pericolosità sociale e l'attualità del rischio non richiedono necessariamente condanne definitive, ben potendo i giudici valorizzare procedimenti in corso, come una recente tentata rapina e reati legati a stupefacenti, armi e stalking. La presunzione di sostentamento mediante proventi illeciti non viene meno per la presenza di redditi minimi o aiuti statali in assenza di un lavoro lecito stabile. Il ricorso è stato interamente rigettato.
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Un uomo indagato per tentata estorsione riceve la misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico dopo aver aggredito violentemente una vittima per questioni economiche. L'indagato contesta l'imposizione del dispositivo di controllo e l'uso dei suoi precedenti procedimenti per giustificare il pericolo di recidiva. Il Tribunale del Riesame conferma il provvedimento e la Corte di Cassazione respinge il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici affermano che il braccialetto elettronico costituisce solo una modalità esecutiva degli arresti domiciliari e non un aggravamento autonomamente impugnabile. Inoltre, la magistratura può legittimamente desumere la pericolosità sociale e il rischio di nuovi reati da denunce pregresse e carichi pendenti, anche in assenza di condanne irrevocabili. L'indagato perde il ricorso e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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I Contribuenti avevano acquistato un immobile dichiarando un prezzo inferiore a quello reale. L'Agenzia delle Entrate ha contestato la simulazione del prezzo, emettendo un avviso di accertamento per l'imposta di registro. Dopo vari gradi di giudizio, i Contribuenti hanno aderito alla definizione agevolata dei carichi pendenti, saldando integralmente il dovuto. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, riconoscendo che la controversia era cessata grazie alla definizione agevolata.
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Una Società e i suoi soci hanno impugnato avvisi d'accertamento per costi non deducibili. Dopo vari gradi di giudizio, hanno chiesto l'estinzione del ricorso in Cassazione per aver aderito a una `definizione agevolata` dei carichi pendenti. La documentazione presentata per dimostrare l'adesione non era completa né chiaramente collegata agli avvisi contestati. La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, ha quindi ordinato ai ricorrenti di integrare la documentazione e notificarla all'Amministrazione Fiscale entro 60 giorni, rinviando la causa per ulteriori accertamenti.
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Un Lavoratore aveva ottenuto la sospensione condizionale della pena. Ha chiesto l'estinzione del reato con pena sospesa, sostenendo di non aver commesso nuovi reati nei cinque anni successivi. Il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) ha rigettato la sua richiesta, basandosi sulla presenza di "carichi pendenti" (altri procedimenti penali in corso). La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che l'estinzione del reato può essere negata solo se un nuovo reato è stato accertato con una sentenza definitiva e irrevocabile, non bastando la semplice esistenza di procedimenti in corso.
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L'Imputata, condannata in primo grado per tentato furto di bevande alcoliche (valore €30), è stata assolta in appello per la particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.). La Corte d'Appello ha ritenuto il valore esiguo e non ha considerato le dichiarazioni generiche della gerente del supermercato su precedenti furti. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'abitualità della condotta dell'Imputata, basandosi anche su un certificato di carichi pendenti non prodotto in giudizio. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione della tenuità del fatto non può basarsi su elementi non accertati giudizialmente.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso la detenzione domiciliare a un condannato con numerosi precedenti, pur negando l'affidamento in prova. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione, sostenendo che la pericolosità del soggetto non era stata adeguatamente valutata, nonostante un periodo di condotta regolare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando l'ordinanza e rinviando gli atti al Tribunale di Sorveglianza. Ha ribadito che la concessione della detenzione domiciliare richiede una valutazione approfondita della personalità del condannato e della sua effettiva rieducazione, non bastando la sola condotta regolare.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione e 1.400 euro di multa per il reato di lieve entità per stupefacenti. L'imputato contestava l'eccessiva severità della pena e la mancata concessione dell'attenuante per la collaborazione con la giustizia. I giudici hanno ritenuto il ricorso manifestamente infondato e generico. La determinazione della pena risulta corretta poiché tiene conto della notevole quantità di sostanza e dei numerosi carichi pendenti a carico dell'uomo per reati analoghi e rapina, elementi che evidenziano una spiccata capacità a delinquere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente alle spese e al versamento di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte d'Appello riduceva la pena inflitta a un imputato per furto, ma respingeva la richiesta del beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale. I giudici di secondo grado ritenevano ingiustificatamente non argomentata l'istanza difensiva. La difesa ricorreva in Cassazione, evidenziando lo stato di incensuratezza dell'imputato e le gravi difficoltà economiche dovute a disoccupazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la sentenza senza rinvio, concedendo direttamente il beneficio richiesto.
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Un detenuto ha richiesto la liberazione anticipata per cinque semestri di pena scontati tra il 2016 e il 2018. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della presenza di carichi pendenti relativi a reati contestati fino al 2018. Secondo i giudici di merito, la sola pendenza di un processo dimostrava la mancata rieducazione del condannato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato il provvedimento. I giudici di legittimità hanno chiarito che la liberazione anticipata richiede la sola partecipazione all'opera di rieducazione nel singolo semestre e non il definitivo successo del percorso. Inoltre, i semplici carichi pendenti non possono bloccare il beneficio senza una concreta valutazione incidentale sui fatti, nel rispetto della presunzione di non colpevolezza.
