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Terzo estraneo al reato: quando è possibile il sequestro

La Cassazione annulla l’ordinanza che negava il sequestro a un terzo estraneo al reato di bancarotta. Decisiva la valutazione della buona fede e della diligenza dell’amministratore, non bastando la mera assenza di un vantaggio economico diretto per escludere la misura.

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Pubblicato il 3 dicembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Sequestro al Terzo Estraneo al Reato: La Buona Fede non si Presume

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27146/2024, torna a pronunciarsi su un tema cruciale nell’ambito delle misure cautelari reali: la posizione del terzo estraneo al reato. La decisione chiarisce che per evitare il sequestro preventivo non è sufficiente affermare la propria estraneità ai fatti o la mancanza di un vantaggio diretto, ma è necessario dimostrare una condizione di buona fede, valutata alla luce dei doveri di diligenza che incombono su chiunque operi in contesti societari e commerciali.

Il caso: una sublocazione controversa nel contesto di un fallimento

La vicenda trae origine dal fallimento di una società a responsabilità limitata. Nell’ambito delle indagini per bancarotta fraudolenta a carico degli amministratori, emerge un’operazione immobiliare sospetta. Un’unità immobiliare adibita a foresteria, di proprietà della società fallita, viene concessa in uso a un’associazione sportiva dilettantistica (ASD). L’amministratrice di tale ASD, cognata di uno degli indagati principali, subloca a sua volta l’immobile a un’altra società, senza però incassare i relativi canoni di locazione. Tale operazione, secondo l’accusa, era finalizzata a sottrarre risorse ai creditori della società fallita.

Viene così disposto un sequestro preventivo per una somma di 48.000 euro nei confronti dell’amministratrice dell’ASD, qualificata come terzo estraneo al reato. La questione giunge più volte dinanzi ai giudici, con il Tribunale del riesame che per due volte annulla il sequestro, ritenendo l’amministratrice una vittima manipolata dal cognato e inconsapevole del disegno criminoso.

L’iter giudiziario e il ruolo del terzo estraneo al reato

Il Procuratore della Repubblica ricorre per Cassazione, sostenendo che il Tribunale abbia errato nel valutare la posizione dell’amministratrice. Il punto centrale del dibattito non è se la donna fosse l’autrice del reato, ma se la sua condotta potesse essere considerata in “buona fede”.

La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del PM, chiarisce un principio fondamentale: la qualità di terzo estraneo al reato non garantisce automaticamente l’immunità dal sequestro. È necessario che il terzo sia anche in buona fede, una condizione che viene meno non solo in caso di dolo, ma anche di colpa grave. In sostanza, il giudice deve verificare se il terzo, usando l’ordinaria diligenza richiesta dalla sua posizione, avrebbe potuto e dovuto accorgersi dell’illiceità dell’operazione.

Le motivazioni della Cassazione

La Suprema Corte ha censurato la decisione del Tribunale per aver eluso i parametri indicati in un precedente annullamento con rinvio. Secondo gli Ermellini, il Tribunale si è limitato a sostenere che l’amministratrice fosse stata “manipolata” dal cognato, senza analizzare elementi indiziari concreti che deponevano in senso contrario.

Tra questi elementi, la Cassazione evidenzia:
1. Violazione dei doveri di diligenza: In qualità di amministratrice dell’ASD, la donna era tenuta a rispettare i doveri di diligenza e vigilanza imposti dagli articoli 2392 e 2395 del codice civile. Non poteva limitarsi a firmare atti senza comprenderne la portata, soprattutto in un contesto imprenditoriale complesso gestito di fatto dal cognato.
2. Dati oggettivi: L’amministratrice aveva sottoscritto un contratto di sublocazione attestando falsamente di disporre dell’immobile da diversi anni, mentre la precedente conduttrice non aveva ancora nemmeno formalizzato il proprio recesso. Questo dato, da solo, avrebbe dovuto far sorgere dubbi sulla legittimità dell’operazione.
3. Il concetto di buona fede: La buona fede che protegge il terzo estraneo al reato non è una condizione passiva di ignoranza, ma richiede un comportamento attivo e diligente. Chi opera in un ruolo di responsabilità, come quello di amministratore, non può invocare la propria ingenuità se ha omesso i controlli minimi richiesti dalla sua funzione. La condotta negligente, che di fatto agevola il progetto criminoso altrui, esclude la buona fede e legittima l’applicazione della misura ablatoria.

Le conclusioni: i doveri di diligenza del terzo e le implicazioni pratiche

La sentenza ribadisce con forza che la tutela del terzo estraneo al reato è subordinata a una rigorosa verifica della sua condizione soggettiva. Non basta non essere l’autore del reato o non averne tratto diretto profitto; è essenziale che la propria posizione non sia macchiata da una colpevole mancanza di diligenza. Per gli amministratori di società, questo principio si traduce in un monito chiaro: l’accettazione di una carica comporta responsabilità precise e un dovere di vigilanza che non può essere delegato o ignorato, nemmeno in presenza di legami familiari. La giustizia penale, in materia di sequestri, non protegge chi, per negligenza, si rende strumento di disegni illeciti altrui.

Quando un bene nella disponibilità di un terzo estraneo al reato può essere sequestrato?
Un bene può essere sequestrato se il terzo non è in ‘buona fede’. La buona fede è esclusa non solo quando vi è un coinvolgimento diretto o un profitto, ma anche quando il terzo, a causa di una condotta negligente o della mancanza della dovuta diligenza, avrebbe potuto e dovuto essere a conoscenza dell’origine o dello scopo illecito dell’operazione.

Quali sono i doveri di un amministratore di società per essere considerato in buona fede?
Un amministratore deve agire con la diligenza del ‘buon padre di famiglia’ e vigilare attivamente sulla gestione, come previsto dagli articoli 2392 e 2395 del codice civile. Secondo la sentenza, non è sufficiente sostenere di essere stati ingannati o manipolati se le prove oggettive dimostrano una violazione di questi doveri di vigilanza.

Il semplice fatto di non trarre un vantaggio economico diretto dal reato è sufficiente per qualificare un terzo come ‘in buona fede’?
No. La sentenza chiarisce che l’assenza di un vantaggio economico diretto non è di per sé sufficiente. Il giudice deve valutare anche lo stato di conoscenza e la diligenza della persona. Se la condotta del terzo è stata negligente e ha di fatto agevolato l’attività criminosa, la sua buona fede può essere esclusa, legittimando così il sequestro preventivo dei beni.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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