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Usufrutto quote: a chi spetta l’utile da liquidazione?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11152/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia di usufrutto quote societarie. Il caso riguardava alcuni nudi proprietari di quote di una s.r.l. che, a seguito della liquidazione della società, ritenevano di avere diritto al rimborso del credito d’imposta sull’utile distribuito. La Corte ha rigettato il ricorso, affermando che l’utile derivante dalla liquidazione, ovvero la somma che eccede il costo di acquisto della quota, è da considerarsi un “frutto civile”. Poiché l’usufrutto non si estingue con la messa in liquidazione ma solo con la cancellazione della società, tale frutto spetta all’usufruttuario, il quale diventa l’unico soggetto passivo del rapporto tributario.

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Usufrutto Quote: la Cassazione decide a chi spetta l’utile da liquidazione

La gestione dell’usufrutto quote societarie solleva spesso complesse questioni legali e fiscali, specialmente in fasi straordinarie della vita di una società come la liquidazione. Con la recente sentenza n. 11152 del 24 aprile 2024, la Corte di Cassazione ha fornito un chiarimento decisivo su un punto cruciale: a chi spetta l’utile derivante dalla liquidazione di una società quando le partecipazioni sono gravate da usufrutto? La risposta della Corte è netta e favorisce l’usufruttuario, ridisegnando gli equilibri patrimoniali e fiscali tra quest’ultimo e il nudo proprietario.

I fatti del caso: la liquidazione e la richiesta di rimborso

Il caso trae origine dalla vicenda di alcuni contribuenti, nudi proprietari di quote di una società a responsabilità limitata. A seguito della liquidazione volontaria della società, emerse un residuo attivo che, secondo la normativa fiscale, generava un utile imponibile. I nudi proprietari, ritenendosi i legittimi percettori di tali somme, avevano indicato tale reddito nella propria dichiarazione e richiesto il rimborso del relativo credito d’imposta.

Di fronte al silenzio dell’Agenzia delle Entrate, interpretato come un rifiuto (c.d. silenzio rifiuto), i contribuenti adirono la Commissione Tributaria Provinciale, la quale però rigettò il loro ricorso. I nudi proprietari hanno quindi proposto ricorso direttamente in Cassazione, sostenendo che il residuo attivo della liquidazione non fosse assimilabile a un dividendo, bensì a una restituzione di capitale spettante unicamente a loro in quanto proprietari.

La questione giuridica sull’usufrutto quote

La controversia verteva su due questioni principali:
1. Quando cessa il diritto di usufrutto su una partecipazione sociale?
2. L’utile derivante dalla liquidazione societaria è da considerarsi un “frutto civile” spettante all’usufruttuario o una parte del capitale da restituire al nudo proprietario?

La tesi dei ricorrenti si basava sull’idea che, con la liquidazione, il vincolo sociale si scioglie e ciò che residua è unicamente capitale, di pertinenza esclusiva del proprietario. L’usufruttuario, a loro dire, avrebbe diritto solo ai dividendi distribuiti durante la vita “ordinaria” della società.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha respinto integralmente le argomentazioni dei ricorrenti, ritenendo il loro motivo infondato e delineando un percorso logico-giuridico chiaro.

La durata dell’usufrutto sulle partecipazioni sociali

In primo luogo, la Corte ha chiarito che l’usufrutto quote non si estingue con la semplice messa in liquidazione della società. Facendo riferimento alle norme generali del Codice Civile (art. 1014 c.c.), l’usufrutto cessa solo con il “totale perimento della cosa su cui è costituito”. Nel caso di un bene immateriale come la partecipazione sociale, questo “perimento” coincide non con la fase di liquidazione, ma con la cancellazione definitiva della società dal registro delle imprese. Di conseguenza, durante tutto il processo di liquidazione, il diritto di usufrutto rimane pienamente valido ed efficace.

L’utile da liquidazione come “frutto civile” spettante all’usufruttuario

Il passaggio cruciale della sentenza riguarda la natura giuridica dell’utile da liquidazione. La Corte ha fatto ricorso alla normativa fiscale, in particolare all’art. 47, comma 7, del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi). Tale norma definisce esplicitamente come “utile” la differenza tra le somme ricevute dai soci in sede di liquidazione e il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione.

Secondo la Cassazione, questo “utile” rappresenta a tutti gli effetti un “frutto civile” della partecipazione sociale. Poiché l’usufruttuario ha il diritto di percepire tutti i frutti civili del bene per tutta la durata del suo diritto, e dato che l’usufrutto persiste durante la liquidazione, ne consegue che tale utile spetta interamente all’usufruttuario.

La distinzione civilistica tra utili d’esercizio e patrimonio netto di liquidazione non ha rilevanza ai fini fiscali, dove ciò che conta è la qualificazione della somma come “reddito”. Essendo tale somma un reddito generato dalla quota, essa spetta a chi ha il diritto di goderne i frutti, ovvero l’usufruttuario.

Le conclusioni: il principio di diritto e le implicazioni pratiche

La Corte ha concluso rigettando il ricorso e enunciando il seguente principio di diritto: “nel caso in cui la quota sociale di una società a responsabilità limitata sia costituita in usufrutto, le somme ricavate dalla liquidazione volontaria della società, costituenti un utile per la parte che eccede il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle quote, spettano all’usufruttuario, con la conseguenza che il rapporto d’imposta avente ad oggetto tale utile sorge, ad ogni effetto, tra l’amministrazione e l’usufruttuario”.

Questa sentenza ha importanti implicazioni pratiche. Stabilisce in modo inequivocabile che è l’usufruttuario, e non il nudo proprietario, il soggetto tenuto a dichiarare l’utile da liquidazione e a pagare le relative imposte. Di conseguenza, è sempre l’usufruttuario ad avere diritto a eventuali crediti d’imposta o rimborsi. Per i nudi proprietari, ciò significa che non possono vantare alcun diritto patrimoniale sulle somme distribuite in sede di liquidazione che eccedono il valore del capitale originariamente conferito, poiché queste sono considerate frutti di competenza dell’usufruttuario.

A chi spetta l’utile che deriva dalla liquidazione di una società se le quote sono gravate da usufrutto?
Secondo la Corte di Cassazione, l’utile derivante dalla liquidazione, inteso come l’eccedenza delle somme ricevute rispetto al costo di acquisto della quota, spetta interamente all’usufruttuario in quanto considerato un “frutto civile” della partecipazione.

Quando si estingue il diritto di usufrutto su una quota di una S.r.l.?
Il diritto di usufrutto su una quota sociale non si estingue con la messa in liquidazione della società, ma solo con la sua definitiva cancellazione dal registro delle imprese. Fino a quel momento, il diritto rimane pienamente efficace.

Dal punto di vista fiscale, l’eccedenza percepita in sede di liquidazione rispetto al costo della quota è considerata un reddito?
Sì, l’art. 47, comma 7, del TUIR qualifica espressamente tale eccedenza come “utile”, e quindi come reddito imponibile. La Corte stabilisce che questo reddito spetta all’usufruttuario, che è di conseguenza il soggetto passivo del relativo rapporto d’imposta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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