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Testimonianza indiretta polizia: quando è valida?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25046/2024, ha chiarito i limiti di utilizzabilità della testimonianza indiretta di un agente di polizia. Nel caso di specie, un imputato per tentato furto contestava la testimonianza di un carabiniere che riferiva fatti visti solo dal collega durante un’operazione congiunta. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che non si tratta di una classica testimonianza indiretta quando gli agenti operano in un ‘continuum operativo’ e la deposizione descrive l’intera, complessa attività a cui il dichiarante ha partecipato. Inoltre, la mancata richiesta di esaminare il testimone diretto da parte della difesa è stata interpretata come una rinuncia, rendendo pienamente utilizzabili le dichiarazioni.

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Pubblicato il 31 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Testimonianza Indiretta della Polizia: la Cassazione ne definisce i limiti di validità

La testimonianza indiretta, specialmente quando proviene da un agente di polizia che riferisce fatti appresi da un collega, è uno dei temi più delicati nel processo penale. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 25046/2024) ha fornito chiarimenti cruciali, distinguendo tra una vera e propria testimonianza ‘de relato’ e la narrazione di un’attività di polizia complessa e congiunta. Analizziamo insieme questo caso per capire quando tale prova può essere considerata legittima.

I Fatti del Caso

Il caso trae origine da una condanna per tentato furto in abitazione. Durante l’operazione di polizia che ha portato all’arresto, due carabinieri sono intervenuti. Uno dei due agenti ha visto i sospetti uscire dall’appartamento oggetto del furto, mentre il collega, che si trovava in una posizione diversa, non ha assistito direttamente a quella specifica scena.

In sede processuale, a testimoniare è stato proprio il secondo agente, il quale ha ricostruito l’intera operazione, includendo anche il dettaglio appreso dal collega. La difesa dell’imputato ha impugnato la sentenza di condanna, sostenendo l’inutilizzabilità di questa deposizione, qualificandola come una testimonianza indiretta vietata dalla legge, dato che il testimone oculare (l’altro carabiniere) non era stato ascoltato.

I Motivi del Ricorso e la questione della testimonianza indiretta

Il ricorso in Cassazione si fondava su due motivi principali:
1. Violazione delle norme sulla testimonianza: La difesa sosteneva che la deposizione dell’agente fosse inutilizzabile ai sensi dell’art. 195 del codice di procedura penale. Secondo questa norma, la testimonianza su fatti appresi da un agente di polizia giudiziaria nel corso delle sue attività è vietata. La difesa argomentava che l’agente testimone non poteva riferire ciò che il suo collega aveva visto, poiché quest’ultimo era la fonte diretta della prova.
2. Vizio di motivazione: Veniva contestata la logicità della ricostruzione delle modalità del tentato furto.

Il cuore della questione legale risiedeva nella qualificazione della deposizione: si trattava di una testimonianza ‘de relato’ vietata o della legittima descrizione di un’operazione unitaria?

L’Operazione di Polizia come ‘Continuum Operativo’

La Suprema Corte ha respinto il ricorso, offrendo una motivazione articolata e di grande interesse. I giudici hanno chiarito che il caso in esame non rientrava nella fattispecie della classica testimonianza indiretta.

I due agenti, infatti, hanno operato ‘insieme’ e sulla base di un input visivo comune, dando vita a un continuum operativo che li ha portati a fermare i fuggitivi. La deposizione dell’agente non era una mera ripetizione di quanto sentito dal collega, ma la ricostruzione di un’attività di polizia giudiziaria complessa, unitaria e condivisa, a cui egli stesso aveva preso parte e che aveva contribuito a documentare, sottoscrivendo il verbale di arresto.

La Corte ha valorizzato il dato della collaborazione sostanziale rispetto a quello formale. L’agente testimone non si è limitato a riferire un’informazione, ma ha descritto un segmento di un’azione collettiva che ha portato all’arresto, azione di cui era pienamente partecipe.

Il Ruolo della Difesa e la Rinuncia al Teste Diretto

Un altro punto decisivo sottolineato dalla Cassazione è stato il comportamento processuale della difesa. Durante il dibattimento di primo grado, il Pubblico Ministero aveva rinunciato all’esame del carabiniere che aveva visto direttamente i sospetti. A fronte di ciò, la difesa non solo non si è opposta, ma ha esplicitamente dichiarato di non avere domande da porre a quel testimone.

Secondo la Corte, questo comportamento equivale a una rinuncia implicita ad avvalersi del diritto di esaminare il teste diretto. Di conseguenza, la testimonianza di chi ha appreso il fatto da quest’ultimo diventa pienamente utilizzabile. Viene quindi affermato il principio secondo cui la parte che ha interesse a contestare una testimonianza ‘de relato’ ha l’onere di richiedere l’audizione della fonte diretta; in caso contrario, la sua acquiescenza sana il potenziale vizio.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La decisione della Corte si fonda su un doppio binario argomentativo. Da un lato, si esclude che la deposizione sull’operato congiunto di più agenti possa essere frammentata e considerata come una serie di testimonianze indirette. Quando l’attività è unitaria e il testimone descrive l’intera operazione a cui ha partecipato, la sua deposizione è diretta e genuina. Dall’altro lato, si riafferma il principio dell’onere della prova e del comportamento processuale: la parte che lamenta la violazione di una norma procedurale deve attivarsi per far valere i propri diritti, non può rimanere inerte per poi eccepire la nullità in un momento successivo.

Per quanto riguarda il secondo motivo di ricorso, relativo alle modalità del furto, la Corte lo ha dichiarato inammissibile, trattandosi di una questione di merito che non può essere rivalutata in sede di legittimità.

Le conclusioni

La sentenza n. 25046/2024 della Corte di Cassazione offre un’importante lezione sulla testimonianza indiretta nel contesto delle operazioni di polizia. Stabilisce che la deposizione di un agente sulla ricostruzione di un’azione complessa e corale, a cui ha preso parte, non è una testimonianza ‘de relato’ vietata, ma la narrazione di un fatto unitario. Inoltre, ribadisce la centralità del ruolo attivo delle parti processuali: il diritto alla prova, incluso il controesame del testimone diretto, deve essere esercitato attivamente, pena la perdita della possibilità di contestare l’utilizzabilità delle prove indirette.

La testimonianza di un poliziotto su fatti visti solo da un collega è sempre inutilizzabile?
No. Secondo la Corte di Cassazione, non è considerata una testimonianza indiretta inutilizzabile se i due agenti hanno agito insieme in un’unica e complessa operazione (‘continuum operativo’) e il testimone sta descrivendo l’intera attività a cui ha partecipato, anche se alcuni dettagli sono stati percepiti solo dal collega.

Cosa succede se la difesa non chiede di ascoltare il testimone diretto?
Se la difesa non si oppone alla rinuncia del testimone diretto da parte del PM e non ne richiede l’esame, tale comportamento viene interpretato come una rinuncia al diritto di controesame. Di conseguenza, la testimonianza indiretta diventa pienamente utilizzabile nel processo.

Un’operazione di polizia svolta da più agenti è considerata un fatto unico ai fini della testimonianza?
Sì, la Corte ha sottolineato che un’operazione di polizia complessa, svolta in un medesimo contesto spazio-temporale da più agenti in collaborazione, va considerata come un’attività unitaria. Pertanto, un agente che vi ha partecipato può legittimamente descriverla in tutti i suoi segmenti, anche quelli percepiti direttamente da un collega, senza che ciò configuri una testimonianza indiretta vietata.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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