Definizione
Un principio fondamentale che impone alle parti di un contratto di comportarsi in modo corretto, leale e onesto durante tutte le fasi del rapporto.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 99 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 43% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 32%
- Rigettato 43%
- Inammissibile 18%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 239%
- Civile Sez. 334%
- Civile Sez. 126%
Precedenti più richiamati
- Cass. 24904/2021in 3 provvedimenti
- Cass. 29301/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 3102/2000in 3 provvedimenti
- Cass. 23868/2015in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 6882/2019in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una società stipula un contratto di affitto di ramo d'azienda della durata di nove anni per gestire un ristorante e affittacamere. L'accordo include l'uso di un immobile concesso in comodato. L'affittuaria investe ingenti somme e stipula un mutuo per ampliare l'attività. Successivamente, la società perde la disponibilità del bene perché l'immobile era già sottoposto a pignoramento. L'affittuaria conviene in giudizio il professionista rogante per ottenere il risarcimento del danno. I giudici di merito respingono la domanda, ritenendo che il contratto non trasferisse la proprietà. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e afferma la responsabilità del notaio. Anche nell'affitto di azienda, il professionista deve verificare i vincoli sui beni essenziali per assicurare lo scopo pratico dell'accordo. La dichiarazione della controparte non esonera il pubblico ufficiale dai controlli.
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Una risparmiatrice intendeva destinare 10.000 euro ai nipoti e si rivolgeva al proprio istituto di credito. La banca proponeva due polizze vita con conto dedicato, omettendo però di chiarire la necessità di versare premi annuali per almeno tre anni. A causa del mancato pagamento delle rate successive, l'assicurazione azzerava i fondi tramite storno. I giudici di secondo grado accertavano la grave violazione degli obblighi informativi della banca, condannandola a risarcire i premi andati perduti pari a oltre 9.600 euro. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'istituto bancario, confermando la condanna risarcitoria per mancata tutela del cliente.
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Un'azienda riceve una maxi-fattura di conguaglio per il servizio idrico causata da una perdita occulta a valle del contatore. Il fornitore non effettua le letture periodiche prescritte per anni e contesta i consumi anomali d'acqua solo tardivamente, chiedendo il pagamento del conguaglio. L'utente contesta la somma addebitata e chiede i danni, ma i giudici di merito danno ragione al gestore ritenendo la perdita interna alla proprietà privata e secondario l'obbligo di lettura. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. La violazione degli obblighi accessori di lettura e tempestiva informazione costituisce un inadempimento contrattuale rilevante se impedisce all'utente di scoprire la perdita e limitare il danno.
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Un aspirante locatore e una società commerciale sottoscrivono un preliminare di locazione per un immobile commerciale. L'accordo subordina l'affitto all'acquisto definitivo dell'immobile da parte del promittente locatore. Quest'ultimo adduce presunti ostacoli urbanistici e ritardi nell'acquisto per non formalizzare la locazione promessa. In realtà, l'uomo fa acquistare l'immobile tramite una società di leasing a favore di un'azienda riconducibile alla madre. La società promissaria conduttrice cita in giudizio la controparte per inadempimento contrattuale. I giudici di merito accertano la violazione dell'obbligo di buona fede nella pendenza della condizione e condannano il promittente al risarcimento del danno per il mancato guadagno. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma integralmente la condanna risarcitoria a carico del proprietario sleale.
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Alcuni professionisti hanno svolto l'incarico di componenti di un comitato scientifico pubblico per un triennio. L'ente conferente aveva deliberato una stima provvisoria dei compensi, erogando un anticipo pari al settanta per cento. Al termine dell'incarico, i ministeri competenti hanno fissato gli importi definitivi tramite decreto interministeriale, stabilendo cifre notevolmente inferiori rispetto agli acconti già liquidati. L'ente pubblico subentrante ha quindi azionato la restituzione compensi per recuperare le differenze indebite. Sebbene i giudici d'appello avessero tutelato l'affidamento dei lavoratori qualificando la misura come intoccabile al ribasso, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente. La determinazione iniziale dell'organo amministrativo costituiva solo una proposta provvisoria soggetta a ratifica ministeriale. I professionisti non potevano fare legittimo affidamento sull'irriducibilità della somma. La Suprema Corte ha imposto un nuovo giudizio conforme alle previsioni normative istitutive dell'ente.
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Un incendio, causato da un fulmine, ha danneggiato l'abitazione di alcuni proprietari, che hanno chiesto l'indennizzo all'Assicurazione. Quest'ultima ha negato la copertura, sostenendo che il premio assicurativo era stato pagato in ritardo, proprio il giorno del sinistro, causando la sospensione della polizza. I proprietari hanno contestato, affermando che la compagnia aveva tacitamente rinunciato alla sospensione, avendo in passato accettato pagamenti tardivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei proprietari. Ha stabilito che il mero **pagamento tardivo premio assicurativo** e la sua accettazione non bastano a dimostrare una rinuncia dell'assicuratore alla sospensione della garanzia. Serve una volontà chiara e negoziale dell'assicuratore.