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Un cittadino ha presentato domanda per accedere al patrocinio a spese dello Stato, dichiarando un reddito annuo di 3.551,88 euro per un nucleo di tre persone. Il Tribunale ha respinto l'istanza ritenendo la somma insufficiente a garantire il sostentamento ed evidenziando precedenti e procedimenti penali in corso come indizio di entrate illecite non dichiarate. Il richiedente ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che i carichi pendenti e le condanne non definitive non possono giustificare il diniego del beneficio, poiché vige la presunzione di innocenza. I giudici devono basarsi su indizi gravi, precisi e concordanti oppure attivare preventivamente i controlli della Guardia di Finanza per verificare i redditi reali.
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Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro il decreto che confermava l'applicazione nei suoi confronti di una misura di prevenzione personale con cauzione. Il ricorrente lamentava la mancanza dei presupposti di legge, contestando la propria pericolosità sociale attuale e denunciando vizi di motivazione della decisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che nei procedimenti relativi alla misura di prevenzione personale il ricorso è consentito solo per violazione di legge e non per meri difetti di motivazione. Nel caso specifico, la decisione di merito risultava congruamente giustificata sulla base dei precedenti per reati in materia di stupefacenti e dell'assenza di adeguate fonti di reddito lecito. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un individuo condannato per il delitto di atti persecutori (stalking). L'imputato ha presentato ricorso contestando la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento del beneficio della sospensione della pena. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente le richieste difensive. La Corte ha stabilito che la valutazione sui fatti compiuta nei gradi precedenti non è riesaminabile in sede di legittimità. Inoltre, in tema di atti persecutori e sospensione condizionale, il giudice può legittimamente negare il beneficio basandosi esclusivamente sulla presenza di precedenti penali e procedimenti in corso, i quali evidenziano un concreto pericolo di reiterazione della condotta illecita. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso e condannato l'imputato al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Due imputati hanno riportato condanna per la cessione continuata di dosi di crack. Entrambi hanno proposto ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, l'esclusione della particolare tenuità del fatto e il diniego della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambe le impugnazioni. I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità delle censure difensive, rimaste ancorate alla mera condizione di incensuratezza senza contestare la concreta pericolosità sociale e i carichi pendenti per reati analoghi emersi nei precedenti gradi di giudizio. I ricorrenti hanno subito la condanna alle spese e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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Un condannato per il reato di bancarotta fraudolenta ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale per espiare una pena di tre anni di reclusione. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la presenza di circa venti procedimenti penali pendenti per condotte recenti, tra cui reati di usura ed evasione fiscale, oltre a una misura cautelare. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione lamentando la violazione della presunzione di non colpevolezza e sottolineando il buon esito di una precedente misura alternativa. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dell'istanza: il giudice può legittimamente valutare la pluralità di carichi pendenti e le condotte attuali per accertare la pericolosità sociale residua del soggetto.
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Il Tribunale di sorveglianza negava le misure alternative a un condannato a due anni di reclusione per reati contro il patrimonio. Il giudice motivava il diniego basandosi esclusivamente sui precedenti penali e sui carichi pendenti. L'interessato presentava ricorso per cassazione evidenziando la mancata valutazione di un'offerta di lavoro e dell'adesione a un'associazione di volontariato. La Corte di Cassazione accoglieva parzialmente il ricorso. I giudici di legittimita chiarivano che il passato criminale costituisce solo il punto di partenza della decisione. Il tribunale deve obbligatoriamente esaminare la condotta recente e le prospettive di rieducazione prima di negare l'affidamento in prova al servizio sociale o la detenzione domiciliare. La Suprema Corte disponeva un nuovo esame del caso.
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Una condannata ha richiesto la misura dell'affidamento in prova ai servizi sociali per espiare la propria pena. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza e ha concesso la detenzione domiciliare. I giudici hanno motivato il rigetto evidenziando molteplici precedenti penali e carichi pendenti specifici, commessi persino dopo il fatto in esecuzione. Inoltre, l'interessata non ha risarcito i danni causati e non ha manifestato una reale revisione critica della propria condotta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che l'accesso alla misura richiede non solo l'analisi della gravità storica dei reati, ma anche elementi positivi e attuali che escludano il pericolo di recidiva. La donna resta in detenzione domiciliare e deve versare una sanzione pecuniaria.
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La Procura ha proposto ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame che aveva negato la custodia cautelare in carcere a L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione mafiosa. Il giudice di merito aveva ritenuto superata la presunzione di pericolosita valorizzando il concetto di tempo silente e misure cautelari, la giovane eta dell'uomo all'epoca dei fatti e la sua incensuratezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, chiarificando che il semplice decorso del tempo non dimostra il definitivo allontanamento dal clan, specialmente se L'Indagato gestiva compiti delicati come la custodia delle armi e il recupero crediti con minacce, accumulando inoltre nuovi carichi pendenti. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando gli atti per una nuova valutazione.
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La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro l'ordinanza del Tribunale che aveva negato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un'indagata per associazione di tipo mafioso. Il giudice di merito aveva ritenuto superata la presunzione di pericolosità sociale valorizzando il trascorrere di sei anni dai fatti, l'assenza di un ruolo direttivo e la mancanza di condanne recenti. La Suprema Corte ha stabilito che il tempo silente nei reati di mafia non dimostra in via autonoma la cessazione delle esigenze cautelari. Per i reati associativi di stampo mafioso, la presunzione relativa cede solo a fronte di prove concrete di effettivo recesso o rescissione del vincolo criminoso. Di conseguenza, il provvedimento è stato annullato con rinvio per un nuovo giudizio.
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