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Truffa reddito di cittadinanza: il falso in ISEE

La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro di somme indebitamente percepite a titolo di reddito di cittadinanza. Il caso riguarda una truffa reddito di cittadinanza attuata tramite la presentazione di dichiarazioni ISEE false su residenza e nucleo familiare. La Corte ha stabilito che la falsificazione attiva di certificati integra il reato di truffa aggravata, distinguendola dalla mera omissione di dati, e ha dichiarato i ricorsi inammissibili per genericità.

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Pubblicato il 6 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Truffa Reddito di Cittadinanza: La Falsificazione ISEE è Sempre Reato

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16996 del 2024, ha affrontato un caso di truffa reddito di cittadinanza, stabilendo un principio fondamentale: la falsificazione attiva di una dichiarazione ISEE per ottenere il sussidio costituisce reato, a prescindere dal fatto che il richiedente potesse averne diritto. Questa pronuncia chiarisce la netta differenza tra la semplice omissione di dati e la creazione di una documentazione falsa, consolidando un orientamento severo contro i cosiddetti ‘furbetti’ del sussidio.

I Fatti del Caso: Dichiarazioni False per il Sussidio

Due persone avevano ottenuto il reddito di cittadinanza presentando all’INPS delle dichiarazioni ISEE contenenti informazioni non veritiere riguardo la propria residenza e la composizione del nucleo familiare. A seguito delle indagini, il Giudice per le Indagini Preliminari aveva disposto il sequestro preventivo delle somme indebitamente percepite. Il Tribunale del riesame aveva confermato tale provvedimento, ritenendo sussistente il fumus boni iuris del reato di truffa aggravata ai danni dello Stato (art. 640 bis c.p.) in relazione al falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico (art. 483 c.p.). Gli indagati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le false dichiarazioni non avessero avuto un’incidenza reale sull’ottenimento del beneficio.

La Decisione della Corte sulla truffa reddito di cittadinanza

La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando integralmente la decisione del tribunale. Il punto centrale della sentenza risiede nella distinzione tra il comportamento attivo di chi falsifica un documento e la condotta meramente omissiva di chi dimentica o tralascia di dichiarare alcune informazioni.

Il Principio delle Sezioni Unite e la sua Inapplicabilità

I ricorrenti avevano cercato di basare la loro difesa su una precedente sentenza delle Sezioni Unite (n. 49686/2023), secondo cui le omissioni o le false indicazioni rilevano solo se sono funzionali a ottenere un beneficio non spettante o spettante in misura superiore. La Cassazione, tuttavia, ha chiarito che quel principio si applicava a un caso differente, concernente la mera omissione di dati (nella specie, la comproprietà di alcuni terreni).

La Specificità del Falso in Certificazione

Nel caso in esame, invece, non si è trattato di una semplice omissione, ma di una vera e propria falsificazione di certificazioni. Gli indagati hanno deliberatamente creato e presentato dichiarazioni ISEE contenenti dati falsi. Questo comportamento, secondo la Corte, costituisce un “artificio” o “raggiro” idoneo a trarre in inganno l’ente erogatore (l’INPS) e integra pienamente gli estremi del reato di truffa reddito di cittadinanza. Il falso in certificazione è un elemento aggiuntivo e qualificante che rende la condotta penalmente rilevante di per sé, a prescindere da una valutazione sulla ‘superfluità’ o ‘inutilità’ della dichiarazione mendace rispetto all’esito finale della richiesta.

Le Motivazioni

La Corte ha motivato l’inammissibilità dei ricorsi principalmente per la loro genericità. I ricorrenti non hanno contestato la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale del riesame, ovvero di aver effettivamente presentato dichiarazioni ISEE false. Si sono limitati a un argomento giuridico (l’irrilevanza del falso) che la Corte ha ritenuto non pertinente al caso di specie. La falsificazione di un documento ufficiale come l’ISEE è un comportamento che mina la fiducia nel sistema delle autocertificazioni e giustifica la reazione penale. Pertanto, il fumus boni iuris del reato contestato era stato correttamente ravvisato, giustificando il sequestro preventivo delle somme.

Le Conclusioni

Questa sentenza invia un messaggio chiaro: chiunque presenti deliberatamente documenti falsi per accedere a prestazioni sociali agevolate, come il reddito di cittadinanza, commette il reato di truffa aggravata. Non è possibile difendersi sostenendo che, anche con i dati corretti, si sarebbe comunque avuto diritto al beneficio. L’atto di falsificare una certificazione ufficiale è di per sé un comportamento fraudolento che la legge punisce, a tutela della corretta e trasparente gestione delle risorse pubbliche.

Dichiarare il falso nell’ISEE per ottenere il reddito di cittadinanza è sempre reato di truffa?
Sì. Secondo questa sentenza, la presentazione di dichiarazioni ISEE contenenti dati falsi sulla residenza o sul nucleo familiare integra un artificio idoneo a trarre in inganno l’INPS e configura il reato di truffa aggravata, indipendentemente dalla spettanza o meno del beneficio.

Qual è la differenza tra una semplice omissione di dati e una falsa certificazione?
La sentenza distingue nettamente i due casi. L’omissione (come non dichiarare la proprietà di un terreno) può essere rilevante solo se incide sull’ottenimento del beneficio. La falsificazione attiva di una certificazione (creare un ISEE con dati falsi) è invece un comportamento fraudolento di per sé, che costituisce un elemento ulteriore e qualificante del reato.

Perché i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili?
I ricorsi sono stati giudicati inammissibili per violazione del requisito di specificità dei motivi. Gli imputati non hanno contestato la ricostruzione fattuale del Tribunale (cioè di aver presentato dichiarazioni false), ma si sono limitati a sollevare una questione di diritto che la Corte ha ritenuto non applicabile al loro caso, rendendo di fatto l’impugnazione generica.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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