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Una società di raccolta rifiuti stipula un accordo con un impianto di trattamento per la selezione dei materiali, al fine di ottenere specifici rimborsi di filiera. L'impianto garantisce il raggiungimento della fascia qualitativa più alta, mentre la prima società si impegna a contenere la percentuale di impurità. Di fronte al mancato ottenimento del rimborso massimo, sorge una controversia per inadempimento contrattuale e risarcimento danni. I giudici di merito respingono la richiesta risarcitoria, sostenendo che l'eccesso di impurità esonerasse l'impianto da colpe. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società di raccolta: l'impianto non ha mai segnalato le anomalie tramite le procedure contrattuali concordate. I giudici hanno errato nel valutare la buona fede solo a carico di una parte, ignorando gli obblighi di cooperazione reciproca. La Suprema Corte cassa la sentenza e rinvia per una nuova valutazione.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una società in nome collettivo dove una socia, 'La Socia Amministratrice', non partecipava attivamente alla gestione, lasciando tutto all'altra, 'La Socia Recedente'. Quest'ultima, dopo anni di tolleranza e senza preavvisi formali, ha esercitato il suo diritto di **recesso del socio per giusta causa**. Le socie inadempienti hanno contestato il recesso, sostenendo la violazione del principio di buona fede per la mancata contestazione preventiva. La Cassazione ha confermato che la tolleranza e l'assenza di una messa in mora non impediscono il recesso per giusta causa, poiché il diritto è potestativo e non richiede sollecitazioni formali all'altro socio inadempiente. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una Società di Consulenza che chiedeva un compenso a successo per la realizzazione di impianti eolici. Il pagamento era legato a una condizione sospensiva: l'ottenimento del finanziamento e la realizzazione dell'impianto. La Società Cliente aveva ceduto il progetto a terzi, che lo avevano poi completato. I giudici di merito avevano negato il compenso, ritenendo la condizione avverata troppo tardi. La Cassazione ha cassato la sentenza, affermando che la condizione sospensiva non ha un termine implicito e che il comportamento della Società Cliente, che aveva affidato il progetto a terzi, poteva violare la buona fede contrattuale e far scattare la fictio di avveramento, rendendo il compenso dovuto.
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Una società costruttrice e un acquirente stipulano un contratto preliminare per un immobile, condizionato all'ottenimento di un mutuo agevolato. La società non fornisce la documentazione necessaria, impedendo il mutuo. Dopo anni, la società chiede la risoluzione del contratto, mentre l'acquirente chiede i danni. La Cassazione, affrontando il tema dell'inadempimento preliminare, ha stabilito che il momento per calcolare il risarcimento del danno, derivante dalla violazione dell'obbligo di buona fede durante la pendenza di una condizione sospensiva, non è la data della domanda di risoluzione, ma quando la parte inadempiente ha reso impossibile l'avveramento della condizione. La sentenza d'appello è stata cassata per una nuova valutazione.
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Un avvocato ha richiesto il pagamento di diverse parcelle all'amministratore di una società fallita, facendo valere una clausola di garanzia inserita a sorpresa all'interno del modulo per il trattamento dei dati personali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministratore, statuendo che una clausola di fideiussione nell'informativa privacy non può considerarsi automaticamente valida solo perché sottoscritta. L'inserimento occulto di un impegno economico personale all'interno di un testo destinato esclusivamente alla tutela della riservatezza vìola i canoni fondamentali di lealtà, correttezza e buona fede nell'interpretazione del contratto, oltre al requisito legale di una manifestazione di volontà espressa e inequivoca per la prestazione di garanzie.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso intimato da una banca a un proprio dirigente d'area. L'istituto di credito aveva giustificato il licenziamento del dirigente adducendo la riorganizzazione aziendale e la riduzione dei settori territoriali da quattro a tre. I giudici hanno accertato la natura pretestuosa e arbitraria della decisione. La banca ha infatti affidato le medesime funzioni a una risorsa inquadrata come quadro e assunto nuovo personale per gestire le aree residue. Tale condotta viola le regole di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto. Nonostante la libertà di recesso nei rapporti dirigenziali, la riorganizzazione aziendale non può celare il mero intento di estromettere un dipendente sgradito. La Suprema Corte ha pertanto rigettato il ricorso del datore di lavoro, confermando l'obbligo di versare l'indennità supplementare.
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Un lavoratore ha richiesto l'intervento del Fondo di garanzia INPS per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto non versato dal datore insolvente. Durante l'istruttoria, l'ente previdenziale ha invitato l'assicurato a presentare istanza di fallimento verso l'azienda. Il lavoratore ha adempiuto alla richiesta ma ha lasciato scadere il termine annuale per avviare la causa civile contro l'ente. Ha quindi citato l'istituto per ottenere il risarcimento del danno, sostenendo che l'ente avrebbe dovuto avvertirlo del mancato blocco dei termini di decadenza. La Corte di Cassazione ha rigettato la domanda risarcitoria del dipendente: la richiesta istruttoria interna non imponeva all'ente doveri informativi su norme stabilite direttamente dalla legge, spettando al cittadino l'onere di conoscere i termini legali.
