Tenuità del fatto e spaccio: i limiti della non punibilità
Il concetto di tenuità del fatto rappresenta uno degli strumenti più rilevanti nel diritto penale moderno per evitare la sanzione in casi di minima offensività. Tuttavia, la sua applicazione non è automatica e dipende strettamente dal contesto fattuale e dalla personalità del reo. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito i confini di questo istituto in relazione al reato di spaccio di sostanze stupefacenti, confermando che la presenza di precedenti penali e le modalità specifiche della condotta possono sbarrare la strada a qualsiasi beneficio di legge.
L’analisi dei fatti e il contesto del reato
La vicenda trae origine dalla condanna di un uomo per il reato di spaccio di lieve entità. L’imputato era stato sorpreso a cedere sostanze stupefacenti ricevendo come corrispettivo una dose di metadone precedentemente ottenuta dai servizi sanitari (ASL). In sede di appello, la difesa aveva richiesto il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e, in subordine, la sostituzione della pena detentiva con sanzioni alternative. Entrambe le richieste erano state rigettate dai giudici di merito, portando il caso all’attenzione della Suprema Corte.
La decisione della Cassazione sulla tenuità del fatto
I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile, definendo i motivi proposti come manifestamente infondati. La Corte ha sottolineato che il giudizio sulla tenuità del fatto non può prescindere da una valutazione complessiva della condotta. Nel caso di specie, lo scambio di stupefacenti con farmaci forniti dal sistema sanitario nazionale è stato considerato un elemento tale da escludere la speciale tenuità, indipendentemente dall’entità della dose scambiata. Il contesto fattuale ha rivelato una pericolosità sociale che mal si concilia con l’esiguità richiesta dalla norma.
Il ruolo dei precedenti penali e della recidiva
Un altro punto cardine della decisione riguarda il diniego della sostituzione della pena detentiva. La Cassazione ha confermato la correttezza del ragionamento dei giudici di merito, i quali hanno valorizzato i precedenti penali specifici del ricorrente. La presenza di una recidiva contestata e ritenuta in sentenza costituisce un indicatore oggettivo di un elevato rischio di reiterazione del reato. In tale scenario, la discrezionalità del giudice nell’escludere misure alternative appare pienamente giustificata e logicamente motivata.
Le motivazioni
Le motivazioni della Suprema Corte si fondano sulla corretta applicazione dell’articolo 131-bis del codice penale. Il giudice distrettuale ha legittimamente escluso la causa di non punibilità basandosi su profili fattuali oggettivi: il corrispettivo ricevuto (metadone ASL) e il contesto complessivo dell’azione. Per quanto riguarda la mancata sostituzione della pena, la Corte ha ribadito che il collegamento tra il fatto-reato e i precedenti specifici dell’imputato impedisce di formulare una prognosi favorevole sulla condotta futura del reo. L’inammissibilità del ricorso è stata dunque ricondotta a una colpa del ricorrente, con conseguente condanna pecuniaria.
Le conclusioni
In conclusione, la sentenza ribadisce che la tenuità del fatto non è un salvacondotto universale per i reati di lieve entità. La storia criminale del soggetto e le modalità con cui il reato viene consumato restano parametri fondamentali per l’accesso ai benefici processuali. Per chi opera nel settore legale o si trova ad affrontare procedimenti simili, emerge chiaramente l’importanza di una strategia difensiva che sappia confrontarsi con il rigore interpretativo della Cassazione in tema di recidiva e pericolosità sociale.
Quando non si può applicare la particolare tenuità del fatto?
Non si applica quando le modalità della condotta, come lo scambio di droghe con farmaci ASL, o la presenza di precedenti penali indicano una pericolosità sociale non compatibile con l’esiguità del danno.
I precedenti penali impediscono la sostituzione della pena detentiva?
Sì, se i precedenti sono specifici e indicano un rischio concreto di recidiva, il giudice può discrezionalmente negare la sostituzione della pena con misure alternative.
Cosa rischia chi presenta un ricorso inammissibile in Cassazione?
Oltre al rigetto del ricorso, il soggetto viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 40003 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 40003 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 20/09/2023
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
COGNOME NOME nato a GENOVA il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 12/05/2022 della CORTE APPELLO di GENOVA
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
Motivi della decisione
COGNOME NOME ha proposto ricorso avverso la sentenza con la quale la Corte di appello di Genova ha confermato la pronunzia emessa a suo carico dal Tribunale di Genova, che lo aveva condannato per il reato di cui all’art. 73, co. 5 d.P.R. 309/1990. Ne chiede l’annullamento, attraverso due motivi di ricorso con i quali assume difetto e contraddittorietà della motivazione in relazione al mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art.131 bis cod.pen. e al rigetto della richiesta di sostituzione della pena detentiva
2. I motivi di ricorso sono manifestamente infondati.
A prescindere dai profili personalistici del reo desunti da eventuali precedenti penali, il giudice distrettuale ha escluso l’applicazione della causa di non punibilità sulla base di profili fattuali da cui ha desunto che la condotta del ricorrente non poteva essere riconosciuta di speciale tenuità, in presenza del corrispettivo ricavato dalla dose di metadone ricevuta dall’RAGIONE_SOCIALE e dal contesto fattuale di riferimento.
Quanto alla mancata sostituzione della pena detentiva, il giudice distrettuale ha correttamente valorizzato la riconosciuta discrezionalità esercitata dal primo giudice il quale tratto argomento dai precedenti penali del reo e dalla recidiva contestata e ritenuta in sentenza, così da ravvisare un collegamento tra il fatto reato e i precedenti specifici, da cui ha tratto un rischio di recidivanza criminosa.
Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (Corte Cost.sent.n.186/2000) consegue la condanna della ricorrente medesima al pagamento delle spese processuali e di una somma che congruamente si determina in 3000,00 euro, in favore della cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della cassa delle ammende.
Roma, 20.09.2023