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Avviso accertamento per relationem: legittimo?

Una società contesta avvisi di accertamento per sovraffatturazione motivati tramite rinvio a un verbale della Guardia di Finanza (c.d. avviso di accertamento per relationem). La società lamentava la nullità degli atti per motivazione apparente e per la mancata considerazione delle sue argomentazioni difensive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la piena validità della motivazione “per relationem” e chiarendo che l’Amministrazione Finanziaria non è tenuta a confutare esplicitamente ogni osservazione del contribuente nell’atto impositivo. Inoltre, l’assoluzione in sede penale non è stata ritenuta automaticamente vincolante nel giudizio tributario.

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Pubblicato il 17 gennaio 2026 in Diritto Tributario, Giurisprudenza Tributaria

Avviso di Accertamento per Relationem: La Cassazione ne conferma la validità

L’avviso di accertamento per relationem rappresenta una prassi consolidata dell’Amministrazione Finanziaria, ma solleva spesso dubbi sulla sua legittimità, specialmente riguardo al diritto di difesa del contribuente. Con la recente ordinanza n. 22434/2024, la Corte di Cassazione è tornata sul tema, offrendo chiarimenti cruciali sulla validità di tali atti, anche quando l’Ufficio non confuta esplicitamente le osservazioni del contribuente. Analizziamo la decisione per comprenderne la portata.

I Fatti di Causa

Una società cooperativa si vedeva notificare una serie di avvisi di accertamento per gli anni 2006-2008, con cui l’Agenzia delle Entrate contestava la deduzione di costi e la detrazione dell’IVA relativi a fatture per prestazioni di trasporto. Secondo l’Ufficio, tali operazioni erano parzialmente inesistenti a causa di una sovraffatturazione. La pretesa fiscale si fondava interamente sulle conclusioni di un processo verbale di constatazione (p.v.c.) redatto dalla Guardia di Finanza.

La società impugnava gli atti, ottenendo ragione in primo grado. Tuttavia, la Commissione Tributaria di secondo grado ribaltava la decisione, accogliendo l’appello dell’Agenzia delle Entrate. Contro questa sentenza, la società proponeva ricorso per cassazione, articolando diverse censure.

L’Avviso di Accertamento per Relationem e i Motivi del Ricorso

Il contribuente basava il proprio ricorso su quattro motivi principali, tutti volti a dimostrare la nullità degli avvisi di accertamento e l’illegittimità della sentenza di secondo grado.

Le Censure del Contribuente

1. Motivazione apparente: La società lamentava che la sentenza d’appello avesse convalidato gli atti impositivi con una motivazione superficiale, senza analizzare nel merito le eccezioni sollevate e senza considerare adeguatamente l’esito favorevole di un procedimento penale connesso.
2. Violazione del contraddittorio: Secondo la ricorrente, l’Ufficio aveva recepito acriticamente il contenuto del p.v.c. senza tener conto delle osservazioni difensive presentate dalla società durante la fase di verifica, violando così il principio del contraddittorio endo-procedimentale sancito dallo Statuto del Contribuente.
3. Mancata allegazione di documenti: Si contestava la nullità degli avvisi per non aver allegato documenti essenziali (come le risultanze di indagini bancarie su un terzo), richiamati per relationem e non accessibili alla società.
4. Omesso esame di fatti decisivi: Infine, si denunciava che il giudice d’appello avesse ignorato elementi probatori cruciali a favore della società, come il decreto di archiviazione e la sentenza di assoluzione in sede penale, la congruità dei prezzi e le contraddizioni nelle dichiarazioni di un testimone.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha esaminato e respinto tutti i motivi di ricorso, fornendo una motivazione dettagliata che riafferma principi consolidati in materia tributaria.

In primo luogo, i giudici hanno escluso il vizio di motivazione apparente, ritenendo che la sentenza di secondo grado avesse chiaramente delineato il percorso logico-giuridico seguito, basandosi su elementi indiziari gravi, precisi e concordanti (come le dichiarazioni rese in sede penale e la palese inferiorità del prezzo pattuito in un contratto analogo con un’altra ditta).

Sul punto cruciale dell’avviso di accertamento per relationem, la Corte ha ribadito la sua piena legittimità. La condivisione delle conclusioni del p.v.c. da parte dell’Ufficio rappresenta una mera “economia di scrittura” che non pregiudica il diritto di difesa del contribuente, specialmente quando gli elementi contestati sono già a sua conoscenza. Di fondamentale importanza è il chiarimento sul contraddittorio endo-procedimentale: l’Amministrazione ha l’obbligo di valutare le osservazioni del contribuente, ma non quello di esplicitare tale valutazione o di fornire una confutazione dettagliata nell’atto impositivo finale. La mancata menzione delle difese del contribuente non comporta, di per sé, la nullità dell’avviso.

La Corte ha inoltre precisato che l’assoluzione in sede penale non ha efficacia vincolante nel giudizio tributario. Le due giurisdizioni operano su piani diversi, con differenti regole probatorie: indizi che possono essere insufficienti per una condanna penale possono invece essere pienamente adeguati a fondare una pretesa fiscale, fino a prova contraria fornita dal contribuente.

Infine, il motivo relativo all’omesso esame di fatti decisivi è stato dichiarato inammissibile, in quanto mirava a una rivalutazione del merito della controversia, preclusa in sede di legittimità.

Le Conclusioni

La decisione della Corte di Cassazione rafforza la validità dell’avviso di accertamento per relationem come strumento a disposizione dell’Amministrazione Finanziaria. La sentenza conferma che, per la legittimità dell’atto, è sufficiente che esso rinvii a un verbale di cui il contribuente abbia già conoscenza, senza che l’Ufficio debba replicare analiticamente alle sue difese. Viene inoltre ribadita la netta autonomia tra il giudizio penale e quello tributario. Per i contribuenti, questa pronuncia sottolinea l’importanza di costruire una difesa solida e probatoriamente fondata fin dalle prime fasi del procedimento, dimostrando con prove concrete l’infondatezza delle contestazioni mosse dall’Ufficio.

Un avviso di accertamento che si limita a richiamare un verbale della Guardia di Finanza è valido?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che la motivazione “per relationem” è una tecnica legittima. Quando l’Agenzia delle Entrate rinvia a un verbale, significa che ne condivide le conclusioni. Questo è sufficiente a motivare l’atto, soprattutto se il contribuente era già a conoscenza del contenuto del verbale richiamato.

L’Agenzia delle Entrate è obbligata a rispondere punto per punto alle osservazioni del contribuente nell’avviso di accertamento?
No. Secondo la Corte, l’Amministrazione Finanziaria ha l’obbligo di valutare le osservazioni presentate dal contribuente durante la fase di verifica, ma non è tenuta a esplicitare tale valutazione o a confutare ogni singola argomentazione difensiva all’interno dell’atto impositivo finale. La validità dell’atto non dipende da questa replica esplicita.

Un’assoluzione in sede penale per reati fiscali annulla automaticamente l’accertamento tributario?
No. La Corte ha chiarito che l’esito del processo penale non è automaticamente vincolante per quello tributario. I due giudizi si basano su regole e standard di prova diversi. Elementi indiziari ritenuti insufficienti per una condanna penale possono essere considerati adeguati, fino a prova contraria, per fondare una pretesa fiscale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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