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Due Proprietari hanno stipulato un contratto di associazione in partecipazione con una Società Immobiliare, conferendo un terreno edificabile. La Società si è impegnata a costruire e a condividere gli utili. I Proprietari hanno chiesto la risoluzione contratto associazione in partecipazione per inadempimento, lamentando la mancata costruzione entro cinque anni e l'omessa fornitura dei rendiconti. La Corte di Cassazione ha confermato che il contratto non prevedeva un termine per l'inizio dei lavori, ma richiedeva un'esecuzione secondo buona fede. Il mancato rendiconto, pur essendo un inadempimento, non era grave al punto da giustificare la risoluzione, poiché i bilanci fornivano informazioni sufficienti. La richiesta di risoluzione è stata respinta.
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Un promissario acquirente ha chiesto la risoluzione di un contratto preliminare di compravendita. La condizione risolutiva prevedeva la risoluzione se la banca non avesse concesso il mutuo per irregolarità urbanistiche dell'immobile. La banca ha negato il finanziamento a causa di tali irregolarità, confermate da una perizia e un certificato comunale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della promittente venditrice. Ha confermato la risoluzione del contratto preliminare e l'obbligo di restituire la caparra, ribadendo che la condizione mista si è avverata per cause oggettive legate all'immobile.
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Un cittadino otteneva la vittoria contro un Ente Locale per una sanzione stradale annullata, con condanna dell'ente al pagamento delle spese legali. Di fronte al mancato pagamento immediato, il cittadino avviava un pignoramento e iscriveva la causa a ruolo. L'ente pagava il debito subito dopo aver ricevuto l'IBAN, contestando un presunto abuso del diritto nell'esecuzione. Il Giudice di Pace accoglieva l'opposizione dell'ente e il Tribunale dichiarava inammissibile l'appello. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto, stabilendo che le questioni sull'abuso processuale e sulla correttezza tra creditore e debitore toccano i principi fondamentali della materia. I giudici di secondo grado devono quindi valutare nel merito il comportamento delle parti.
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La curatela fallimentare di una società acquirente ha richiesto sessanta milioni di euro di risarcimento alla procedura venditrice in amministrazione straordinaria. L'accusa sosteneva che i commissari della vendita avessero causato il fallimento dell'acquirente modificando le condizioni contrattuali originarie. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la domanda. L'analisi sul nesso di causalità e risarcimento danni ha dimostrato che le scelte economiche e le modifiche negoziali sono state decise in piena autonomia dagli amministratori e dai consulenti dell'azienda acquirente. La vendita a condizioni differenti non è imputabile alla controparte, in assenza di violazioni del dovere di buona fede contrattuale.
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Un iscritto all'Albo professionisti ha impugnato una cartella esattoriale inviata dall'Ente Previdenziale per il recupero di maggiori contributi dovuti. L'ente per tredici anni aveva inviato bollettini con importi errati, applicando una riduzione non spettante. Il Professionista ha sostenuto di aver subito un danno e chiesto di annullare la pretesa, invocando la compensazione atecnica contributi previdenziali tra il debito contributivo e il credito da risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. I giudici hanno chiarito che la compensazione atecnica contributi previdenziali non è applicabile se il presunto credito risarcitorio è illiquido, ossia non predeterminato nella sua esatta somma monetaria. Pertanto, il professionista deve pagare i contributi arretrati pretesi dall'Ente oltre alle spese processuali.
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Un cliente versa 3.000 euro come anticipo per l'organizzazione di un ricevimento nuziale. A causa dell'annullamento delle nozze per la fine della relazione sentimentale, il cliente richiede la restituzione della somma. L'azienda si oppone, qualificando l'importo come caparra e trattenendolo. La Corte di Cassazione stabilisce che, di fronte al dubbio tra caparra o acconto, le clausole ambigue predisposte dal professionista devono essere interpretate nel modo più favorevole al consumatore, come stabilito dal Codice del Consumo. I giudici hanno chiarito che il trattenimento della somma contrasta con i principi di buona fede e correttezza, specialmente quando la causale del pagamento indicava espressamente un acconto. La sentenza di secondo grado è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Un'azienda utilizzatrice stipulava un contratto di leasing per la fornitura di un impianto industriale. Al momento della consegna il macchinario risultava gravemente incompleto e privo del motore. Nonostante ciò, il funzionario della società concedente rassicurava l'utilizzatrice inducendola a firmare il verbale di consegna. Successivamente, la banca liquidava l'acconto alla ditta fornitrice. L'impianto rimaneva del tutto inutilizzabile e l'azienda utilizzatrice chiedeva la risoluzione del contratto di leasing per grave inadempimento e violazione della buona fede. I giudici di merito rigettavano la domanda per mancanza di prova scritta e rifiutavano l'audizione dei testimoni. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d'appello, stabilendo che il giudice non può rigettare la domanda per difetto di prova dopo aver ingiustamente escluso i testimoni oculari sulla condotta sleale della concedente.
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