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Tentato furto: la ‘tecnica della calamita’ è prova

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due individui condannati per tentato furto. Sorpresi con calamite e tessere plastificate, avevano predisposto una porta per essere aperta con la ‘tecnica della calamita’. La Corte ha confermato che tali atti preparatori sono idonei e diretti in modo non equivoco a commettere il reato, integrando così la fattispecie di tentato furto.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Tentato Furto: la ‘Tecnica della Calamita’ è Prova Sufficiente?

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, è tornata a pronunciarsi sul tema del tentato furto, chiarendo quali elementi siano sufficienti per considerare un’azione come ‘atto idoneo e non equivoco’ a commettere il reato. Il caso specifico riguardava l’utilizzo della cosiddetta ‘tecnica della calamita’, un modus operandi ingegnoso che non lascia segni di effrazione evidenti. Analizziamo la decisione per comprendere i principi di diritto affermati.

I Fatti di Causa

Due individui venivano sorpresi all’interno di un condominio in seguito alla chiamata di un residente. Quest’ultimo si era insospettito notando i due soggetti stazionare sul suo pianerottolo, dove in quel momento viveva da solo, poiché i proprietari dell’appartamento a fianco erano fuori città. Il vicino aveva osservato i due uomini avvicinarsi alla porta dell’appartamento vuoto.

All’arrivo delle forze dell’ordine, i due non sapevano giustificare la loro presenza. La successiva perquisizione permetteva di rinvenire, nella tasca di uno di essi, quattro calamite e cinque tessere plastificate. Un’ispezione più attenta della porta dell’appartamento preso di mira rivelava la presenza di tre pezzettini di cartone incastrati tra la porta e il telaio, vicino alla serratura.

Il Ricorso alla Corte di Cassazione

Condannati in appello, i due imputati proponevano ricorso per Cassazione, lamentando una motivazione carente e illogica. A loro avviso, gli atti compiuti non possedevano quel carattere di inequivocabilità necessario per configurare il delitto di tentato furto. Sostanzialmente, contestavano che la loro condotta non fosse una prova certa dell’intenzione di commettere un furto.

Le Motivazioni della Corte sul Tentato Furto

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo manifestamente infondato e generico. I giudici hanno sottolineato come i ricorrenti si fossero limitati a criticare la sentenza impugnata in modo assertivo, senza confrontarsi realmente con le argomentazioni logiche e giuridiche della Corte d’Appello.

La Cassazione ha invece avallato pienamente la ricostruzione dei giudici di merito. Gli elementi raccolti costituivano un quadro probatorio chiaro e coerente:

1. Gli strumenti: Le calamite e le tessere plastificate trovate in possesso di uno degli imputati sono gli strumenti tipici della ‘tecnica della calamita’.
2. Il modus operandi: I pezzetti di cartone sulla porta non erano casuali. Essi servono, in questa tecnica, a facilitare il posizionamento delle calamite nella fessura tra porta e telaio.
3. L’effetto: Le calamite impediscono la corretta chiusura del chiavistello. Il proprietario, girando la chiave, è convinto di aver chiuso la porta, che in realtà rimane solo accostata. A questo punto, diventa facilmente apribile con una semplice tessera di plastica, senza lasciare segni di scasso.

La Corte ha concluso che la concatenazione di questi elementi (la presenza ingiustificata, il possesso degli strumenti specifici e la manomissione già effettuata sulla porta con i cartoncini) dimostrava in modo inequivocabile la volontà di commettere il furto. Gli atti compiuti non erano più semplici atti preparatori, ma rappresentavano la prima fase esecutiva di un piano criminoso ben definito, integrando pienamente la fattispecie del tentato furto.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche

Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale: per la configurabilità del tentato furto non è necessario che il ladro sia sorpreso nell’atto di forzare una serratura o di entrare fisicamente nell’abitazione. Anche atti che precedono l’effrazione, se sono specificamente e inequivocabilmente diretti a superare le difese della proprietà (come la manomissione di una serratura con tecniche sofisticate), sono sufficienti a integrare il reato. La decisione conferma che il giudice deve valutare l’insieme degli indizi raccolti per decifrare l’intenzione criminale, e che l’utilizzo di tecniche specialistiche come quella ‘della calamita’ costituisce una prova particolarmente significativa della direzione univoca della condotta.

È sufficiente essere trovati in un condominio con strumenti da scasso per essere condannati per tentato furto?
Secondo l’ordinanza, non basta la mera presenza con gli strumenti. È necessario che l’insieme degli elementi (come la presenza ingiustificata, gli strumenti specifici per un dato modus operandi e le tracce lasciate sulla porta) dimostri in modo non equivoco l’intenzione di commettere il furto.

In cosa consiste la ‘tecnica della calamita’ e perché è rilevante per il tentato furto?
Consiste nell’inserire calamite e cartoncini nella fessura di una porta per impedirne la corretta chiusura. La porta sembra chiusa a chiave ma è solo accostata, rendendola apribile con una scheda di plastica. È rilevante perché l’esecuzione di questi passaggi preparatori è considerata un atto idoneo e diretto in modo non equivoco a commettere il furto.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché manifestamente infondato, generico e assertivo. I ricorrenti si sono limitati a criticare la motivazione della sentenza precedente senza confrontarsi specificamente con essa e senza fornire argomentazioni di diritto o di fatto a sostegno delle loro richieste.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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